Il raptus omicida: quando un padre diventa assassino

I fatti

Sant’Agata, Mugello, provincia di Firenze. Sono le 21.50 del 14 settembre 2018 quando ANSA.it riporta la terribile notizia dell’ennesimo caso di tragedia familiare. Un bambino, dell’età di appena un anno, intorno alle 20, viene ucciso a coltellate dal padre, mentre la madre lo teneva in braccio nel disperato tentativo di proteggerlo. L’allarme è stato dato dalla nonna del bimbo, che ha chiamato il 112 sentendo delle urla.

La notizia è di questa notte e i carabinieri devono ancora ricostruire la dinamica precisa dei fatti. Dalle informazioni attualmente disponibili, la coppia stava litigando nella sua abitazione durante la cena. Il padre, 34 anni, già noto alle forze dell’ordine per truffa e frode informatica. La madre, 30 anni, nota a sua volta per truffa. Una lite, furiosa, che prosegue con la minaccia da parte del padre di uccidere i due figli, di 1 e 7 anni, e la moglie.

La dinamica

È possibile immaginare che la dinamica sia stata più o meno questa: i genitori iniziano a discutere, i toni si accendono, la lite si fa furibonda; il padre inizia a minacciare di morte la famiglia, la madre prende tra le braccia il figlio nel tentativo di proteggerlo, invano, per poi fare da scudo sull’altra figlia rifugiandosi sul terrazzo. Le forze dell’ordine, giunte sul posto, trovano una scena terribile e agghiacciante: la madre e il bambino, abbracciati e immobili in un lago di sangue; poco distante il padre, immobile a sua volta e arrestato in flagranza di reato con l’accusa di omicidio e lesioni personali aggravate. La bambina, comprensibilmente sotto shock per l’aver assistito alla vicenda.

Queste tragedie sono puzzle difficili da ricostruire. Episodi di violenza apparentemente incomprensibile, inaudita, esplosiva e improvvisa. Le dinamiche familiari che portano alle liti possono essere infinite, ma quali che siano le motivazioni che accendono una discussione è spesso un altro il confine che trasforma un conflitto in un episodio di follia.

In psichiatria e psicopatologia forense, quando le circostanze paiono confermare un gesto apparentemente non organizzato o precedentemente pensato, si è soliti attribuire il superamento di questo confine a una particolare condizione psicofisica soggettiva: il raptus. Ma in cosa consiste?

Il raptus

Il raptus (dal latino raptus, “rapimento”) è un impulso improvviso e intenso che induce un soggetto a una fase con forti parossismi – l’esasperazione di una situazione o di una reazione affettiva, caratterizzata dalla perdita di controllo – che possono condurre ad agiti estremi e violenti. È possibile altresì che si manifesti come un’alterazione dello stato di coscienza, in cui le azioni sembrano perpetuate come automatismi, in risposta a percezioni allucinatorie o pensieri deliranti.

Nel linguaggio comune, il raptus rappresenta una fase in cui la persona può compiere atti aggressivi e lesivi volti all’altro e a se stesso. In psichiatria forense, questa condizione è spesso considerata come rappresentativa di una momentanea incapacità di intendere e di volere, dunque attenuante rispetto al commettere reato e rientra nella categoria di reato d’impeto e impulso irresistibile (ne fanno parte monomania, discontrollo episodico e follia transitoria).

Nella giurisprudenza, la parola raptus viene utilizzata solo per quanto riguarda il raptus epilettico, cioè il compimento di un comportamento del tutto improvviso che avviene in una fase epilettica. Riguardo l’imputabilità o gli stati emotivi, pulsionali o passionali, tale fenomeno non viene pressoché mai associato. Tema controverso, è possibile coglierne il principio ponendolo a confronto con l’omicidio premeditato, in cui la componente aggressiva non è reattiva e momentanea, ma fortemente endogena, utilizzata come motore per l’organizzazione finalizzata e strumentale.

L’acting out

Uno dei più importanti psicopatologi forensi italiani, Ugo Fornari, descrive nel suo trattato di psichiatria forense il concetto di acting out, più appropriato e saliente nell’inquadrare, da un punto di vista fenomenico, la dinamica intrapsichica alla base di alcuni comportamenti. L’acting out è l’espressione delle proprie emozioni e dei propri vissuti conflittuali sotto forma di azione, bypassando una loro gestione più consapevole ed evoluta mediante l’utilizzo del linguaggio. Ciò che caratterizza questi stati transitori è l’assenza di pensiero riflessivo e di controllo degli impulsi, oltre che una marcata incapacità di pensiero previsionale e anticipatorio, ovvero di immaginare e considerare le possibili conseguenze di un comportamento.

Secondo Lacan, psicoanalista francese della seconda metà del Novecento, l’acting out è associabile alla manifestazione di un fenomeno psicotico, che si esprime in quanto “ciò che è precluso al simbolico, ritorna nel reale”. Ciò significa che l’impossibilità ad accedere a un’attività di pensiero riflessiva, mentalizzata e simbolica determina nell’individuo la necessità di agire i propri conflitti, come se non vi fosse un’alternativa plausibile alla scarica immediata e concreta che riversa l’aggressività e l’impulsività direttamente sulla realtà.

Consiederazioni conclusive

La possibilità che un soggetto sperimenti questo stato momentaneo di sostanziale distacco dalla realtà dipende da fattori endogeni ed esogeni. Un fenomeno simil allucinatorio o pseudo onirico, in cui il pensiero e le azioni non sono associate, che può dipendere da variabili quali il temperamento, il carattere, la predisposizione biologica e i fattori ambientali. Da non sottovalutare è anche l’aspetto motivazionale, spesso riconducibile a reazioni perverse e abnormi di gelosia e controllo. Risulta importante specificare come, tuttavia, questi comportamenti possano inserirsi all’interno di una personalità clinicamente non inquadrabile in una diagnosi di disturbo di personalità: la loro specificità risiede nella transitorietà, che non necessariamente implica una personalità premorbosa patologica.

Altre correnti di pensiero definiscono improbabile la possibile manifestazione di tali comportamenti in quadri non clinici, ritenendo il reato la conclusione di un decorso cronologico di emozioni, conflitti e pensieri che culminano in queste tragedie. Se da un lato, però, la psichiatria forense concepisce l’esistenza di questi atti, è noto come la cronaca e il giornalismo moderno sfruttino spesso in modo strumentale il concetto di raptus. L’occasione di proporre al pubblico delle narrazioni più suggestive e attraenti, per quanto macabre, risponde infatti al bisogno di concepire queste situazioni come oscure e di difficile interpretazione, ponendole come un thriller basato su fatti realmente accaduti e garantendo così un adeguato distacco al lettore. Forse, invertire questa tendenza, sarebbe auspicabile al fine di sensibilizzare maggiormente – qualitativamente parlando – l’opinione pubblica.