Il suicidio di Saffo e Kurt Cobain raccontati da Leopardi e Brunori Sas

Come la poesia e la musica possono raccontare due personalità geniali ma sole

Saffo, Francis Coates Jones

La poetessa più famosa della Grecia antica e il frontman dei Nirvana, vissuti a più di duemila anni di distanza, divengono simbolo di una vita che avanza a fatica e con dolore, che non ha più senso se non nella fine. Leopardi e Brunori Sas ne trattano con estrema delicatezza.

Saffo, la poetessa brutta

Ultimo canto di Saffo, canzone scritta da Leopardi nel maggio del 1822, ha come protagonista l’omonima poetessa greca, vissuta nell’isola di Lesbo tra il 630 e il 570 a.C. Il poeta recanatese non è stato il primo a lasciarsi ispirare da Saffo, infatti anche nelle Heroides (25-16 a.C.) di Ovidio (43 a.C.-17 d.C.) si trova l’ultima lettera della donna a Faone, dopo aver scritto la quale si sarebbe gettata da una rupe dell’isola di Leucade, addolorata per l’abbandono dell’amato. Anche Alessandro Verri (1741-1816), scrittore milanese, nel suo romanzo Avventure di Saffo poetessa di Mitilene (1782), narra la pena d’amore di Saffo, da Faone non ricambiata, che si suicida su suggerimento di un sacerdote di Febo.

Leopardi, invece, tratta il suo personaggio in maniera del tutto diversa. Nel componimento tutti gli esseri viventi sembrano trascorrere la propria esistenza in una condizione di serenità e pace con il resto del cosmo. Saffo, invece, si sente brutta. Come una nota stonata in una melodia, avverte il suo essere disarmonico rispetto alla bellezza dell’universo. Questa sensazione che ha di sé la rende un’esclusa, un individuo diverso da quanto la circonda, che non riesce a cogliere un senso nella donna che si trova ad essere. I versi 45-46 recitano ‘Arcano è tutto fuor che il nostro dolor’, poiché tutto per la poetessa è mistero e occulto, eccetto la sofferenza, l’unica sfumatura triste che la sua anima può ancora vedere. Distinguersi dalla massa per nobili imprese, per il dono della poesia o del canto non ha senso, non contribuisce a sentirsi in armonia con il mondo e con se stessi perché ‘virtù non luce in disadorno ammanto’ (v.54), le proprie doti non splendono attraverso un corpo brutto. All’amato rivolge l’augurio di vivere felice, se è mai esistito un uomo felice, poi il ‘prode ingegno’ (v.70) viene rapito dal Tartaro. Per Leopardi, dunque, Faone, solo evocato, ma non nominato nella poesia, non è il responsabile della sofferenza di Saffo. La colpa, forse, è del destino, che ha assegnato a una donna tanto intelligente e sensibile la capacità di percepire tutte le note dolorose di una vita vuota e senza senso.

Saffo e Alceo, Lawrence Alma-Tadema, 1881

Kurt Cobain

Kurt Cobain è un brano tratto da Il cammino di Santiago in taxi, terzo album di Brunori Sas, uscito nel febbraio del 2014. Il testo colpisce per l’originalità con cui si tratta della fragilità d’animo di due star: Kurt Cobain, scomparso nel 1914 a Seattle, e Marilyn Monroe, spentasi nel 1962 a Los Angeles. Secondo le indagini, in entrambe i casi, si tratterebbe di suicidio.

La prima strofa si concentra sulla scoperta di un posto migliore oltre le stelle, in cui sia possibile ottenere la felicità, dove sia possibile ‘scoprire se è vero che non sei soltanto una scatola vuota o l’ultima ruota del carro più grande che c’è’. Emerge, dunque, il bisogno di sapere se la sofferenza dell’uomo è vana o se ha un fine, di conoscere se la propria vita ha un senso, se è utile a qualcuno o qualcosa, se è come un percorso che conduce a una meta o a un salto nel vuoto. Il ritornello, invece, avvicina le sorti delle due star, accomunate da una solitudine insopportabile per loro e difficile da comprendere per gli altri. Entrambe senza più niente da dire, senza un’emozione, una sensazione da provare e che riesca a farli vivere. La difficoltà nello stare sopra un piedistallo senza cadervi è l’immagine che Brunori sceglie per descrivere lo stato d’animo di Kurt Cobain, mentre Marilyn viene rappresentata come una donna circondata dagli inganni dell’apparenza, ma in realtà estremamente sola. La prima strofa riprende concettualmente la prima, chiedendo se è vero che ‘in fondo a quel mare c’è un mondo migliore’. Chiaro, ormai, dopo i nomi delle due celebrità, che la ricerca di una dimensione superiore, quasi di edenica felicità, sia impossibile da condurre vivendo. Il mondo migliore lo si trova nell’aldilà, se esiste, altrimenti nell’atto della morte, che mette fine a tutte le sofferenze che l’esistenza comporta.

Kurt Cobain, 1967-1994

Natura e fragilità

Sia nella poesia di Leopardi che nel testo di Brunori vengono evocati elementi della natura. Per il cantautore calabrese la felicità si può trovare solo al confine fra questo mondo, i cui limiti sono designati dalle stelle e dalla profondità del mare, e quello raggiungibile solo dopo la morte. Compiere un salto nel vuoto o sprofondare nell’acqua, se non si riesce a volare e a nuotare, sembrano l’unico modo per mettere fine alla sofferenza. Leopardi, invece, rappresenta la sua eroina circondata da un magnifico paesaggio notturno: il cielo cupo con la luna al tramonto, sul punto di cedere il passo al giorno, mentre la donna si sporge sul mare dalla rupe. La natura viene rappresentata dal poeta solo per mostrare l’estraneità di Saffo nei confronti del cosmo: non le sorridono né l’alba né i luoghi soleggiati, non la salutano il canto degli uccellini e il mormorio dei faggi, i fiumi ritirano le proprie acque per non sfiorare il suo piede.

Cosa unisce, allora, la grande poetessa greca e il frontman dei Nirvana? Sicuramente sono due celebrità nelle rispettive epoche. Saffo, infatti, oltre che per i suoi versi d’amore, era conosciuta in tutta Lesbo anche per il suo tiaso, una scuola in cui venivano educate alla letteratura, al canto, alla danza e ai doveri coniugali le fanciulle nobili dell’isola. Kurt Cobain non ha bisogno di presentazioni. Entrambe considerati superiori, come su di un piedistallo, venerati da un seguito che forse non li capiva. La poetessa greca e la star del grunge, vissuti a più di duemila anni di distanza, sono uniti dallo stesso senso di vacuità che solo le anime geniali e profondamente sensibili possono percepire.

 

 

 

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