Il piacere di provare piacere: dalla teoria di Leopardi a De Andrè

I piccoli momenti di piacere, gli instanti evanescenti, quasi impercettibili, sono quelli che fanno la differenza. Lasciano un segno indelebile, si aspettano con ansia, sembrano non arrivare mai. Sono momenti rari, sempre distanti e difficili da afferrare. Alcuni sono calcolati e si sa che arriveranno, sono quelli per cui si fa il conto alla rovescia, ci si prepara al meglio e si cerca di conservarne un ricordo che sia il più vivo possibile, perché possano essere sempre vivi nella memoria. Altri sono fulmini a ciel sereno, scuotono improvvisamente la normalità della vita quotidiana, possono essere frutto di piccole sorprese della vita o il risultato di piacevoli imprevisti. Ci sono poi i diversi tipi di piacere, variano infatti da quelli che soddisfano la mente a quelli che appagano il corpo. Alcuni sono piaceri che derivano dal soddisfacimento di bisogni istintuali e fisici, altri sono frutto di una mirata ricerca, a cui si giunge dopo lunghi percorsi. Alcuni piaceri si trovano in se stessi, altri grazie al contatto con altre persone, e altri  nella contemplazione, ma il piacere è realmente un breve istante?

La teoria del piacere di Leopardi

Il piacere, in quanto elemento comune ad ogni uomo, è stato oggetto di speculazione filosofica da parte di innumerevoli artisti, tra questi si trova G. Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798- Napoli 14 giugno 1837). Il poeta è noto per un’ampia indagine morale e filosofica sull’animo umano e le sue afflizioni, che lo ha condotto in primo luogo allo studio di quelle che sono le principali fonti di dolore e insoddisfazione per esso. Spicca la ricerca nota come “teoria del piacere“, in cui Leopardi analizza il piacere, si interroga su cosa sia e da cosa nasca, ma soprattutto si chiede se sia in qualche modo possibile appagare completamente tale desiderio. Egli ritiene che sia coincidente con la felicità, è quindi un’inclinazione naturale dell’uomo che non si accontenta di raggiungere un momentaneo soddisfacimento delle proprie pulsioni, ma cerca una continua forma di appagamento. Questa è la naturale inclinazione dell’uomo, ce secondo il poeta può trovare appagamento solo nella contemplazione dell’infinito e dell’indefinito, poiché solo qui l’immaginazione può dar vita a illusioni senza restrizioni che possano appagare un desiderio infinito. Questa speculazione filosofica prende le mosse dallo “Zibaldone” , in cui si riflette sul rapporto tra l’uomo e  ciò che lo circonda, e sopratutto fra l’uomo e se stesso, giungendo alla conclusione che il desiderio di piacere è destinato a rimanere insoddisfatto, è infatti una continua tendenza dell’uomo che sente il bisogno di distaccarsi dalla sofferenza e dall’indolenza della vita.

Ne “Il sabato del villaggio” Leopardi racconta la storia di una giovane che tornando a casa porta con se’ dei fiori con cui si agghinderà l’indomani, giorno di festa. Camminando la ragazza vede scena di vita quotidiana degli abitanti del paese, ciascuno intento nelle proprie occupazioni, cercano di terminare i lavori prima della domenica mattina, il giorno più atteso. Come afferma il poeta stesso, non è però un giorno di gioia come si crede, ma di “tristezza e noia“, in cui viene vanificata tutta l’attesa del giorno precedente. Il rapporto tra i due giorni della settimana è lo stesso che intercorre tra la giovinezza, piena di gioie e speranze per il futuro, e l’età adulta, che guarda disincantata alla vita umana.  Leopardi giunge così quindi alla conclusione che il piacere vero risieda nell’attesa dell’appagamento dello stesso, che in realtà risulta vano ed impossibile da raggiungere.

Bocca di Rosa e il piacere carnale

Fabrizio De André (Genova, 18 febbraio 1940- Milano, 11 gennaio 1999) nel suo album “Volume I” inserisce una canzone, che poi diventerà uno dei suoi più grandi capolavori, il cui titolo è “Bocca di Rosa“. Il testo racconta l’arrivo della ragazza nel paese di Santi’Ilario, dove grazie al suo comportamento irriverente attira l’attenzione degli uomini, e conseguentemente l’ira delle mogli. Le invidiose cercano di farla allontanare dal paese con l’intervento dei carabinieri, alla stazione però la donna viene salutata malincuore dai suoi amanti. Nella tappa successiva, dove si era ormai sparsa la voce del suo arrivo, trova altrettanti uomini ad attenderla e persino il parroco che la porta con se’, in prima fila, nella processione.

La donna non viene fornita di alcuna connotazione fisica, di lei si hanno solo le informazioni che si ricavano osservando i suoi rapporti con le persone. A tal proposito importante è la sfera maschile, oggetto del suo desiderio e, a sua volta, fonte di piacere per questi. Bocca di Rosa non è una prostituta, ella fa l’amore “per passione“, è una donna che vive per il puro soddisfacimento delle pulsioni istintuali. Lei stessa sembra incarnare il piacere, è la assoluta protagonista della canzone, tanto desiderata quanto irraggiungibile. Faber senza dare alcuna indicazione fisica rende naturale immaginare una donna estremamente bella,  il suo comportamento non è mai volgare o malizioso, pur gravitando costantemente nell’ambito sessuale. Anche De André quindi sembra essere d’accordo con Leopardi, vede il piacere come un’inclinazione a cui tende spontaneamente l’uomo, chiunque esso sia, da un militare a un prete.

Claudia Sabatino

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