Il Superuovo

“In cerca di fortuna”: 5 scrittori raccontano l’emigrazione degli italiani di inizio Novecento

“In cerca di fortuna”: 5 scrittori raccontano l’emigrazione degli italiani di inizio Novecento

Attraverso le pagine di alcune penne importanti possiamo immergerci nella grande emigrazione italiana di fine Ottocento e inizio Novecento, un fenomeno che ha ancora oggi molto da dirci.

Uno dei passaggi più dolorosi ma peculiari della storia d’Italia è sicuramente quello dei flussi migratori. Non quelli contemporanei, che portano centinaia di persone a tentare di raggiungere le coste o i confini del Belpaese in un dramma umanitario con pochi precedenti. Stiamo parlando invece delle emigrazioni dalla nostra penisola verso i lidi più disparati del resto del mondo, avvenute tra fine Ottocento e la prima metà del Novecento. Quando da poco si era fatta l’Italia e forse ancora non si erano fatti gli italiani, ma la tristezza di dover lasciare la propria terra, la propria famiglia e tutto ciò a cui si teneva colpiva comunque. E il dramma non era meno forte in chi restava, che vedeva allontanarsi (forse per sempre) il fratello, il figlio, il nipote, l’amore o l’amico di una vita. Per affrontare una tratta che, in un cantuccio scomodo di un piroscafo, sarebbe un eufemismo definire malsana. Della tragedia di un paese che per decenni ha sanguinato, apparentemente non ci sono molte tracce in letteratura. Un fatto che intellettuali come Antonio Gramsci o Leonardo Sciascia hanno denunciato più volte a gran voce. Ma, andando ad indagare a fondo, scopriamo che alcuni ce ne hanno lasciato indelebili testimonianze, a dimostrazione di quanto anche gli italiani abbiano avuto il coraggio di lasciarsi tutto alle spalle per cercare una terra promessa.

Edmondo De Amicis

Il primo scrittore italiano ad aver lasciato più di una testimonianza sull’emigrazione italiana fu Edmondo De Amicis. Conosciuto soprattutto per essere l’autore del bestseller “Cuore“, forse non tutti sanno che De Amicis ha scritto anche molti reportage per le riviste e i giornali della sua epoca. Sullo stile di questi è nato, nel 1889, il romanzo-inchiesta “Sull’oceano, testimonianza fondamentale per capire la vastità dell’esperienza emigratoria italiana e la sua gravità. Racconta di un viaggio intrapreso da migliaia di persone, dalla prima alla malsana terza classe, su un piroscafo in partenza da Genova, alla volta di Buenos Aires, una delle mete più raggiunte dagli italiani. Un analisi schietta ma con toni di fraterna vicinanza di uno scrittore abituato a raccontare le realtà dell’Italia in cui viveva. Con Sull’oceano, De Amicis ha consegnato alla memoria collettiva un ritratto di sacrifici, condizioni disumane e di abbandono doloroso ma tenace da parte dei migranti. De Amicis, però, ha prodotto anche altre opere a tema migranti: sua è la poesia “Gli emigranti” (1881), il romanzo “In America” (1897) e infine un racconto, sempre dal titolo eloquente: “Dagli Appennini alle Ande“. Come a dire che le montagne ci sono anche in Argentina, ma non sono come quelle di casa.

Giovanni Pascoli

A De Amicis spetta sicuramente il primato nella prosa sul tema dell’emigrazione italiana. Nella poesia, invece, tocca certamente a Giovanni Pascoli. Uno che era talmente legato ai suoi luoghi d’origine che non poteva non avvertire empaticamente una vicinanza con chi era costretto a partire. E infatti, soprattutto nei “Primi poemetti” e nei “Secondi poemetti“, Pascoli ha saputo mettere in luce il dramma di semplici persone di campagna che sono costrette a lasciare tutto per andare via. E’ il caso, ad esempio, di Pietole (1906), poemetto che parla di un contadino che dice addio ai suoi posti perché ha fame. Un componimento che viene introdotto dalla frase: “Sacro all’Italia l’esule“. Perché l’Italia è terra di esuli e li riconoscerà sempre suoi figli, anche se sono sparsi per tutto il mondo. E anche chi parte difficilmente riesce a dimenticare tutto, difficilmente non ha voglia di tornare. Lo si vede in uno dei poemetti più famosi di Pascoli, Italy (1904), che racconta del ritorno ai luoghi d’origine di una bambina figlia di italiani emigrati negli Stati Uniti. Ed è inizialmente patetico e triste l’incontro tra la nonna che parla solo dialetto e la bambina che, nata e cresciuta in America, di italiano ha quasi soltanto il cognome. Nonostante tutto ben presto nonna e nipotina troveranno un linguaggio comune con cui capirsi. I legami familiari hanno resistito alle barriere della lingua e della distanza spaziale: una realtà che era più frequente di quanto si pensi. Salvo che, prima o poi, bisogna ripartire.  Qui arriva la vena malinconica del componimento, concluso con un paragone tipicamente pascoliano (e azzeccato) tra i migranti e le rondini, famosi uccelli migratori:

Addio, dunque! Ed anch’essa, Italy, vede

Italy piange. Hanno un po’ più fardello

che le rondini, e meno hanno di fede.

Giovanni Pascoli (Fonte: Corriere Romagna)

Luigi Pirandello

Anche per Luigi Pirandello la questione dell’emigrazione italiana non è centrale nella sua opera. Ma un intellettuale del suo calibro ha saputo osservare le condizioni dei migranti che partivano (sappiamo che anche lui ha fatto qualche viaggio sui piroscafi intercontinentali, anche se non in terza classe) e anche le sofferenze di chi rimaneva a casa, accettando inesorabilmente di separarsi dagli affetti più cari. Si tratta dell’esperienza angosciante di Mariagrazia, la protagonista di “L’altro figlio“, testo compreso nelle Novelle per un anno di Pirandello. Mariagrazia è una donna del Sud i cui figli sono emigrati e, dopo un po’ di tempo, cessano di rispondere alle lettere che la madre invia loro. A questo punto la donna inizia a vivere un tormento interiore che non riesce a spegnere, causato da un distacco così forzato e alimentato da chi sembra averle voltato le spalle. Perché a volte c’era persino chi se ne andava per dimenticare tutto e non tornare più. Il malessere di Mariagrazia finirà per essere notato nel paese, così che tutti inizieranno ad emarginarla, considerandola folle (e si rientra nel solco pirandelliano). Altre novelle di Pirandello che toccano il tema dell’emigrazione italiana sono, ad esempio, “Lontano” o “Nell’albergo è morto un tale“, sempre contenute nella voluminosa raccolta citata sopra. A testimonianza che ad un indagatore sociale come Pirandello non poteva sfuggire un fenomeno così largo e traumatico come quello migratorio.

Mario Soldati

Arriviamo ad un autore un po’ meno conosciuto ma ugualmente importante: il torinese Mario Soldati. Intellettuale poliedrico, Soldati è stato scrittore, giornalista, drammaturgo e pure regista cinematografico, ma si laureò in Storia dell’arte. In più è stato anche professore e, nel 1929, vinse una borsa di studio che lo portò ad insegnare Storia dell’arte italiana alla Columbia University di New York. Fu lì che si immerse con l’affascinante e rampante mondo americano, fino ad entrare in contatto pure con dei registi di Hollywood. Dall’esperienza americana emerge uno dei romanzi più importanti riguardo la condizione degli italiani negli Stati Uniti: America primo amore, pubblicato nel 1935 al ritorno in Italia (non riuscì ad ottenere la cittadinanza americana, cosa che lo deluse molto). Si tratta di una raccolta di reportages di Soldati scritti sul campo, dopo essere partito volontariamente verso l’America come un intellettuale rapito dalle possibilità del sogno americano. Ma arrivato lì si accorse di come il modello di vita americano era contraddittorio e soprattutto inconcepibile per la mentalità di un italiano. Sì perché Soldati, nella sua analisi, si concentrò anche sulle condizioni di vita degli immigrati italiani negli Stati Uniti ed evidenziò le condizioni difficili in cui si ritrovavano. Già c’erano l’emarginazione e trattamenti ostili da parte della popolazione locale, perpetrati fin dall’arrivo sulle coste del Nuovo Mondo. In più gli italiani stessi riscontravano difficoltà ad integrarsi e adeguarsi ai modelli economici e sociali americani. La vita italiana era più lenta, meno frenetica, più piacevole: era vera vita. E in America era impossibile. Soldati, banalmente per questioni anagrafiche (nacque nel 1910), può raccontare l’emigrazione italiana tra le due guerre mondiali, ovvero la seconda fase. Ma può anche narrare della seconda generazione di italoamericani, ovvero i figli degli immigrati di fine Ottocento. Ne emerge un quadro altrettanto deluso e quasi schifato, con giovani che hanno dimenticato gran parte dei valori dell’Italia di allora, dell’attaccamento alla famiglia e dell’umiltà. Si erano in pratica già poste le basi per la diffusione dei gangster italiani negli Stati Uniti. Se l’America era davvero il primo amore di Soldati, presto divenne un amore deludente.

mario soldati

Cesare Pavese

A proposito di Stati Uniti, c’è uno scrittore importantissimo della letteratura italiana che era fortemente appassionato della cultura e dei libri americani: Cesare Pavese. Anche lui di origini campagnole, anche lui legato alle sue radici, anche lui attento alle dinamiche migratorie che coinvolsero l’Italia per circa cinquant’anni, con varie riprese. Pavese addirittura ha saputo coniugare l’attaccamento alla terra d’origine, l’ammirazione per l’America e l’emigrazione nello stesso romanzo, l’ultimo che ci ha lasciato: La luna e i falò, pubblicato nel 1950. In esso si narra di un uomo, Anguilla, che torna a casa, nella valle piemontese del Belbo, dopo essere emigrato in America anni prima, in cerca di fortuna. In questo personaggio l’ammirazione di Pavese per gli Statu Uniti si fonde con un pizzico di delusione, dovuto più che altro al senso di alienazione e disorientamento che coglieva gli immigrati italiani nelle città come New York. Da questo punto di vista, il pensiero di Pavese non si discostava molto da quello di Soldati nel narrare le aspettative non mantenute di quella che da decenni gli italiani avevano concepito come la terra dove si poteva fare fortuna. E invece il personaggio di Anguilla sceglie di tornare a casa, dalle sue radici, dove c’è veramente scritto chi è e dove c’è il posto per le sue ossa. Anguilla può diventare rappresentativo di molti migranti che, trovata fortuna altrove o avendola cercata invano, decidono ad un certo punto di tornare a casa. A dimostrazione che, dovunque decidessero di andare, gli emigrati italiani portavano sempre l’Italia nel cuore.

Conclusione: Sciascia torto e ragione

Uno scrittore particolarmente attento a queste dinamiche sociali è stato Leonardo Sciascia, che anche a distanza di anni ha ripreso e indagato molte testimonianze di migranti italiani e delle loro vicende. Sempre molto legato alla Sicilia, Sciascia ha scritto anche uno splendido racconto ambientato sulla sua isola, intitolato “Il lungo viaggio“. Parla dei sacrifici enormi fatti da contadini poveri per potersi pagare un biglietto per andare in America. Parla delle condizioni insalubri delle imbarcazioni che li trasportavano. Parla di usurai e di frodi, con una beffarda sorpresa finale. Insomma, parla ancora una volta di questa storia italiana che è stata l’emigrazione di massa di inizio XX secolo, una vicenda che a Sciascia stava particolarmente a cuore. Tanto che lo scrittore siciliano, come dicevamo nell’introduzione, si è unito a voci come quella di Antonio Gramsci nel lamentare una scarsa considerazione degli intellettuali italiani per il fenomeno dei flussi migratori esterni. E in effetti avevano parzialmente ragione: molti scrittori contemporanei e viventi all’epoca di questi fatti non menzionano mai nelle loro opere il dramma dei partenti. Forse perché inconsapevoli, forse perché disinteressati o forse per un atteggiamento di lontananza, di disprezzo aristocratico. Ma è anche vero che altri uomini di cultura dal grande spessore come Pirandello, Pascoli, Pavese, De Amicis e Soldati hanno toccato eccome questa tematica, lasciandoci in eredità delle opere che possono davvero illuminarci anche ai giorni nostri mostrandoci ciò che, volenti o nolenti, noi italiani siamo stati.

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