Il mondiale ci ha già regalato risultati del tutto inaspettati, dimostrando come una performance sportiva dipenda da diversi fattori mentali.

L’Arabia Saudita vince contro l’Argentina, il Marocco contro il Belgio, e noi, stupiti, non capiamo assolutamente che succeda. Non soltanto i muscoli, ma anche la nostra mente ricopre un ruolo fondamentale, e la performance sportiva può essere fortemente influenzata da fattori mentali.
Lo stress come arma segreta
L’American Psychological Association (APA) definisce lo stress come la risposta fisiologica o psicologica a fattori di stress interni o esterni. Lo stress comporta cambiamenti che interessano quasi tutti i sistemi dell’organismo, influenzando il modo in cui le persone si sentono e si comportano.
Anche se lo stress è spesso considerato negativo, si può distinguere tra eustress (stress “buono”) e distress (stress “cattivo”). Visto in ottica sportiva, è possibile sovrapporre questi concetti ai livelli di performance degli atleti. La relazione tra stress e prestazioni è stata rappresentata dalla curva di risposta allo stress creata da Nixon P. nel 1979.
La curva mostra come un livello troppo basso o assente di stress sia controproducente per l’atleta, che percepisce l’attività come noiosa e non impegnativa, e quindi non sarà portato a mobilitare al meglio le proprie energie. Un aumento del livello di stress corrisponde ad un miglioramento della prestazione, ma ovviamente c’è un limite al livello di stress “buono”, chiamato punto di fatica (point of fatigue), dove l’eustress diventa distress e oltre il quale la performance peggiora sempre di più, fino ad arrivare all’esaurimento o breakdown. L’ideale per un’atleta sarebbe mantenersi in una comfort zone, dove è consapevole di poter gestire lo stress creato. Allenandosi è possibile spostare questa zona più avanti, riuscendo a far fronte ad uno stress maggiore ed avere performance migliori.
Per poter controllare questo fattore può essere necessario semplicemente eliminare lo stimolo che produce stress eccessivo (se possibile), rendere l’atleta consapevole che le risorse di cui dispone sono sufficienti, usare tecniche di rilassamento e modificare credenze irrazionali e controproducenti.

Un’ansia controllabile
Il secondo fattore determinante può essere individuato nell’ansia. L’ansia, a differenza dello stress, non è tanto la risposta ad uno stimolo, ma un’emozione che, tramite meccanismi fisiologici e psicologici, ci prepara e prevede una futura situazione negativa.
Se mantenuta a livelli normali, l’ansia, come lo stress, può essere vantaggiosa, ma se non controllata adeguatamente il sistema nervoso del soggetto sarà bombardato a tal punto che sarà praticamente impossibile impiegare tutte le risorse fisiche e cognitive di cui si dispone.
Per combattere questo stato emotivo si può ricorrere a diverse tecniche.
Si può provare con la respirazione diaframmatica, resa possibile appunto dal diaframma, muscolo situato tra il petto e lo stomaco, e a diverse tecniche di rilassamento, che vanno dai massaggi al rilassamento muscolare.
Anche la visualizzazione è anch’esso un ottimo strumento che permette di controllare l’ansia. I tre principali modi per utilizzarla sono visualizzare mentalmente se stessi durante la competizione, riproducendo le stesse sensazioni che si proverebbero nella realtà; visualizzare l’intero processo, dalla preparazione al successo; e visualizzare i propri opponenti, immaginando i possibili movimenti e tattiche che potrebbero adottare, facendo diventare la performance che si dovrà compiere più familiare all’atleta.
Agendo a livello cognitivo, ossia su come la persona pensa possiamo dire che da alcuni studi è emerso come un atleta che non percepisce l’ansia per forza come elemento negativo, che ha una buona esperienza ed è consapevole riesce meglio a gestire il tutto.

La tensione non è soltanto muscolare
Quando parliamo di tensione intendiamo uno stato corporeo o mentale risultato di forze interne che agiscono una contro l’altra.
Il livello di tensione di un atleta generalmente è composto da due parti:
- il livello di tensione base, quindi caratteristico del soggetto nella vita di tutti i giorni;
- l’aumento di tensione dovuto ad una competizione.
La relazione tra questi due componenti sembra suggerire che coloro che presentano di base una tensione alta, saranno più facilmente portati all’esaurimento quando dovranno eseguire una determinata performance. il livello di tensione ottimale varia da atleta ad atleta e nello stesso atleta di volta in volta a seconda dello sport, da quanto bene si padroneggiano gli elementi di questo (automatizzazione) e dall’interpretazione dell’eccitazione corporea.

Mi raccomando, cattivi! (ma non troppo)
L’aggressività è ciò che nella vita normale cerchiamo di evitare, perché il più delle volte condannata sia dalla società, che dalla legge. Oltre ad altre classificazioni, possiamo dire che questo comportamento può essere suddiviso in aggressività ostile, quando si agisce con il fine di provocare un danno a qualcuno, e aggressività strumentale, dove si cerca di raggiungere un obiettivo scegliendo questo tipo di comportamento. Nello sport generalmente si presenta quindi solitamente il secondo tipo.
L’aggressività in generale se controllata può migliorare le prestazioni degli atleti, ed è quindi giusto dedicare attenzione anche a questo elemento.
Ci sono tre principali teorie che cercando di spiegare l’aggressività negli sport:
- la teoria biologica proposta da Karl Lorenz, che vede l’aggressività come una caratteristica tipica umana e lo sport come una “valvola di sfogo”;
- la teoria psicologica, che guarda invece alla frustrazione, ossia quando qualcosa si interpone tra gli sforzi per raggiungere un obiettivo e il risultato desiderato, come origine dell’aggressività;
- la teoria dell’apprendimento sociale, dovuta soprattutto ad Albert Bandura, vede questa caratteristica del comportamento come appresa dall’ambiente, soprattutto con l’imitazione, punizioni e ricompense.
Possiamo concludere dicendo che concentrarci anche su questi fattori psicologici può dare veramente un enorme vantaggio agli atleti, mentre chi non se ne cura potrebbe fare la stessa fine di Messi e compagni, nonostante un teorico vantaggio incolmabile.

i vostri articoli sono tutti super interessanti. Non sono solita lasciare commenti ma il vostro blog merita più visibilità. Bravi