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Impastato: giornalista la cui libertà d’espressione è stata soffocata, ma il cui impegno rimane eterno

In occasione della Giornata mondiale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti del 2 novembre, ricostruiamo la vita di Giuseppe Impastato.

Peppino, giovane siciliano nato in una famiglia legata alla mafia locale, ha denunciato gli affari malavitosi esistenti nella sua affezionata terra, un attivismo giornalistico e politico che l’ha accompagnato fino alla sua uccisione.

Chi era Giuseppe Impastato?

Nato a Cinisi il 5 gennaio del 1948, Giuseppe crebbe in un ambiente domestico legato alla realtà mafiosa. La famiglia Impastato infatti, era ben nota nel contesto malavitoso locale, ad esempio la sorella del padre Luigi era sposata con il rinomato capomafia Cesare Mazzella, legato alle attività di traffico di droga. Ben presto Peppino comprese di essere  distante dalle linee di pensiero che l’avevano accompagnato durante l’infanzia e l’adolescenza, difatti iniziò ad avvicinarsi agli ideali politici di sinistra e a mobilitarsi contro la criminalità organizzata del luogo. Il suo attivismo si delineò velocemente, a cominciare dall’adesione al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) affiancato alla costituzione del giornale L’idea socialista. Con dedizione sempre maggiore, Peppino si avvicinò ai gruppi comunisti locali impegnati nella rivendicazione dei terreni locali espropriati per la realizzazione della pista dell’aeroporto di Palermo, impegnandosi profondamente anche nelle lotte studentesche. La canzone dei Modena City Ramblers intitolata I cento passi descrive appieno i punti salienti dell’attivismo di Impastato, una missione che gli è costata la vita.

Negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di giustizia che lo portò a lottare

 

L’attivismo giornalistico: fare della libertà di espressione uno strumento di denuncia

La dedizione di Impastato trovò un’importante manifestazione nell’attività giornalistica, uno strumento che si è rivelato fondamentale per permettere una diffusione maggiore del messaggio che Peppino intendeva trasmettere ai suoi concittadini. La Costituzione della Repubblica Italiana tutela la libertà di espressione con l’articolo 21, che oltre a voler garantire il diritto individuale di manifestazione del proprio pensiero, vuole tutelare anche la libertà di diffonderlo tramite i mezzi di comunicazione, partendo dalla stampa fino a raggiungere mezzi più moderni. Tale articolo costituisce la base giuridica di riferimento a livello costituzionale per l’esercizio dell’attività giornalistica, che di fatto si deve basare sulla possibilità di informare in termini consapevoli e formativi i cittadini rispetto a vari avvenimenti e temi.

Articolo 21 commi 1 e 2:

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”

L’impegno di Impastato come giornalista ha raggiunto il suo apice a seguito della fondazione di Radio Aut nel 1977, una radio libera ed autofinanziata con sede collocata a Terassini. Attraverso le sue trasmissioni del venerdì sera, Giuseppe denunciava gli affari malavitosi della sua affezionata terra, cercando di sensibilizzare i cittadini rispetto a quanto stesse avvenendo.

L’omicidio

Dopo essersi candidato alle elezioni comunali con Democrazia Proletaria, la figura di Giuseppe venne percepita come sempre più pesante, motivo per cui egli si vide indirizzate numerose minacce, che culminarono con il suo assassinio nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978. Inizialmente le indagini sostenevano che si fosse trattato di un suicidio o di un attentato terroristico, ma la realtà era ben diversa, in quanto fu Cosa Nostra ad aver organizzato il tutto.

Gli amici, la politica, la lotta del partito, alle elezioni si era candidato.
Diceva da vicino li avrebbe controllati, ma poi non ebbe tempo perchè venne ammazzato.

Ci vollero anni prima di riuscire a rendere giustizia a Giuseppe, un obiettivo che è stato raggiunto principalmente grazie alla determinazione della madre Felicia e del fratello Giovanni.  Nel 1996 venne deciso di riaprire l’inchiesta, nella quale è stato cruciale il ruolo di Salvatore Palazzolo,  militante della mafia di Cinisi che accusò Gaetano Badalamenti di essere il responsabile dell’uccisione di Peppino. La vicenda si è conclusa solo nel 2001, quando prima Palazzolo e poi Badalamenti sono stati condannati rispettivamente a 30 anni di reclusione e all’ergastolo.

Il corpo muore, le idee rimangono

Dopo la morte del figlio, Felicia ha dedicato il resto della sua vita in memoria di Giuseppe, costituendosi parte civile per ottenere i nomi dei suoi assassini e per mantenere vivo il suo messaggio. Il fratello Giovanni ha voluto sottolineare più volte quanto le battaglie di Peppino siano ancora attuali, poiché la piaga malativosa continua a ledere vari aspetti della realtà italiana. Rimangono ancora vivi gli ideali di impegno sociale contro la mafia. Lo stesso Pietro Grasso, ex magistrato fortemente impegnato nella lotta alla mafia, ha ricordato il contributo di Giuseppe, affermando che “Vollero farlo passare come terrorista, ma Peppino era un giornalista che con ironia smascherava i traffici di boss e politici, un militante di sinistra, un siciliano che sognava la sua terra libera dalla mafia. Le vite e le vicende che ricordiamo oggi  sono storie di libertà, amore per il Paese, responsabilità. Storie che ci indicano che i valori alla base della nostra democrazia sono gli unici che possono guidare, ieri come oggi, le scelte di ciascuno di noi per il bene comune“.

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