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Il seno nella letteratura italiana: la poesia del Seicento, Calvino e gli Articolo 31

Come si è comportata la letteratura italiana, nel passare del tempo, di fronte a un seno femminile? Scopriamolo con la poesia “marinista” del Seicento, Calvino e gli Articolo 31. 

La Venere di Willendorf (30000-25000 anni fa) vista da due angolazioni. (Arte & Immagine – Tecnologia)

Una delle parti anatomiche che ha affascinato di più gli esseri umani di tutti i tempi è senza dubbio il seno, e in particolare quello femminile. Fonte di nutrimento nelle prime fasi della vita, con il passare degli anni non perde la sua importanza e continua a suscitare un interesse innato, tanto da essere anche oggetto di censura sociale. Tale interesse chiaramente non ha lasciato indifferente nemmeno la letteratura italiana. In questo articolo ho tentato di riportare due esempi che ho ritenuto interessanti: non è necessario precisare che ognuna di queste visioni deve essere associata a un contesto, e quindi a una concezione della donna, diversi da quelli contemporanei.

La poesia barocca e l’interesse per l’anatomia femminile

Una delle peculiarità della poesia secentesca è la tendenza innovativa delle immagini riportate, e della descrizione insolita di elementi soliti. In maniera particolare in Giovan Battista Marino e nei poeti a lui affini, detti marinisti, emerge un interesse particolare per la descrizione del seno, che in questo momento acquisisce carnalità (nella letteratura precedente, ad esempio in Tasso, la parola “Sen” era utilizzata come sinonimo di “petto” o “cuore”) e viene preso in considerazione per le sue caratteristiche anatomiche e le sensazioni che suscita. La poesia più celebre che testimonia questa caratteristica è “Seno” di Giovan Battista Marino:

Oh che dolce sentier tra mamma e mamma
scende in quel bianco sen ch’Amore allatta!
Vago mio cor, qual timidetta damma,
da’ begli occhi cacciato, ivi t’appiatta.
Da l’ardor, che ti strugge a dramma a dramma,
schermo ti fia la bella neve intatta:
neve ch’ognor da la vivace fiamma
di duo soli è percossa e non disfatta.
Vattene pur, ma per la via secreta
non distender tant’oltre i passi audaci,
che t’arrischi a toccar l’ultima meta.
Raccogli sol, cultor felice, e taci,
in quel solco divin (se ’l vel nol vieta),
da seme di sospir messe di baci.

In questo componimento l’autore guida il proprio cuore lungo il corpo della donna, la cui pelle è candida come la neve, seppur illuminata sempre da “duo soli“, gli occhi. Il cuore è invitato a nascondersi (t’appiatta) tra i seni, così come farebbe una timida cerbiatta (damma). Nello stesso periodo Claudio Achillini, nella sua Donna scapigliata e bionda, associa il seno alla figura degli scogli:

Tra i vivi scogli de le due mammelle
la mia bella Giunon veggio destare
dal suo crinito ciel piogge e procelle,
prodighe d’oro e di salute avare.

Se mostra gli occhi o quelle poma belle,
piú ricco s’apre e piú fecondo appare,
mercé di due rubini e di due stelle,
quel ciel di stelle e di rubin quel mare.

Ma sia di scogli e di tempeste or pieno,
ch’io, dai venti d’amor sospinto e scorto,
vo’ navigar col core un sí bel seno.

Né tem’io giá di rimanere absorto,
poiché la sua tempesta è ’l mio sereno,
poiché gli scogli suoi sono il mio porto.

Tra i numerosi contributi di questo periodo al tema, ricordiamo Pulce sulle poppe di bella donna di Giuseppe Artale, in cui ci si sofferma sulla presenza di un insetto che turba il candore del seno della bella donna. Si fa presente che il termine poppe è attestato anche in Dante e in Boccaccio, che non disegnano il termine che ora suona scortese, nonostante non lo utilizzino in ambiti particolarmente sublimi. (es. nella Commedia, Pg. XXIII: …nel qual sarà in pergamo interdetto/ a le sfacciate donne fiorentine/ l’andar mostrando con le poppe il petto).

Parte della copertina di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” nella sua prima edizione presso Einaudi, 1979.
(Se un pomeriggio di estate uno scrittore….)

Calvino: la descrizione di un seno tra i numerosi “inizi” di Se una notte d’inverno un viaggiatore

Ciò che suscitava il mio interesse, nel seno della signora
Miyagi, era la corona di papille in rilievo, di grana spessa o
minuta, sparse sulla superficie d’un’areola d’estensione
ragguardevole, più fitte sui bordi ma con avamposti che sì
spingevano fin sull’apice. Presumibilmente queste papille
comandavano ciascuna sensazioni più o meno acute nella
ricettività della signora Miyagi, fenomeno che potei verificare
facilmente sottoponendole a leggere pressioni il più possibile
localizzate, a intervalli dì circa un secondo, e riscontrandone le
reazioni dirette nel capezzolo e indirette nel comportamento
generale della signora, così come anche le reazioni mie.

Questa descrizione minuta e dettagliata, condotta con attenzione, è contenuta in uno degli inizi di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, pubblicato nel 1979. Pubblicato dopo un lungo processo compositivo ed un silenzio durato sette anni (l’opera precedente era stata Le città invisibili, 1972, di cui ho parlato in un articolo consultabile qui), Se una notte è definito dall’autore stesso un iper romanzo. In maniera non molto diversa da quanto fatto per Le città invisibili, il romanzo presenta una cornice, la storia raccontata in seconda persona di un Lettore e della Lettrice Ludmilla, alle prese con un errore tipografico di un libro e con la ricerca del “vero romanzo”, dal quale si scopriranno una serie di intrighi personali ed editoriali. All’interno della cornice sono inseriti dieci incipit di dieci libri diversi. Tornando alla descrizione del seno, in questo caso lo vediamo descritto all’interno di una scena sensuale, dalla quale vengono esaltate in particolare le sensazioni tattili.

Uno sguardo alla musica del ‘900: Pere degli Articolo 31

Anche la musica contemporanea, forte della sua componente irriverente, offre numerosi riferimenti al seno femminile. A questo proposito inviterei chi sta leggendo a commentare con qualche altro esempio. Quello che desidero riportare io è contenuto nella canzone Pere degli Articolo 31, in cui in un tono scherzoso e farsesco si utilizza la metafora della frutta (tanto diffusa da essere utilizzata talvolta anche nell’uso comune) e si fa riferimento al “rischio” della chirurgia plastica, che creerebbe un’illusione. Con un tono amichevole ed ammiccante, la canzone è destinata ad entrare nella testa dell’ascoltatore (ammetto che, da quando ho iniziato a progettare questo articolo, non riesco a smettere di canticchiarla).

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