5 miti che hanno ispirato meravigliose opere d’arte provano l’immortalità della bellezza

Nella storia dell’arte sono moltissime le opere che si ispirano alla mitologia greca. Ecco 5 esempi che provano l’immortalità del classico e della bellezza.

Arte e mitologia sono sempre state collegate, non solo in epoca arcaica e classica, con lo scopo di rappresentare visivamente ciò che si raccontava a parole, ma anche nei secoli successivi, come dimostrazione del fatto che alcune storie, alcuni messaggi e significati sono immortali. Il secolo per eccellenza in cui viene rievocata la cultura latina e greca è sicuramente il Settecento, con il Neoclassicismo, ma, come vedremo, qualsiasi momento è quello giusto per ricordarci che non si parla affatto di lingue morte.

Atalanta e Ippomene

Atalanta e Ippomene, Guido Reni, 1620-25 ca., olio su tela, 192×264 cm, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli.

Il fascino di questa eroina riecheggerà nei secoli. Abbandonata dal padre per la grave colpa di essere nata donna, Atalanta fu cresciuta da un gruppo di cacciatori. Qui ebbe la possibilità di mostrare fin da subito una sua naturale propensione alla caccia e una grande abilità nel vivere in contatto con la natura. Una dote che divenne molto famosa, tanto che il padre la riconobbe e le propose di trovare marito. Atalanta non era affatto d’accordo, lei non voleva sposarsi perché era convinta che avrebbe perso le sue abilità, ma le insistenze del padre la fecero cedere, però ad una sola condizione. Avrebbe sposato solo colui il quale l’avrebbe sconfitta in una gara di corsa, i perdenti sarebbero stati uccisi. Una giovane così promettente aveva moltissimi pretendenti, nonostante il rischio di poter morire. Si presentò un giovane, Ippomene, che era davvero innamorato di Atalanta e deciso a conquistarla. Chiese, perciò, aiuto ad Afrodite e la dea gli diede tre mele d’oro delle Esperidi che lui avrebbe dovuto disperdere sul terreno durante la gara, così la giovane si sarebbe distratta a raccoglierle. Così successe, Atalanta perse tempo per raccogliere le mele e perse anche la gara, così i due si sposarono.

Ercole e Lica

Ercole e Lica, Antonio Canova, 1795, marmo, 335 cm, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma.

Mentre Ercole e la moglie Deianira erano in procinto di attraversare un fiume, il centauro Nesso si offrì di aiutarli. Prese prima Deianira, ma a metà strada tentò di rapirla, così Ercole scagliò la sua freccia, colpì Nesso e salvò la moglie. Il centauro però, prima di morire, disse a Deianira di raccogliere il suo sangue perché avrebbe reso Ercole un marito per sempre fedele e la donna lo fece. Qualche tempo dopo Ercole si invaghì di una donna: Iole e Deianira, saputo ciò, prese una tunica bianca di Ercole la intinse nel sangue di Nesso e gliela fece recapitare tramite l’eraldo Lica. In realtà non si trattava di un filtro d’amore, ma di un potente veleno che rese folle Ercole il quale afferrò Lica e lo scaraventò talmente lontano da farlo arrivare in mare, dove si trasformò in uno scoglio.

Danae

Danae, Gustav Klimt, 1907-08, olio su tela, 77×83 cm, collezione privata, Graz

Il re di Argo, Acrisio, ebbe un’unica figlia: Danae. Non sapendo, perciò, quali sarebbero state le sorti del suo regno, decise di consultare l’oracolo di Delfi, che gli preannunciò una spiacevole notizia: il figlio che nascerà da Danae lo avrebbe ucciso. Spaventato, Acrisio decise di rinchiudere la figlia in una torre con lo scopo di sfuggire alla profezia. Però, Zeus si accorse della bella Danae e si volle unire a lei e per farlo si trasformò in una bellissima pioggia dorata. Da quella unione nacque un bambino: Perseo. Quando lo venne a sapere il re Acrisio, decise di rinchiudere Danae e Perseo in una cassa di legno e gettarla in mare. Miracolosamente i due sopravvissero e approdarono a Serifo, dove furono accolti nella corte di Polidette. Dopo svariati anni e pericolose peripezie Danae, Perseo e la sua donna Andromeda, tornarono ad Argo, dove Acrisio saputo del loro arrivo, preso dal timore, fuggì a Larissa. Perseo, nel tentativo di convincerlo di non provare alcun rancore nei suoi confronti, lo seguì. Arrivato a Larissa, però, dovette prima partecipare ai giochi organizzati dal re Teutamide e lanciando il disco, a causa del forte vento, colpì il nonno Acrisio, uccidendolo, così l’oracolo fu avverato.

Edipo e la Sfinge

Edipo e la Sfinge, Ingres, 1808, olio su tela, 189×144 cm, Louvre, Parigi.

Questo viene considerato il primo dipinto del Romanticismo, a dimostrazione del fatto che non basta un tema classico per rendere un’opera neoclassica. Il gioco di luci e ombre, il senso di movimento, l’idea di confine tra vita e morte comunicano un grande pathos degno delle più grandi opere d’arte romantiche.

Sulla strada che portava a Tebe regnava un orrendo mostro: la Sfinge. La Sfinge era una bestia col volto di donna, il corpo di leone e le ali d’aquila e non faceva passare nessuno a meno che non rispondesse ad un indovinello: quale animale al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e la sera su tre? Nessuno era riuscito a risolvere l’enigma e tutti quelli che avevano tentato erano stati divorati dall’animale. Allora, il re di Tebe, Creonte, per spronare a liberarsi di questo giogo, disse che chiunque avesse risolto l’indovinello avrebbe sposato sua sorella Giocasta. Si presentò allora il giovane Edipo, che ascoltato l’indovinello della Sfinge, rispose così: “È l’uomo, che da bambino cammina carponi, divenuto maturo cammina ritto su due piedi, e da vecchio per camminare deve servirsi di un bastone come sostegno”. La risposta era esatta e la Sfinge, colma d’ira, si gettò dalla rupe e si uccise. Arrivato a Tebe, Edipo vittorioso, sposò Giocasta, non sapendo che lei fosse in realtà sua madre, ma questa è un’altra storia!

Toro Farnese

Toro Farnese, Apollonio e Taurisco di Tralle, I sec. a.C., marmo, 370×295×300 cm, Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La scultura è davvero immensa, tanto che viene chiamata anche “la montagna di marmo” e per goderne a pieno tutta la sua bellezza bisogna girarci intorno. Riprende una storia molto triste, il supplizio di Dirce. Antiope, figlia del re della Beozia, rimane incinta di Zeus, che invaghitosi di lei si era trasformato in satiro per sedurla. Il re, vergognandosi di ciò caccia la figlia dal regno, dopo che partorì due gemelli, Anfione e Zeto, e li affidò a un pastore sul monte Citerone, abbandonandoli. Antiope trova rifugio dagli zii Lico e Dirce, ma le cose non migliorarono affatto per lei, anzi, Antiope era considerata una schiava e subì da Dirce ogni tipo di maltrattamento per ben venti anni, fino a quando Zeus si ricordò di lei e un giorno la aiutò a scappare. Antiope arrivò sul monte Dirce dove incontrò due giovani supplicandoli di aiutarla, quelli erano proprio Anfione e Zeto. Nel frattempo sopraggiunse Dirce, adirata perché la sua schiava era scappata e ordinò ai ragazzi di legare Antiope a un toro che la avrebbe trascinata fino a casa. In quel momento arrivò il pastore che rivelò ai ragazzi che in realtà Antiope era loro madre e i due giovani, colti dall’ira, decisero di vendicare la madre scagliando su Dirce un toro che la dilaniò e calpestò fino alla morte. 

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: