Instagram: un mondo senza regole? Tutto quello che non sapevi sulla legge dei social network

Tutti i segreti del diritto nel mondo dei social network

Oggi i social sono parte integrante delle nostre vite: il filo rosso che collega noi e il mondo esterno, che ci aiuta ad informarci, aggiornarci, fornendoci svago e spunti di riflessione. Aristotele ci aveva visto giusto: oggi come allora l’uomo era e rimane un animale sociale che nel XXI secolo però, ha scelto di affidare le proprie relazioni non ai fori delle città e sempre meno alle piazze, ma alle varie piattaforme di condivisione. Esistono in questo mondo sempre più reale che digitale delle regole da seguire?

#adv,#suppliedby: cosa significa?

Instagram e Facebook sono secondo le varie statistiche le maggiori piattaforme di condivisione di riferimento per i più e meno giovani: scorrere la bacheca e sfogliare le varie immagini è un gesto meccanico ormai integrante della nostra morning routine, una sorta di finestra sul mondo che ci collega a quello che succede anche lontanissimo da noi, facendoci sentire parte di una comunità sempre più di ampio raggio. In concomitanza a questo dato si può osservare la nascita negli ultimi anni di una vera e propria professione al pari delle altre più risalenti: quella dell’influencer. Fashion blogger, food blogger, travel blogger: persone come altre che scelgono di condividere ogni attimo della loro vita con i propri followers, con cui instaurano un vero rapporto di fiducia. Automaticamente, chi più e chi meno, prende queste figure come riferimento, lasciandosi contagiare dalle loro opinioni ed esperienze proprio come si farebbe ascoltando i consigli, al bar, di un amico. Ha destato scalpore ultimamente la classifica pubblicata da Hopper HQ, agenzia inglese di digital marketing, che ha svelato guadagni da capogiro degli influencers. Questo perché la pubblicità di oggi è made in social: le aziende, consapevoli del ruolo che ricoprono queste figure affidano ai progetti di Influencer Marketing la speranza di aumentare la loro Brand Awareness, scegliendo gli influencers a cui rivolgersi secondo determinati requisiti, come l’immagine, il linguaggio, lo stile di vita o il pubblico a cui parlano.  E’ per questo che gli utenti devono essere in grado di distinguere un consiglio vero e sincero dalla mera pubblicità, retribuita, che si fa sul proprio canale e che va resa visibile secondo Il Codice Del Consumo, nel mondo reale quanto in quello digitale, per non violare il divieto di pubblicità occulta e non recare danno a consumatore, competitor e mercato. In mancanza di un’attuazione specifica da parte del legislatore delle regole nel web, Instagram e Facebook si sono preoccupate di inserire dei regolamenti interni e rendere visibile la collaborazione brand/influencer attraverso la scritta in partner with o sponsorizzato da che compare in alto alla foto. A colmare la lacuna ci ha pensato lo Iap (Istituto di autodisciplina pubblicitario) che ha imposto ai blogger di esplicitare quando a quell’amichevole consiglio corrisponde un corrispettivo economico. Per questo se in un post compare l’hashtag #adv, #ad o #sponsoredby significa che la sponsorizzazione è retribuita, mentre #giftedby o #suppliedby indicano che quel prodotto o quel servizio è stato regalato all’influencer. Come è stato chiarito anche dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato esplicitare la natura del contenuto non è solo una regola formale, ma anche una dichiarazione di trasparenza da parte dell’influencer che non dovrebbe mai sfruttare il rapporto di fiducia instaurato con l’utente.

Giveaway illegali

Molte volte nelle pagine che seguiamo notiamo dei contest a premi con cui gli utenti hanno la possibilità seguendo i profili, commentando e repostando il contenuto pubblicato di essere sorteggiati per vincere qualcosa in palio. In Italia vige il DPR 430/2001 in materia di concorsi a premi e quindi applicabile anche in questo caso, nel mondo online. Nel 2017 il MISE ha introdotto una modifica a quest’ultimo, specificando che le regole si applicano a tutti i concorsi con premi dal valore superiore ad un euro, soglia che, prima dell’intervento, era più alta. Il problema è che per questi giveaway indetti sul territorio italiano, la normativa prevede un iter specifico  descritto minuziosamente prima, durante e dopo il concorso. Viene specificato infatti che bisognerebbe dapprima redigere un regolamento chiarendo vari punti specifici del concorso (tra cui ad esempio i dati dell’Onlus a cui devolvere il premio in caso di mancato ritiro da parte del vincitore), segnalarlo al Ministero dello Sviluppo Economico, definire il valore del premio e versare la cauzione al Ministero dello Sviluppo Economico. Bisogna poi individuare i vincitori del Giveaway alla presenza di un Notaio o un Funzionario della Camera di Commercio (che attesti la validità dell’estrazione) e redigere relativo verbale. Il mancato rispetto di alcune di queste fasi dovrebbe portare a multe più o meno salate: purtroppo è scontato pensare che per espletare la procedura sarebbe necessario il ricorso ad un professionista del settore che garantisca il rispetto di tutte le regole. Le gare a premi sui social, per la loro natura immediata e le loro finalità economiche non seguono quasi mai questo sottile iter e potrebbero essere a tutti gli effetti segnalate e sanzionate, perché illegali. 

Basta cyberbullismo!

Il bullismo è un problema sociale che ha contagiato anche il mondo social non solo degli influencers, continuamente sottoposti ai  commenti negativi degli haters, ma anche, dato più preoccupante, gli adolescenti, che in una fase difficile come quella della crescita si sentono sottoposti a continui giudizi,  come se la libertà di pensiero, o meglio di critica, non trovasse in questo caso alcun limite. Per questo ad oggi ci troviamo a parlare di cyberbullismo indicando tutte le dinamiche come minacce e calunnie che si svolgono online. In materia è intervenuta la Convenzione di Budapest del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica del 2001, che include anche i reati di cyberstalkig, sexting, grooming, phishing. In Italia per molto tempo non sono esistite delle normative specifiche sui cyber crime, per questo si è fatto riferimento alle leggi amministrative, del codice civilepenale  già esistenti o alle sentenze prodotte negli anni in seguito a vari espisodi. Un primo tentativo in questo senso è stato il ‘Codice di autoregolamentazione per prevenzione e contrasto del cyberbullismo’ redatto dal MISE nel 2014, tenendo conto del progressivo e preoccupante aumento del fenomeno. Una svolta decisiva è stata data nel 2017 dalla Legge sul Cyberbullismo: la norma riguarda la protezione dei minorenni da fenomeni di questo tipo identificando il cyberbullismo come pressione, aggressione, ricatto, ingiuria, furto di identità, denigrazione, molestia, acquisizione illecita o manipolazione o trattamento illecito di dati personali per via telematica (siti websocial media).genitori della vittima possono presentare al gestore del sito internet o del social media una richiesta di immediato oscuramento, o blocco dei contenuti offensivi, ma non la rimozione, poiché essi saranno la prova dell’avvenuto fatto.

Lo spazio dei social e del web nelle nostre vite si fa sempre più grande, sentiamo la necessità di condividere quello che vogliamo con gli altri ed essere al contempo partecipi delle loro giornate, riusciamo a tenere rapporti interpersonali con persone mai conosciute e ci sentiamo vicini anche se lontanissimi. Allo stesso tempo però siamo esposti ai giudizi e ai pericoli del nuovo mondo tutto tecnologico, ma a questo ci pensa la legge , perché non esiste civiltà senza regole. 

 

 

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