Il 18 agosto ricorre il sedicesimo anniversario della scomparsa di Fernanda Pivano, traduttrice e pioniera della letteratura Beat in Italia.

Fernanda Pivano, introdotta da Cesare Pavese alla letteratura americana, si è affermata nell’Italia degli anni Sessanta come l’ambasciatrice della letteratura d’oltreoceano. Traduttrice, giornalista, scrittrice e intellettuale italiana, si è spenta a Milano il 18 agosto 2009, sedici anni fa.
Chi è stata Fernanda Pivano
Fernanda Pivano nacque a Genova il 18 luglio 1917 e ricevette un’educazione poliglotta e liberale: in casa si parlavano inglese e francese. La sua formazione scolastica avvenne presso il liceo classico Massimo d’Azeglio a Torino, dove incontrò per la prima volta Cesare Pavese, allora insegnante di letteratura italiana. Fu proprio Pavese a consigliarle quattro libri che segnarono l’inizio del suo amore per la letteratura americana: “A Farewell to Arms“ di Ernest Hemingway, “Leaves of Grass” di Walt Whitman, “Spoon River Anthology” di Edgar Lee Masters e l’autobiografia “A Storyteller’s Story“ di Sherwood Anderson.
Fin da giovane, Pivano dimostrò un animo anticonvenzionale e critico, tanto da rischiare di non essere ammessa all’esame di maturità insieme al compagno di classe Primo Levi, per aver espresso idee pacifiste e ostili al regime fascista, simili a quelle della controcultura americana che trent’anni dopo si sarebbe opposta alla guerra in Vietnam. Nel suo libro “I miei quadrifogli”, Pivano ricorda di aver scritto in quel tema qualcosa del genere:
“[…] prima cosa nessuno dovrebbe andare a ammazzare e farsi ammazzare in guerra e seconda cosa se proprio ci dovevano andare dovevano riempirsi di fiori le canne dei fucili in modo che se dovevano sparare sparassero fiori innocui e profumati.”
Nel 1941 si laureò in Lettere con una tesi su “Moby Dick“ di Melville, sempre su consiglio di Pavese, e nel 1943 conseguì la laurea in Filosofia con una tesi sul valore della simpatia nell’educazione.
Fu il suo amore per la verità storica sulla guerra a spingerla a firmare un contratto per la traduzione di “A Farewell to Arms” per la casa editrice Einaudi. Il romanzo, che narra attraverso gli occhi del soldato Frederic Henry il nichilismo della guerra, era stato vietato dal regime fascista. Quando nel 1945 i soldati tedeschi trovarono una copia del contratto presso la casa editrice, Pivano fu arrestata e sottoposta a interrogatorio, dal quale fu rilasciata grazie alla sua perspicacia. Hemingway, incuriosito dalla vicenda della giovane traduttrice, la incontrò durante un soggiorno a Cortina: fu l’inizio di una decennale amicizia.
Negli anni successivi alla guerra, Pivano si affermò come traduttrice dei maggiori autori americani, tra cui Hemingway, Faulkner, Fitzgerald e Sherwood Anderson. Entrata così nell’ambiente intellettuale italiano, poté contare anche sulla mediazione di Cesare Pavese, che, come ricordò Pivano, “voleva fare di me un’intellettuale”.
Il viaggio negli Stati Uniti e l’incontro con la Beat Generation
Fu solo nel marzo del 1956 che Fernanda Pivano, ricevuta una cospicua borsa di studio, poté finalmente recarsi negli Stati Uniti. Ebbe così la possibilità di conoscere dal vivo scrittori che aveva avuto il piacere solo di tradurre o leggere. Fu grazie a questo soggiorno che, per la prima volta, si imbatté nel movimento culturale della Beat Generation.
L’esperienza fu decisiva per la carriera di Pivano, la quale, a partire da quel momento, si impegnò a introdurre in Italia, che durante gli anni della guerra era stata isolata dalle vicende culturali transnazionali, questa nuova stagione letteraria. Pivano fu affascinata, stregata e infine rapita da quelli che lei definì “giovani pazzi di vivere e inconsapevoli suicidi di una vita […] troppo repressa e troppo ribelle, troppo irrequieta e troppo drammatica”.
Gli esponenti della controcultura americana, infatti, erano giovani visionari che prendevano nevroticamente a morsi la vita, viaggiando senza un soldo in tasca fra uno stato e un altro degli Stati Uniti, ospitandosi a vicenda, predicando la pace e la fratellanza, ascoltando jazz e “cercando Dio” (come Kerouac disse una volta alla Pivano) attraverso l’utilizzo di droghe e il culto delle religioni orientali. La loro vita era la denuncia e insieme concreta opposizione all’apatico consumismo che stava inaridendo gli Stati Uniti.
Il primo autore beat che Pivano incontrò di persona fu Gregory Corso nel marzo del 1960, quando lo scrittore soggiornò da lei per un certo periodo. La traduttrice conobbe Allen Ginsberg prima indirettamente, tramite W. C. Williams che stava in quel tempo redigendo la prefazione alla sua raccolta di poesie dal titolo “Howl”, e poi personalmente nel 1961 a Parigi, mentre l’autore si trovava in viaggio insieme a Corso e il suo compagno. Questo incontro segnò l’inizio della collaborazione fra la traduttrice e il poeta, che portò alla non semplice pubblicazione in Italia della tradizione della raccolta di Ginsberg dal titolo “Jukebox all’idrogeno” nel 1964.
Dopo aver ricevuto una copia originale del libro “On the road” di Jack Kerouac da una sua amica americana che faceva la bibliotecaria, Pivano riuscì a far pubblicare nel 1959 il romanzo presso la casa editrice Mondadori. La sua prefazione rimane ancora oggi un testo imprescindibile per conoscere e capire i motivi di quelle vite sfrenate, anticonformiste e più volte incomprese.

Quella volta in cui Pivano intervistò Jack Kerouac

Nel 1966, appena tre anni prima della prematura scomparsa di Jack Kerouac, Fernanda Pivano realizzò quella che fu definita “una storica intervista”. Kerouac, visibilmente ubriaco, balbettava, fumava, gesticolava e continuava a bere da bicchieri apparentemente colmi di whisky. Solo in seguito Pivano rivelò di aver sostituito l’alcol con acqua, cospargendo i bordi dei bicchieri di whisky per dargli l’illusione di continuare a bere.
Nonostante la scarsa lucidità, Kerouac mostrò grande stima nei confronti della sua interlocutrice, definendola non solo una “bella donna”, ma anche un’ “intelligente intellettuale di Milano”. Di origine franco-canadese, chiese di svolgere l’intervista in francese, salvo poi passare presto all’inglese, lingua nella quale la giovane Pivano seppe metterlo a suo agio, mantenendo compostezza e padronanza di una situazione che, se non avesse avuto Kerouac come protagonista, sarebbe apparsa a dir poco bizzarra.
Da lì prese avvio l’intervista a quello che Pivano avrebbe poi ricordato come “l’uomo più triste che abbia mai conosciuto”. Ancora una volta, la scrittrice si rivelò una perfetta tusitala e mediatrice culturale, offrendo all’Italia l’opportunità di avvicinarsi a un mondo controcorrente e, forse proprio per questo, più autentico.
L’intervista completa è disponibile al seguente link: