Il ritratto della nostalgia: percorso tra il Romanticismo e l’arte di Pavese e Friedrich

Il senso di nostalgia analizzato tra il pensiero romantico, la poetica di Pavese e l’arte di Friedrich.

“Il viandante sul mare di nebbia”, Caspar David Friedrich

La sensazione intensa che delicatamente la nostalgia lascia sulla pelle degli uomini può assumere diverse forme a seconda dei ricordi che trascina con sé, a seconda del profumo che trasporta insieme ai suoi lunghi capelli lisci, a seconda della sua carezza più o meno delicata. La nostalgia può prendere anche le forme di una grande figura possente che incombe sull’uomo senza lasciargli spazio, soffocandolo nella sua morsa irresistibile per poi inghiottirlo in un mare di nebbia. La nostalgia può essere anche contemplazione, fredda constatazione dei propri ricordi o dolore, lancinante sofferenza nel bel mezzo del petto.

La nostalgia narrata dai romantici

Nostalgia è una donna fragile di età indefinibile con lunghi capelli nero corvino, lisci e dritti che avvolgono e stringono in una morsa dolorosa tutti coloro che si abbandonano al suo abbraccio apparentemente innocente. La sensazione che lascia Nostalgia ha un sapore dolce, allo stesso tempo acre e pungente: nella gola si annida un nodo che pizzica ed è estremamente fastidioso: blocco che preme per uscire ma è bloccato, serrato come se venisse trattenuto da una mano salda che non molla la presa. Condizione e sensazione che ogni individuo che abbia mai vissuto ha provato almeno per una volta nella sua vita. La nostalgia non lascia fuggire nessuno: si è destinati a provarla, ad averla dentro e a sopportarla fino a saperci convivere, talvolta a ricercarla e a bramarla pur di sentirsi vivi, pur di avvertire qualcosa. Tematica sviluppata e sciorinata nel corso dei secoli da diversi autori, artisti di ogni sorta e da ogni tipo di corrente letteraria: la nostalgia è stata un tratto caratterizzante dell’uomo fin dalla sua profonda genesi. In particolar modo, il tema della nostalgia è stato sviluppato più approfonditamente nella corrente del Romanticismo; i romantici sono, però, andati ben oltre la solita definizione di nostalgia vista come “dolore del ritorno” (al greco νόστος (ritorno) e άλγος (dolore) ): essi, più che altro, riflettono e si misurano con una sensazione disancorata dall’esclusiva concezione del passato. La loro nostalgia è, più che altro, uno struggimento interiore: avvertono un muro nella loro personalità costituito da dubbi esistenziali, timori, paure, fragilità che si scontrano tra di loro, debolezze che fuoriescono come fiori spontanei. Hanno paura del futuro, del presente che scappa sotto i loro piedi senza farsene accorgere, di un passato pressante e bizzarro che li invade: desiderano il desiderio e allo stesso tempo il desiderare porta loro a misurarsi con la confusione e la paura che li plasma. Nell’uomo cresce la consapevolezza di una sensibilità forte e vulnerabile e da questo ne deriva un energico dolore: da questa voragine pullula la creatività degli artisti di quel tempo. L’anelito provocato da una sofferenza inspiegabile nei confronti di qualcosa che non avverrà mai ma che pur sembra opprimente, di un desiderio che non si ha il coraggio di esprimere si protende fino a diventare una sorgente creativa e geniale che sgorga da menti che brillano di emotività.

Cesare Pavese

La nostalgia in Cesare Pavese

“La mia felicità sarebbe perfetta, se non fosse la fuggente angoscia di frugarne il segreto per ritrovarla domani e sempre. Ma forse confondo: la mia felicità sta in questa angoscia. E ancora una volta  mi ritorna la speranza che forse domani basterà il ricordo”. (Cesare Pavese, 1 Dicembre 1937, “Il mestiere di vivere”)

La nostalgia è come un grande vuoto che si insinua tra le pieghe dell’anima: un vortice che gira e afferra ricordi, sensazioni, odori, sapori passati per tritarli e portarli con sé. Un vuoto che opera costantemente: lo si potrebbe definire attivo perché produttore di pensieri che hanno scavato in preziose profondità di svariati autori letterari tra i quali vi è Cesare Pavese: autore, traduttore e critico letterario novecentesco che ha fatto della nostalgia un tratto distintivo della sua unica personalità. La nostalgia, come egli scriveva “serve a ricordarci che per fortuna, siamo anche fragili”: si è scontrato con la stereotipata convinzione che l’uomo dovesse essere d’acciaio, duro e forte come una pietra per affermare e difendere le screpolature della sua personalità ricca di fragile nostalgia. Portava, dentro di sé, un vuoto incolmabile causato dalla morte di suo padre che per lui ha rappresentato un ostacolo invalicabile, un tunnel scavato nella sua anima che, poi, ha finito per risucchiarlo. Cercava qualcosa, bramava di poter tappare quel buco enorme che sentiva nel cuore ma niente riusciva a placare la sua malinconia, il suo struggimento e la voglia inutile di essere spensierato. Sognava mondi lontani, sensazioni che potessero farlo sentire parte di qualcosa, inserito in circostanze che potessero avvolgerlo, proteggerlo da un malessere costante, da un’inquietudine pressante ma tutto pareva essere vano: mangiato dalla sua stessa nostalgia si toglie la vita il 27 agosto del 1950 in un albergo di Torino.

La rappresentazione della nostalgia e della solitudine umana

Un uomo, probabilmente un viandante, un viaggiatore che erra solitario tra lande sconosciute si immerge nell’osservazione di un paesaggio meraviglioso, allo stesso tempo malinconico nel suo profondo grigiore. Il viaggiatore osserva un mare di nebbia che si muove in continuazione facendo trasparire cime di montagne aguzze e possenti avvolte da una coltre nebulosa che ora le accarezza, ora le schiaffeggia prepotentemente co un movimento ritmico e costante. La magnificenza della natura: forte e sublime, terribile e allo stesso tempo immensa. L’uomo è dolcemente accarezzato dal vento che gli scompiglia i capelli e sferza sul suo viso: probabilmente è assorto nei suoi pensieri mentre osserva la grandezza della natura che lo sovrasta. Lo invade, forse, un grande senso di solitudine dinanzi alla superiorità della natura, un sentimento di nostalgia volteggia insieme ai soffi del vento intorno alla sua figura, mischiandosi con la nebbia fitta. Il tormento e la meraviglia descritti in questa scena sono raffigurati in un quadro di Caspar David Friedrich denominato “Il viandante sul mare di nebbia”: rappresentazione del senso nostalgico che può provare l’individuo umano quando si trova davanti allo spettacolo della natura sublime, la solitudine che lo pervade, la percezione di essere soli con se stessi e con le proprie preziose fragilità e pensieri fluttuanti.

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