Il Superuovo

Inside “Finding Nemo”: cosa l’anatomia e la fisiologia degli animali marini possono dirci di più

Inside “Finding Nemo”: cosa l’anatomia e la fisiologia degli animali marini possono dirci di più

L’analisi di alcune scene del film, osservate sotto una luce più scientifica, possono svelare numerose curiositàNemo

“Alla ricerca di Nemo” è un film Pixar del 2003, ma nonostante l’età e il fatto che sia un film per bambini, riguardandolo dopo anni sono finalmente riuscita a comprendere il fascino di questa pellicola. Dalla perfezione dello squalo, alla spettacolare migrazione delle tartarughe, fino alla pinna atrofica di Nemo. Ecco quindi qualche spiegazione in più sulle scene più belle di questo film.

L’ISTINTO E LE DINAMICHE DELLA CACCIA: I PESCI SONO AMICI, NON CIBO

In questa scena i protagonisti si trovano a stretto contatto con tre squali, Bruto (uno squalo bianco, Carcharodon carcharias), Fiocco (squalo mako, Isurus oxyrinchus) e Randa (squalo martello, Sphyrna mokarran). Malauguratamente, Bruto è a digiuno da settimane e Dory si ferisce disperdendo un piccolo quantitativo di sangue in acqua facendo scattare la fame dello squalo. Quanto c’è di vero in questa scena? E come funziona nella realtà? Innanzitutto è bene dire che gli squali possono stare effettivamente a digiuno per settimane utilizzando i depositi lipidici finché ovviamente la fame diventa pressoché  insostenibile. Entra quindi in gioco uno dei sensi più sviluppati dello squalo, ovvero l’olfatto, senso sviluppato a tal punto che circa i 2/3 dei neuroni cerebrali sono coinvolti nelle elaborazioni delle informazioni olfattive. Anatomicamente parlando, le narici sono poste nella parte inferiore del muso e conducono a un tessuto ricco di recettori olfattivi, connesse poi con il bulbo olfattorio. Per individuare l’esatta posizione della preda gli squali muovono velocemente la testa a destra e sinistra per permettere un maggior ingresso ed uscita d’acqua nelle narici e, di conseguenza, determinare al meglio la provenienza degli odori e quindi della preda. Questo sistema, che come abbiamo già detto è estremamente sviluppato, consente a questi animali di percepire le minime tracce chimiche che vengono rilasciate da animali feriti o in decomposizione. Inoltre questi animali sono in grado di percepire il sapore della preda prima ancora di ingerirla grazie alla presenza di bottoni gustativi localizzati nella pelle che circonda la bocca, bottoni gustativi localizzati poi anche all’interno del cavo orale. In poche parole, è totalmente credibile che Bruto perda la testa nel momento in cui Dory sanguina. Un’altra situazione ben osservabile nella stessa scena è la protrusione della bocca in avanti: questa azione è tipica per l’appunto degli squali bianchi in quanto possiedono un’articolazione della bocca definita iostilica. Questo tipo di articolazione non prevede lo stretto contatto tra cranio e iomandibola e pertanto, quando lo squalo deve mordere, morde in avanti dove si localizza la preda. La sequenza dell’attacco prevede quindi una prima fase in cui l’animale abbassa il muso, seguita poi da una fase in cui la mascella si abbassa determinando la protrusione dei denti, aumentando notevolmente l’efficacia del morso. Infine, le mascelle si chiudono, ricongiungendosi, determinando l’asportazione di una parte della preda. Decisamente fortunati i protagonisti, non trovate?

L’immagine mostra la fase di protrusione dei denti per afferrare la preda (ilpost.it)

LA MIGRAZIONE E LA RIPRODUZIONE, UNA QUESTIONE DI IMPRINTING

Verso il finale del film, Dory e Marlin incontrano un branco di tartarughe verdi (Chelonia mydas) intenta a compiere la migrazione a scopo riproduttivo sfruttando la Corrente dell’Australia Orientale. Il ciclo riproduttivo delle tartarughe marine, in generale, è abbastanza complicato e tutt’altro che privo di pericoli. Questo tipo di tartarughe possono raggiungere lunghezze fino a circa un metro con un peso massimo di 190 kg, riproducendosi poi una volta raggiunta la maturità sessuale che tendenzialmente si riscontra dai vent’anni d’età in poi. La riproduzione si verifica ogni due anni con un totale di 3-5 nidi l’anno ogni due settimane circa, per un totale di un centinaio di uova deposte a nido. Il periodo di incubazione è stimato intorno ai 60  giorni, seguito poi dalla schiusa. Le stime però riferiscono che solamente un uovo su 500 circa raggiungerà l’età adulta, il che fa comprendere quanto questi magnifici animali siano fragili e preziosi. Una volta raggiunta la meta finale della migrazione si verifica deposizione delle uova: una volta arrivate in prossimità di coste tranquille e adatte alla riproduzione le femmine, nelle ore notturne, si avvicinano alla costa sabbiosa mentre i maschi aspettano a distanza. Se è tutto tranquillo, la madre scava una buca dove depone le uova e, una volta concluso, richiuderà la buca con la sabbia. A decidere il sesso dei futuri nascituri sarà la temperatura, in generale a temperature sotto i 27°C si avrà l’esclusivo sviluppo di maschi, mentre a temperature superiori ai 30°C si avranno unicamente soggetti di sesso femminile. Solamente a temperature comprese tra i 27-30°C (temperatura soglia) si ha la possibilità di avere circa un 50% di soggetti femminili e un 50% di soggetti maschili. Dopo la schiusa i piccoli hanno l’imprinting olfattivo con la spiaggia, fattore importantissimo e decisivo durante la migrazione, sarà proprio questo imprinting che gli consentirà di tornare alla spiaggia in cui sono nate per riprodursi. Il percorso che va dal nido al mare risulta essere estremamente pericoloso per i piccoli data la presenza di predatori come gli uccelli marini, e purtroppo molti perdono la vita. Quelli che sopravvivono si spostano in mare aperto dove sono più protette dai predatori finché, una volta che avranno raggiunto la maturità sessuale (come abbiamo detto intorno ai 20 anni), migreranno istintivamente verso la spiaggia in cui sono nate per iniziare un nuovo ciclo di vita. E’ quindi chiaro che questi animali non hanno necessità di alcuna cura parentale ma soltanto dell’imprinting con la spiaggia e del loro istinto, aspetto che nel film viene sottolineato nel momento in cui Marlin, allarmatosi per l’uscita di Guizzo dalla corrente, riceve da Scorza l’intimazione di non fare nulla per vedere come il piccolo se la cava in autonomia.

L’ATROFIA DELLA PINNA DI NEMO E’ PURTROPPO UNA SENTENZA DI MORTE

Nel film, la causa dell’atrofia della pinna di Nemo viene deputata all’attacco di un barracuda al luogo di deposizione delle uova. Purtroppo mi spiace dirlo, ma molto probabilmente Nemo in questo caso sarebbe morto in quel momento e fine del film. Questo perché le uova non solo sono estremamente sensibili, ma al loro interno contengono tutti gli elementi necessari alla prima alimentazione del pesce. Alla nascita infatti i sensi non sono molto sviluppati e la prima alimentazione in seguito alla schiusa prevede il consumo del sacco vitellino dell’uovo. Chiaro quindi che il minimo danneggiamento di questo non consentirebbe la sopravvivenza della larva. Un altro problema che interessa il danneggiamento delle uova riguarda il possibile attacco di microrganismi patogeni che, nella maggioranza dei casi, determinano la morte dell’animale. Ammettendo quindi la sopravvivenza di Nemo al danneggiamento dell’uovo, cos’è l’atrofia? E quali sono i problemi correlati a questa? Con il termine atrofia si indica un processo regressivo che è caratterizzato dalla diminuzione del volume cellulare a un livello tale, comunque, da consentire le minime funzioni vitali. Questo processo si individua solitamente nella vita embrionale del pesce, nel momento in cui si verifica la differenziazione cellulare.  L’atrofia colpisce in questo caso l’apparato muscolare scheletrico con conseguente disparità di sviluppo dell’arto colpito rispetto agli altri. Purtroppo è da dire, una pinna in quelle condizioni non consente un nuoto veloce e ben coordinato per fuggire dai predatori perciò, con tutte le probabilità, Nemo sarebbe purtroppo deceduto in ogni caso.

Tessuto muscolare scheletrico che presenta cellule atrofiche di piccole dimensione poste nella zona centrale, e cellule muscolari sane di più grandi dimensioni (webpath.med.utah.edu)

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: