Il Superuovo

In Romulus, la lupa romana vive nel bosco con i figli del Ver Sacrum

In Romulus, la lupa romana vive nel bosco con i figli del Ver Sacrum

Matteo Rovere riscrive il mito con una chirurgica operazione eziologica, ma Strabone può aiutarci a capirne di più

“Attenti al lupo” cantava Lucio Dalla. Matteo Rovere, più epicamente ci dice: “Attenti alla Lupa”! Ma chi è la Lupa e da dove vengono i Figli di Rumia, che infestano il bosco laziale del mito?

 

Il bosco è il non-luogo delle favole e dei miti

Il bosco è il setting prediletto dalle favole europee e, prima di esse, dalle favole greche e latine. Nei boschi antichi tutto poteva accadere. Generalmente, gli animali si vestivano dei vizi e delle virtù degli uomini. Il bosco è un luogo che attira e atterrisce l’uomo nella nostra cultura.

Similmente a quanto accade per gli egiziani che affrontano il deserto, l’europeo che entra nel bosco si trova faccia a faccia con uno spaventoso non-luogo. Affrontare la paura, sopravvivere, trovare se stessi, sentire un’armonia nella distanza dalla civiltà urbana.

Ne L’attimo fuggente ci ricorderemo tutti della citazione da Henry Thoreau, che andava nei boschi “per succhiare il midollo della vita”. Il bosco è l’immagine inviolata di un ritorno alle origini della vita in simbiosi con la natura.

Per questo motivo è il luogo preferito per le favole e per i miti delle origini, fatto di riti, battaglie e lotta per la sopravvivenza. Sì, perché il bosco è anche luogo di esilio, lo sanno i Figli di Rumia, personaggi principali della serie TV italiana evento dell’anno: Romulus.

Matteo Rovere costruisce il mito della fondazione alla maniera degli antichi

ATTENZIONE, SPOILER!

Nella serie diretta da Matteo Rovere e prodotta da Sky, il bosco è il luogo chiave della sinossi e dell’intreccio. Nel bosco i nostri antichi e bizzarri luperci vivono le fasi cruciali che precedono la fondazione di Roma. Si scontrano con la paura e la difficoltà di scegliere una forma di “governo” atta a garantire la sopravvivenza del gruppo (ad oggi ci stiamo ancora pensando).

Nella versione di Matteo Rovere, il mito della fondazione si costruisce nel bosco, e gli antenati dei Quirites sono, agli occhi dei giovani luperci veliensi, ipostasi della terribile dea Rumia. In realtà, come apprendiamo dalla serie (epp. 5-6) i Figli di Rumia non sono spiriti o titani, bensì esseri umani, esuli dalla terra natìa, che hanno trovato nel bosco la loro casa provvisoria.

Guidati dalla Signora dei lupi, infatti, vagano errando nella certezza di trovare la città che la dea ha promesso loro, una città che dalla dea ferina prenderà il nome: Roma. Il giovane regista costruisce una storia del mito molto diversa da quella che siamo abituati ad ascoltare a scuola nelle ore di epica, ma non per questo meno interessante.

Rovere, coadiuvato da sceneggiatori di prim’ordine e da esperti del calibro di Valentino Nizzo e Paolo Carafa, riscrive il mito alla maniera degli antichi, affidandosi alla ricostruzione che, alla luce delle evidenze archeologiche e delle fonti a disposizione, è il più coerente possibile con la funzione che al mito si vuole attribuire.

Se la funzione della serie è intrattenere il pubblico senza rinunciare alla ricostruzione storica, Matteo Rovere ha costruito il mito perfetto! Infatti, il ritratto dei Figli di Rumia prende le mosse da un rituale importante per i romani: quello del Ver Sacrum.

Lago del Turano, provincia di Rieti. Territorio abitato un tempo dalla popolazione preromana dei Sabini

Strabone ci spiega chi sono i figli del Ver Sacrum

Sulle origini del Ver Sacrum non si può prescindere dalla lettura dell’opera di Strabone:

“Quanto ai Sanniti, viene riportata anche una tradizione secondo la quale i Sabini, da molto tempo in guerra contro gli Umbri, fecero voto, come fanno alcune popolazioni greche, di consacrare ciò che sarebbe nato in quell’anno. Dopo la vittoria infatti immolarono parte degli animali nati e consacrarono il resto. Sopraggiunta però una carestia, qualcuno disse che occorreva consacrare anche i figli. Essi lo fecero, e votarono a Marte i figli nati in quel periodo. Quando questi furono adulti li inviarono a fondare una colonia. Li guidava un toro, che si fermò nella terra degli Opici, i quali vivevano in villaggi. Espulsero allora gli abitanti del luogo e vi si insediarono stabilmente. Secondo il responso degli indovini, sacrificarono il toro a Marte che lo aveva dato loro come guida. Probabilmente per questo motivo ricevettero anche il nome di Sabelli, diminutivo di quello dei loro padri.” (Strabone, V, 4, 12)

Da quel che apprendiamo dalla serie, i Figli di Rumia discendono dagli Osci, una popolazione che viveva più a sud del Lazio. A causa di una carestia, emigrano nelle Terre dei Trenta, dove non riescono a trovare una città. La dea alla quale sono stati consacrati è Rumia, alla quale consacreranno a loro volta la città in cui si stanzieranno.

Anche i Figli di Rumia hanno un animale sacro a guidarli, la lupa. La travagliata storia di questo ferino gruppo di emigrati viene costruita all’insegna del gusto eziologico, per raccontarci le origini di un mito, di un culto e di un simbolo: la lupa che il ver sacrum porterà nel Lazio.

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