Il Superuovo

In Egitto puoi essere incarcerato per le tue idee: ecco perchè siamo tutti Patrick Zaki

In Egitto puoi essere incarcerato per le tue idee: ecco perchè siamo tutti Patrick Zaki

Storia di un’ingiustizia che deve indignarci.

Il 7 febbraio 2020, Patrick Zaki, studente egiziano presso l’Università di Bologna, decide di prendere un volo aereo per tornare dalla sua famiglia. Promette ai suoi amici di fare ritorno dopo venti giorni, saluta, sale sull’aereo e non torna più. Nessuno da quel giorno vedrà più Patrick perché, non appena atterrato, viene imprigionato dalle guardie egiziane. Di lui racconteranno i giornali di tutta Europa e il suo nome risuonerà come un allarme di forte ingiustizia, per cui, non solo la sua famiglia, non solo i suoi amici, ma tutti noi dobbiamo batterci, perché, in fondo, tutti avremmo potuto essere Zaki.

La vera storia

Chi era Zaki lo abbiamo letto sui giornali, chi era Patrick lo si capisce dai racconti dei suoi amici. Faccia buona e occhi curiosi, quando si scorrono le foto in una Bologna accogliente si percepisce la voglia e l’entusiasmo di chi, per la prima volta fa davvero ciò che gli piace. Il giovane studente, infatti, si era laureato in chimica farmaceutica, ma sin dall’inizio aveva capito che quello non sarebbe stato il suo destino. Ciò che davvero infiammava la sua anima era, infatti, l’attivismo e per questo aveva scelto di unirsi all’Egyptian Initiative for Personal Rights, un’organizzazione dedita alla protezione dei diritti umani troppo spesso calpestati in Egitto. Proprio con questo obiettivo aveva deciso di invertire la rotta dei suoi studi e trasferirsi a Bologna, dove, dopo aver affrontato una selezione molto dura, era riuscito ad accedere ad un master proprio sui diritti umani. La sua colpa? Decidere di tornare a casa, come migliaia di studenti fanno quando le mura domestiche sembrano troppo lontane. Subito arrivato in aereoporto infatti Zaki fu portato in carcere, dove, dopo quasi un anno, ancora rimane. Le accuse sulla base delle quali è avvenuto l’arresto sono state pubblicate in una lista dopo pochi giorni e includono pubblicazione di voci e notizie false che mirano a turbare la pace sociale e seminare il caos, incitamento alla proteste illegali in Egitto, gestione di un account sui social media che mina l’ordine sociale e la sicurezza pubblica, istigazione a commettere violenza e crimini terroristici. In questo c’è poco di vero. Patrick sarebbe stato messo in prigione, e probabilmente torturato attraverso botte, scariche elettriche e sevizie, solo per aver espresso la sua opinione attraverso la pubblicazione di post contro il governo sui social network, la cui prova è costituita da screenshots acquisiti dal tribunale, di un profilo che probabilmente non apparterrebbe nemmeno all’imputato. Nonostante ciò il 7 dicembre, nell’ultima udienza svolta, nella quale era stata riposta molta speranza, i giudici hanno deciso di prorogare la detenzione per altri 45 giorni.

Una storia di problemi per i diritti umani

La storia egiziana, è una storia di repressione, che non è cominciata di certo, purtroppo, con Zacki. Bisognerebbe partire forse dalla Primavera Araba, in particolare dalla rivoluzione egiziana, quando nel 2011, tutto il popolo protestò contro Mubarak, allora al potere da 31 anni, rivendicando un cambiamento di quel regime repressivo che si consumava ormai da anni. Ma quello che successe dopo fu peggiore di quanto si sperasse: il potere venne lasciato all’esercito e i massacri che si consumarono furono molteplici e tutti agghiaccianti. I video  dei vari scontri e massacri diffusi in rete sono terribili: protestanti morti sotto i carri armati dei militari che impazzano sulla folla, ospedali saturi di persone ferite o già morte. Nel 2012 le prime elezioni democratiche vennero poi vinte da Mohamed Morsi, ma anche in questo caso scoppiarono rivolte a causa della mancata tutela dei diritti civili: le proteste portarono sempre a più scontri e massacri della popolazione e quindi centinaia di morti. Anche questo periodo culminò in un colpo di stato militare e l’elezione nel 2014 dello stesso comandante militare Al-Sisi, ancora al potere. Se da una parte Al-Sisi si è speso nei rapporti internazionali, stringendo legami pacifici con gli Stati Uniti e l’Europa ( tanto che non è raro vedere foto di incontri tra il leader politico egiziano e i nostri in nome di una collaborazione politica ed economica) sul fronte dei diritti umani non è lo stesso, rimanendo questi, sempre un problema centrale.

Quello che non potresti fare in Egitto

Quello che ha fatto al-Sisi negli anni sono una serie di interventi che hanno ristretto sempre di più le libertà civili, come il diritto di espressione, protesta, libertà di pensiero. Quello che per noi è goliardia, in Egitto potrebbe rappresentare un crimine: quanti di noi hanno sullo smartphone meme sui politici più famosi? Se scoperti in Egitto essi potrebbero costituire il pretesto per costituire un capo di accusa di propaganda sovversiva. Basti pensare al fatto che il governo nel 2018 ha represso qualsiasi forma di protesta non autorizzata, e che nessuno può candidarsi senza l’approvazione dello stesso. Si parla per questo molto spesso di arresti e processi di massa, fino al dato più preoccupante. Secondo alcuni più della metà degli attuali detenuti egiziani sarebbero prigionieri politici, persone incarcerate dunque per le proprie idee diverse, come Zaki. Inoltre nelle carceri le condizioni sarebbero davvero degradanti: non solo ci sarebbero problemi igienici, sanitari non trascurabili soprattutto in periodo di pandemia, ma la vera preoccupazione la destano i racconti dell’orrore che provengono dalla celle. Torture di ogni tipo, sevizie, violenze, scosse elettrice, isolamento dei detenuti arrivato a durare anni. Quello che si teme per Zaki è tutto questo, e tutti avremmo potuto essere al suo posto: quanti di noi esprimono le proprie idee e le veicolano grazie ai social network,  il più delle volte critiche legittime nei confronti di chi è al potere? Tutta questa vicenda subito fa sorgere in chi la ascolta una non poi così lontana paura: il rischio che l’epilogo di questa storia assomigli a quella di Giulio Regeni, nostro connazionale ucciso al Cairo e per il quale, ancora dopo 5 anni, si chiede giustizia. Per questo quello che maggiormente si invoca in questi giorni è l’intervento delle istituzioni italiane, che dovrebbero interessarsi della vicenda e collaborare affinchè venga fatta giustizia per non deludere le aspettative di un ragazzo che, pieno di sogni, ha riposto le proprie speranze in un Paese libero come l’Italia. #freepatrickzacki

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