Come possiamo rappresentare il tempo? Come una linea che da un punto iniziale va verso una meta o come un cerchio, senza principio né fine?

La serie tv dark ed il poeta Eugenio Montale riflettono sulla concezione del tempo e la nostra percezione della realtà. Siamo padroni delle nostre vite e siamo certi di aver capito la logica del tempo o siamo tutti inconsapevolmente intrappolati in un immenso Déjà vu?
“Dark”: fra viaggi nel tempo e tentativi di cambiare il corso degli eventi
“Dark” è una serie tv tedesca di Netflix del 2017 alla cui base vi è la messa in discussione del concetto di temporalità. Le vicende delle tre stagioni si svolgono in coordinate temporali alternative alla classica suddivisione netta di passato, presente e futuro. Gli avvenimenti accadono in un flusso continuo in cui queste tre dimensioni si compenetrano, in una durata che non ha né un principio né una fine. La trama è estremamente intricata e complessa e si snoda fra ripetuti viaggi temporali resi possibili da una sorta di wormhole situato nei pressi della centrale nucleare. Ambientata nella città di Winden, prende avvio con la sparizione misteriosa di alcuni ragazzi che verranno utilizzati come cavie per la messa a punto di una macchina del tempo. I personaggi si muovono principalmente fra 3 anni diversi, 1953, 1986 e 2019 a cui con il passare delle stagioni se ne aggiungeranno ulteriori creando un vero e proprio labirinto di drammi e segreti familiari.

L’eterno ritorno dell’eguale da “Dark” a Montale
Credevo di avere tempo… Perché lo dicono tutti? Come puoi averlo se lui ti imprigiona?
In “Dark” il tempo è ciclico, non c’è autentica libertà di scelta per i personaggi che sono imprigionati in cicli di 33 anni. In essi tutto deve accadere come è sempre stato in una circolarità in cui non è solo il passato a determinare il futuro, ma lo stesso futuro influisce ed è anzi indispensabile per il passato. Il protagonista Jonas si rende ben presto conto di vivere in un immenso déjà-vu, in cui le cose sono fra loro connesse secondo un disegno oscuro e contorto che non può essere modificato. Anche il poeta novecentesco Eugenio Montale avvertiva l’angoscia di essere imprigionato nella gabbia dell’esistenza in cui tutto è inesorabilmente destinato a ripetersi. Ogni gesto si ripresenta monotono e insignificante martellando ossessivamente la coscienza umana e opprimendola con il peso della banalità. Gli attimi veramente speciali, che per un secondo sembrano poter costituire un’ancora di salvezza, sono unici e, trascorsi, si disperdono nel nulla totale.
“Accelerato”: il tempo fra fuga inafferrabile e iterazione
Nella raccolta de “Le occasioni” (1939) è fortemente presente la tematica della rappresentazione del tempo. Il trascorrere delle ore, dei giorni, degli anni impregna di angustia i componimenti e il sentore che ogni cosa sia incastrata in un eterno loop, come quello di “Dark”, si insinua tediosamente. La poesia “accelerato” è l’emblematico tentativo di rendere l’affanno temporale. Già dal titolo Montale allude ad una velocità altissima riferita al tempo ma anche al nome del treno per i viaggiatori. L’incipit suggerisce immagini rapide catturate come istantanee, la folata di vento e l’imminente pioggia, che sono paragonate alla celerità con cui il tempo del passato è svanito. Esso nella suo movimento inarrestabile è ulteriormente associato al treno, il cui passaggio è fulmineo. Il fiume citato in seguito collega l’infanzia al futuro, come se esso stesso fosse il filo di Arianna che dà l’orientamento, come se fosse avulso da un mondo dalle coordinate spazio-temporali. Il treno, una volta oltrepassato il paesaggio familiare, regala scorci di nuovi paesaggi in cui però ci sono le medesime circostanze, un nuovo che però è vecchio, è il medesimo che si maschera di diverso. La fuga inesorabile del tempo è qui affiancata alla sua nervosa e insistente iterazione.
Fu così, com’è il brivido
pungente che trascorre
i sobborghi e solleva
alle aste delle torri
la cenere del giorno,
com’è il soffio
piovorno che ripete
tra le sbarre l’assalto
ai salici reclini –
fu così e fu tumulto nella dura
oscurità che rompe
qualche foro d’azzurro finché lenta
appaia la ninfale
Entella che sommessa
rifluisce dai cieli dell’infanzia
oltre il futuro –
poi vennero altri liti, mutò il vento,
crebbe il bucato ai fili, uomini ancora
uscirono all’aperto, nuovi nidi
turbarono le gronde –
fu così,
rispondi?