Il poliziesco investigato attraverso i suoi più scaltri “detectives”: Hitchcock e i grandi giallisti

Il genere giallo vanta una storia d’oltre un secolo cominciata in letteratura e continuata anche nel cinema.

Carlo Emilio Gadda, Dagospia

Un colpevole da smascherare, uno scaltro investigatore, un crimine avvolto nel mistero: questi gli aspetti portanti di uno dei generi più amati e produttivi di sempre: il giallo.

L’età dell’oro del cinema giallo

Negli anni ’30 del ‘900 il cinema si arricchisce di un nuovo genere, caratterizzato da trame avvincenti e intrighi totalmente rivoluzionari, che riconosce negli Stati Uniti la sua culla prediletta per poi crescere sino a varcare i confini ed imporsi dovunque. Questo innovativo impulso cinematografico non assume subito un nome preciso ma si fa conoscere attraverso varie accezioni, tra cui Noir, Mistery ecc… Questo perché gli elementi che si combinano insieme provengono da universi stilistici variegati: ecco dunque spiegata l’intramontabile fama che lo contraddistingue. Durante la visione si possono riconoscere elementi tipicamente “autoctoni”, quali mistero e investigazione, ma anche avventurose e passionali relazioni amorose, il tutto condito da una generosa manciata di suspence ereditata dall’horror. Padre indiscusso del genere, nonché regista tra i più quotati di tutta la storia della settima arte, è il britannico Alfred Joseph Hitchcock. Soprannominato “maestro del brivido” per la capacità di portare il genere thriller, strettamente imparentato con il “giallo” tanto da esserne sinonimo, ad un livello di completezza mai raggiunto prima. La sua produzione attraversa il cuore del secolo, dal 1925 al 1976, regalandoci più di cinquanta film e alcune pellicole dall’immenso valore fondativo: “Psyco”, “La donna che visse due volte”, “La finestra sul cortile” ecc… Voler raccontare nel dettaglio le trame di questi ed altri capolavori comprometterebbe il gustarseli sul divano in una di queste sere di malinconica quarantena…ergo…buona visione!

Sir Alfred Joseph Hitchcock, blogspot.com

Un passo indietro

Addentrandoci nel mare magnum della letteratura balza all’occhio come il giallo abbia conosciuto negli autori britannici i suoi iniziatori, anzi, i suoi “mamma e papà”: Agatha Christie e Arthur Conan Doyle. Se questi nomi non ci dicono nulla sul momento, magari l’Hercule Poirot di Agatha e lo Sherlock Holmes di Arthur possono illuminarci. Sono infatti i protagonisti più celebri dei loro romanzi ed in particolare il secondo, reso ancor più popolare grazie all’interpretazione di Robert Downey Junior, è divenuto ormai il prototipo perfetto di investigatore dal fiuto geniale. La loro scrittura è pervenuta in Italia grazie all’intuizione dell’editore Arnoldo Mondadori, che nel 1929 decise di lanciare nel mercato editoriale italiano il genere poliziesco, abile nel riscuotere un enorme successo oltre manica e soprattutto oltre oceano: fu così che uscì la collana dei “Gialli Mondadori”, chiamati così dal colore della loro copertina. La scelta azzardata ripagò a tal punto il suo promotore che, da quel momento in poi, l’intero genere avrebbe preso il nome di “giallo” in Italia. Anche noi abitanti dello stivale annoveriamo tra le nostre fila degli invidiabili narratori di detective stories i quali non solo vi si cimenteranno, ma rivolteranno il genere come un calzino sino a “distruggerlo”: stiamo parlando di Leonardo Sciascia e Carlo Emilio Gadda.

Leonardo Sciascia, The Guardian

I letterati italiani

Anni ’60 e ’70 su per giù. È dunque trenta o quarant’anni circa che il poliziesco ha debuttato nel bel Paese. Nel frattempo l’ormai noto Sir. Hitchcock continua a spron battuto la sua illuminata regia. La popolarità della nuova corrente non può lasciar indifferenti alcuni dei nostri compatrioti scrittori, decisi a seguirla. Ecco dunque che nel 1963 Carlo Emilio Gadda pubblica “La cognizione del dolore”, romanzo d’ispirazione autobiografica edito sì ad inizio anni ’60 ma frutto d’una composizione collocabile in pieni anni ’30. Poco dopo è la volta de “Il contesto” di Leonardo Sciascia, breve romanzo politico-poliziesco del 1971 dalla forte caratterizzazione dissimulatoria. Svelare la trama? Direi di no, dato che alla visione di un bel film s’accompagna divinamente la lettura: un binomio d’intrattenimento per alleviare la contumacia casalinga d’oggi. Le due opere paiono appartenere a due universi paralleli, distanti anni luce fra loro sotto la quasi totalità degli aspetti da indagare: lingua, lessico, sintassi ecc… Ciò che li accomuna è il pervenire, chi prima e chi dopo, al cuore della norma prestabilita dal loro contenitore stilistico: il crimine. Nell’ambientazione “sciasciana” non solo uno ma più omicidi vengono perpetrati, obbligando l’investigatore a destreggiarsi nel fitto groviglio di indizi, piste e supposti moventi. Nel mondo gaddiano, dopo una prima parte quasi “psichedelica” (leggetelo, capirete perché), il sangue del cadavere sconvolge il corso della storia. In entrambi il colpevole non viene svelato e dunque lo smascheramento non avviene, lasciando l’opera priva del suo apice narrativo ed emotivo. Se nell’opera di Sciascia si può intuire chi possa esser stato, senza però la certezza autoriale, nella Cognizione non ci si interroga nemmeno sul possibile assassino, come se l’ipotizzare in via investigativa fosse un’azione aliena al testo stesso. A questa prima vitale mancanza s’aggiunge l’aspetto parodico, poiché l’opera di Gadda non solo manca d’una canonica conclusione ma ad essa sostituisce una lirica finale denominata “Autunno”. Intrigante, no? Detto ciò, buona lettura!

 

 

 

 

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