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Ecco come Seneca e Montale ci spiegano il “taedium vitae” che caratterizza l’uomo moderno

La malinconia è un fenomeno psichico che a partire dall’antichità sino all’epoca contemporanea ha caratterizzato l’animo degli uomini.

Lucio Anno Seneca ed Eugenio Montale ci spiegano in cosa consista questa sensazione di perenne e costante malinconia, attraverso opere letterarie di estremo spessore.

Che cos’è il “taedium vitae”

La malinconia è un fenomeno psichico che ci permette di riconoscere alcuni elementi chiave che caratterizzano la psicologia individuale e collettiva. Non si tratta di semplice tristezza irrazionale, uggia o nostalgia dell’assoluto, quando più di una sensazione costante ed incalzante, che determina e accompagna l’uomo nella vita quotidiana. Tale sensazione è stata identificata da Sigmund Freud come una vera e propria psicopatologia che può essere combattuta esclusivamente con la psicoterapia.

Nel corso degli anni, tale sensazione ha invaso anche l’ambito letterario, il quale, essendo l’esatto riflesso della società in cui il poeta scrive, riproduce fedelmente anche le sensazioni, che la società fa scaturire nell’uomo.: “spleen”, “accidia”, “commutatio” loco sono tutti topoi letterari trattati dai più grandi poeti e scrittori di tutte le epoche, come testimoniare il perenne stato di angoscia che affligge l’uomo, tra cui Leopardi, Baudelaire, ma anche Seneca e Montale.

Secondo recenti studi, è stata identificata, come causa scatenante di questo stato di malessere psicofisico, la società moderna. La nostra società è infatti caratterizzata da un continuo movimento, crescita e senso di responsabilità che spesso porta l’uomo a sentirsi insicuro, inadatto, e dunque, per questo triste.

Il contributo di Seneca

Seneca è stato definito come uno dei più brillanti analisti del mal di vivere anticipando in maniera così lungimirante, di gran lunga, il pensiero di grandi filosofi come Schopenauer o Sartre. Secondo Seneca, l’uomo raggiunge una situazione di perenne dolore, che porta addirittura alla perdita del contatto con sé stessi e per tale motivo, l’uomo cerca di fuggire queste sensazioni, senza cercare di combatterle a viso aperto.

Nel primo secolo infatti, l’uomo, tediato da situazioni difficili che lo vedevano impiegato spesso nella vita affaristica, forense, politica e commerciale, si ritrova in una situazione di forte instabilità psicologica ed emotiva, e le sensazioni provate dall’uomo sono state descritte sapientemente all’intento di una delle opere più importanti dello stesso Seneca: il “De tranquillitate vita”. Senso di nausea, pesantezza e mal di stomaco sono solo alcune delle somatizzazioni attuate dal senso di angoscia. Se Freud affermerà sec0li dopo che l’unica cura sarà, appunto, la psicoterapia, il saggio stoico era convinto del fatto che l’unico rimeidio fosse credere maggiormente in sé stessi, e trasformare quella sensazione di malessere in forza vitale che permetterebbe all’uomo di affrontare qualsiasi situazione difficoltosa, mirando a quella condizione divina che Seneca definisce “tranquillitas”

Il male di vivere in Montale

“Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.”

Con questa meravigliosa lirica, Eugenio Montale, spiega per lui in cosa consista la “melanconia”. Intorno all’espressione “spesso il male di vivere ho incontrato” si condensa tutta la lirica del poeta. Qui il sentimento è rappresentato grazie a tre immagini: il rivo strozzato, la foglia riarsa e il cavallo stramazzato. Montale riprende l’espressione “male di vivere” dal francese “mal de vivre” caratterizzato da noia esistenziale, il disinteresse profondo per la vita che nei casi più estremi può anche portare al suicidio.

Il termine montaliano è entrato ormai a far parte della terminologia comune e quotidiana ed è diventata quasi proverbiale nella lingua italiana.

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