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Il regime dei Khmer Rossi: analizziamolo con il film “Per primo hanno ucciso mio padre”

Il regime dei Khmer Rossi: analizziamolo con il film “Per primo hanno ucciso mio padre”

Formatosi  per coadiuvare i soldati del Vietnam del nord contro le forze anti-comuniste, il gruppo dei Khmer Rossi ha successivamente dilaniato la Cambogia con l’intento dell’epurazione nazionale.

Nato inizialmente come ente affiancato alla lotta dei vietnamiti del nord durante la guerra in Vietnam, il gruppo dei Khmer Rossi ottenne il potere in Cambogia a partire dal 1975, portando avanti un’attività di epurazione tristemente nota come “genocidio cambogiano”. Un percorso fatto di violazione dei diritti, torture, abusi. Percorriamone le tappe.

Il coinvolgimento cambogiano nella guerra in Vietnam

La guerra del Vietnam vide la contrapposizione tra la porzione settentrionale del paese, guidata da Ho Chi Minh e basata sugli ideali comunisti, e quella meridionale, il cui leader fu Ngo Dinh Diem, noto per essere vicino all’ideologia del conservatorismo sociale. Al momento dell’inizio del conflitto vietnamita la Cambogia era guidata da Norodom Sihanouk, il quale si espresse a favore della fazione nordvietnamita. Questo permise a molti comunisti vietnamiti (noti con il nome di Vietcong) di trovare rifugio nel territorio cambogiano. A livello internazionale ciò venne percepito come una pesante preoccupazione, poiché si temeva che tale alleanza avrebbe potuto determinare una vittoria comunista. Per questo motivo dunque le forze statunitensi, intensamente coinvolte nel panorama vietnamita nella contrapposizione alla forza comunista, intervennero bombardando il suolo cambogiano. Nel paese, i vietcong erano appoggiati dai Khmer Rossi, un gruppo istituito per coadiuvare i comunisti vietnamiti nella loro guerra contro i loro oppositori. Nel corso del tempo tale formazione ottenne una risonanza politica sempre maggiore, fino ad arrivare a controllarne le redini.

L’ottenimento del potere, il progetto di purificazione e il genocidio

Il 1975 è stato l’anno in cui i Khmer Rossi guidati da Pol Pot raggiunsero la capitale cambogiana Phnom Penh e ottennero il potere sull’intera nazione. Il Partito Comunista di Kampuchea (che recupera il passato nome del paese, ovvero Kampuchea Democratica), noto anche come Partito Comunista Khmer era dotato di un’ideologia basata sull’intreccio tra la corrente comunista maoista e l’opposizione alla logica coloniale. Una volta ottenuto il potere, i Khmer Rossi promulgarono decisioni fortemente restrittive orientate alla statalizzazione e all’esclusione di ogni influenza esterna. Misure molto stringenti, alle quali si affiancarono l’abolizione del sistema bancario e il divieto assoluto di possedere o acquistare beni occidentali, un’azione considerata un pesante oltraggio alla nazione e i cui fautori potevano incorrere anche nella pena di morte. Con l’obiettivo di strutturare una società agraria prosperosa che non necessitasse interventi esterni, il regime dei Khmer Rossi si rivelò essere particolarmente proibizionista. La componente nazionalista era così forte che indusse a ideare un vero e proprio progetto di epurazione con l’intento di definire una popolazione effettivamente affine con gli ideali politici stabiliti. Vennero organizzati campi di lavoro, dove i cittadini (compresi i più giovani) vennero costretti a lavorare per ore e a subire abusi fisici, oltre che psicologici. Molti di loro contrassero malattie che li condannarono a morte certa, in quanto era estremamente vietato fare uso di medicinali provenienti dall’estero (che erano i più efficaci). Ai bambini venne attribuito un ruolo cruciale, in quanto definiti come le future generazioni che avrebbero governato il paese, motivo per cui vennero sottoposti a pratiche di indottrinamento intenso, sfruttando una giovane età ancora non ben consapevole della distinzione tra “giusto” e “sbagliato“. Le misure mortificanti introdotte dal regime causarono la morte di 3 milioni di cambogiani, motivo per cui si parla di genocidio. I superstiti hanno descritto le terribili condizioni a cui vennero sottoposti insieme ai loro coetanei e figli: ognuno era costretto a lavorare per più di 10 ore nei campi senza essere dotato di alcuno strumento che potesse agevolare lo svolgimento delle mansioni richieste, la malnutrizione era una costante a causa delle scarse porzioni di cibo a cui potevano avere accesso e ogni trasgressione veniva punita con l’uccisione. Vennero colpiti maggiormente coloro che appartenevano a ceti sociali medio-alti, come gli insegnanti e tutti coloro che detenevano un titolo di studio particolarmente qualificante.

Il film “Per primo hanno ucciso mio padre” e la percezione dell’accaduto dagli occhi di una bambina

Presentato nel 2017 e seguito da Angelina Jolie nel ruolo di regista, il film “Per primo hanno ucciso mio padre” dà corpo e voce alle terribili azioni compiute dal regime dei Khmer Rossi così come percepite dalla prospettiva dei più giovani. La pellicola si ricollega all’opera “First They Killed My Father: A Daughter of Cambodia Remembers” (tradotta in italiano con il titolo “Il lungo nastro rosso“) scritta da Loung Ung, sopravvissuta agli orrori commessi dal regime. Protagonista del film è proprio Loung Ung, rappresentata alla giovane età di 5 anni, figlia di un funzionario del governo che all’improvviso si trova catapultata nel peggiore degli incubi. Nel susseguirsi delle scene, Loung si vede privata della sua infanzia e di ogni elemento positivo che dovrebbe caratterizzarla per passare al lavoro forzato nei campi, alla lotta per sconfiggere l’avvilente senso di fame e all’addestramento militare come bambina soldato. Mostrati dal punto di vista della piccola Loung, gli spregevoli gesti degli appartenenti al regime risultano essere ancor più crudeli, mostrando come per raggiungere un ideale politico possano essere poste totalmente in secondo piano le necessità dei cittadini, i quali vengono percepiti invece come strumenti, o meglio “macchine”, da utilizzare per edificare la struttura statale tanto bramata. 

La tarda condanna dei responsabili

A seguito della morte di Pol Pot, avvenuta nel 1998, vennero avviati processi per i suoi affiliati. Sebbene l’accordo tra il paese e le Nazioni Unite per avviare tali pratiche sia datato 2003, il primo sviluppo positivo ci fu solo nove anni più tardi, con la condanna all’ergastolo di Kaing Kek Iew, che prestò servizio a capo di un campo detentivo. Poi, solo nel 2018, fu la volta di Noun Chea e Khieu Samphani, che vennero accusati di tortura, schiavitù e sterminio di massa. La lista delle persone coinvolte in tali atrocità che sono rimaste però illese da ogni pronunciamento giurisprudenziale è lunga, e sempre solo nel 2018 le azioni compiute dai Khmer Rossi vennero ufficialmente riconosciute sotto il nome di genocidio.

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