Un libro mozzafiato, che analizza al microscopio tutti i protagonisti del processo: vittime, imputati e corte.

Carrère ci offre una “cronaca giudiziaria”, proprio come suggerisce il sottotitolo. Egli ha raccolto tutti i suoi appunti, pubblicati a cadenza settimanale nel formato di 7800 battute, dove racconta passo dopo passo il processo, facendo emergere lati nascosti e punti critici.
V13: UNA CRONACA GIUDIZIARIA INEDITA
13 novembre 2015: Bataclan, Stade de France, Le Carillon e Le Petit Cambodge. Ecco data e luoghi di una delle notti più sanguinarie e sconvolgenti della storia francese. Una serie di attacchi terroristici di matrice islamica misero a ferro e fuoco le strade di Parigi. A rivendicare questa carneficina fu un commando armato collegato all’autoproclamato Stato Islamico, comunemente noto come ISIS. Resoconto? Centotrenta morti e oltre trecentocinquanta feriti. Si trattò della più cruenta aggressione in territorio francese dalla seconda guerra mondiale e del secondo più grave atto terroristico nei confini dell’Unione europea dopo gli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid.
8 settembre 2022: Île de la Cité. Iniziò il processo mirato all’identificazione dei terroristi, alla ricostruzione dei loro percorsi e all’individuazione degli eventuali complici. Nessuna delle sale del palazzo del tribunale era abbastanza capiente, decisero quindi di costruire una scatola di tamburato bianco nell’atrio dell’edificio, senza finestre, lunga 45 metri e larga 15 metri, capienza di 600 persone. Il presidente della corte era Jean-Louis Périès. Gli imputati del processo erano venti: quattordici erano presenti e undici di questi si trovavano all’interno di un box di vetro. I principali imputati erano: Salah Abdeslam, Mohamed Abrini, Osama Krayem, Sofien Ayari, Mohamed Bakkali, Adel Haddadi e Muhammad Usman.
Durante il processo furono ascoltate circa 1800 persone (superstiti o parenti delle vittime) dei tre attentati.
Tutte le redazioni mondiali crearono la propria squadra di giornalisti da mandare a seguire il processo. Nove mesi nella scatola, tutto il giorno, tutti i giorni. Era cruciale reperire i giornalisti migliori: preparati, scaltri, sfacciati ma rispettosi, astuti, ma soprattutto pronti a dover contrastare e sopportare le emozioni di un processo tutt’altro che leggero.
All’Observateur venne solo un nome in mente: Emmanuel Carrère. Lui accettò. Il suo compito era quello di redigere 7800 battute da spedire alla redazione con cadenza settimanale.
Lui non è un giornalista, ma sembra essere esattamente al suo posto. Egli è infatti in grado di incantare il lettore, non facendogli staccare per un secondo gli occhi dal foglio, grazie alla sua scrittura ricercata ma accessibile.
Carrère decise quindi di buttarsi a capofitto in questa avventura. Da scrittore esperto, per evitare di correre il rischio di perdersi, decise di dividere il volume in cui sono raccolti i suoi resoconti, in tre parti: le vittime, gli imputati e la corte.
LE VITTIME
Nella prima sezione del libro viene affrontato il tema delle vittime. In questa parte, la porzione più lunga del processo, i feriti e i familiari delle vittime raccontano, con un tono crudo ed estremamente diretto, le loro esperienze, mettendo sotto gli occhi di tutti una narrazione precisa e puntuale. Sono molte le dichiarazioni che hanno segnato maggiormente i presenti, ma in modo particolare quella di Marylin, una ragazza sopravvissuta agli attentati dello Stade de France, ma che ha subìto gravi conseguenze psicologiche. E quella di Nadia , mamma di Lamia, una giovane ammazzata in uno dei bistrot presi di mira dai terroristi, assieme ad un ragazzo con il quale aveva appena iniziato a frequentarsi. Entrambe le testimonianze sono fondamentali, perché se da un lato abbiamo un vittima vera propria, dall’altro abbiamo una parente, quindi una sorta di vittima collaterale, una spettatrice involontaria.
La storia di Marylin pone l’attenzione nell’attacco considerato meno grave, facendo emergere un problema che si è venuto a creare: esistono davvero attentati di serie A e di serie B? Assolutamente no.
Nadia, invece, ha raccontato minuto per minuto le ventiquattr’ore trascorse tra l’ultima volta che ha visto la figlia e la ricezione della notizia della sua morte.
La prima parte del libro è senz’altro quella più difficile da digerire, le testimonianze e la narrazione dello scrittore generano una visione ampia dell’atrocità e della sofferenza delle vittime. Qui Carrère offre visibilità ad ogni storia, ogni morte e ogni sopravvissuto.
Di sostanziale importanza è la scissione interna delle vittime: poche chiedono vendetta, molte chiedono verità e giustizia.
GLI IMPUTATI
La seconda parte del libro riguarda gli imputati, personaggi scialbi, banali, piccoli spacciatori e delinquenti. Essi risultano quindi poco interessanti e avvincenti, dal momento che le vere menti criminali sono morte.
Gli imputati principali sono Salah Abdeslam e Mohammad Abrini, due amici che si sono recati a Parigi con il resto del commando, ma che non hanno partecipato agli attentati. Abrini è riuscito a fuggire a Bruxelles la sera antecedente al massacro, mentre Abdeslam è sopravvissuto perché non ha avviato la bomba. Le motivazioni? Paura, un inceppo, ripensamento, non è chiaro.
Tra gli altri imputati ci sono, inoltre, due jihadisti che dalla Siria erano diretti a Parigi, ma sono stati arrestati a Vienna prima di raggiungere il territorio francese e quindi di commettere il crimine. E poi i cinque complici minori. Alcuni hanno aiutato Abdeslam a fuggire da Parigi e tornare a Bruxelles, uno ha fornito documenti falsi. Tre di loro, vista la posizione lieve e irrilevante, sono imputati a piede libero. Sono presunti complici. Sono gli unici responsabili a cui si può addossare fisicamente la colpa.
LA CORTE
In questa sezione emerge maggiormente il talento di Carrère. Egli riesce a descrivere e trasmettere, con una precisione chirurgica, l’aria che si respira durante ogni istante del processo. Non solo quindi le vere e proprie dichiarazioni o lo scandirsi processuale, ma anche i momenti di condivisione, come lo scambio di opinioni alle macchinette del caffè o la sera del bistrot. Ad una scrittura e un reportage accademico è quindi affiancato un lato umano, tipico della penna spietata ma anche empatica e sincera dello scrittore.
L’ultima parte è infine dedicata alla corte, e comprende le arringhe finali e il verdetto. Essendo la parte più tecnica di V13, vengono sviscerati gli assetti della giustizia e gli aspetti legali del processo, offrendo quindi un’analisi abbastanza approfondita sul diritto e sulla giustizia francese.
Tassello centrale del processo è la condanna di Salah Abdeslam: il massimo della pena, l’ergastolo ostativo senza alcun tipo di riduzione o beneficio penitenziario.
Per quanto riguarda gli altri imputati: colui che ha falsificato i documenti è stato assolto con formula piena, i restanti, invece, condannati a due anni di reclusione per favoreggiamento al terrorismo.
Sorgono però due grandi contraddizioni. La prima è la condanna di Abdeslam: sicuramente avrebbe ricevuto una pena molto più lieve se al banco di prova fossero stati presenti gli altri – e veri – attentatori. La seconda contraddizione sta nella condanna degli altri imputati: hanno avuto una pena basata sul favoreggiamento semplice, nonostante siano stati giudicati come veri e propri terroristi.
DIFESA DI ROTTURA E POLITICA COLONIALE
Carrère, nel quarto paragrafo del primo capitolo, scrive:
All’improvviso, Salah Abdeslam si è alzato, si è agitato nel box finché gli è stato aperto il microfono e ha chiesto se sarebbe stata data la parola anche a quelli che vengono bombardati in Iraq e in Siria. Il presidente ha detto che se ne sarebbe discusso a tempo debito e ha chiuso il microfono.
Abdeslam utilizza la cosiddetta difesa “di rottura”, teorizzata da Jacques Vergès nel 1987 in occasione del processo all’ufficiale nazista Klaus Barbie.
In difesa di Barbie, Vergès pronunciò una vasta serie di contro-capi d’accusa per genocidio e tortura rivolti alla Francia coloniale e post-coloniale dal 1945 in poi. L’intenzione dell’avvocato era quindi quella di far decadere le accuse contro Barbie – riuscendoci – sostenendo che il sistema giuridico francese non possedesse nessun diritto morale a giudicare l’ex nazista.
L’imputato e la sua avvocatessa Olivia Ronen cercano quindi di seguire le orme di Vergès, facendo emergere una questione molto delicata. Sotto gli occhi di tutti è che la Francia, facente parte di una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, ha sganciato sull’Iraq e sulla Siria bombe che hanno provocato centinaia di morti.
L’origine del terrorismo jihadista potrebbe quindi porre le fondamenta sia nella politica coloniale sia nell’intervento militare contro lo Stato Islamico dell’Iraq del 2014 che la Francia ha attuato. Quindi una sorta di ritorno di fiamma di alcune scelte, considerabili scellerate, del governo francese e americano. Ciò non giustifica certamente le azioni di Abdeslam e dei restanti terroristi, però ci permette di creare un ottimo spunto di riflessione: chi è il reale carnefice?
Ovviamente gli attentanti del 13 novembre 2015 sono una pagina nera della storia contemporanea, dove a perdere la vita sono state donne e uomini innocenti per mano di personaggi squilibrati, che non avevano alcun diritto di decidere le loro sorti. Ma la faccenda è analoga per le donne, gli uomini e i bambini siriani e iracheni. Anche loro vittime collaterali di quei “bombardamenti chirurgici”, che si sono rivelati, invece, dei veri e propri massacri di civili.
