Un po’ italiano un po’ tunisino

Marchionne sulla copertina di Time

Marchionne direbbe un po’ italiano un po’ canadese, ma questo non cambia le cose. Sergio Marchionne nasce a Chieti il 17 giugno 1952 da Concezio Marchionne e Maria Zuccon. Per esigenze lavorative la famiglia si trasferisce in Ontario, Canada, quando Sergio ha 14 anni. Sin da giovane il futuro manager ha quindi la possibilità di venire a contatto con due culture molto diverse tra loro, italiana e americana. Marchionne farà sempre tesoro del suo passato, usando la sua mentalità internazionale a proprio vantaggio. Ne è un esempio uno degli aneddoti che più amava raccontare durante le conferenze: Quando arrivai in Fiat nel 2004 il gruppo perdeva circa 5 milioni di euro al giorno. Entrai in ufficio l’1 agosto ed era completamente deserto. Mi dissero che essendo agosto erano tutti in ferie, quindi chiesi precisamente da cosa fossero in ferie visti i 5 milioni di rosso giornalieri. Non capisco questa mania di dover fare le ferie in agosto, che peraltro c’è solo in Italia. In Canada e negli Stati Uniti ad Agosto si lavora e le ferie vengono prese a prescindere dalla stagione. Se per un mese intero l’azienda non ha dipendenti non si può andare molto lontano. Il trionfo definitivo della sua mentalità globalista arriva con la fusione tra Fiat e Chrysler, che dà vita al gruppo FCA. Da qui in poi Marchionne sarà ancora più attento a dare all’azienda un profilo internazionale. Per esempio sul modello americano iniziò anche in Italia a comunicare con i dipendenti attraverso lettere scritte da lui in persona, con le quali chiariva le scelte più delicate dell’azienda utilizzando un tono familiare, quasi paternale.

Dritto per la mia strada, meglio di niente

Marchionne era un uomo tutto di un pezzo. La stampa non esitò mai a definirlo spietato. Nelle sue scelte andava sempre fino in fondo con ferma decisione, anche quando sembravano decisioni insensate. Un esempio lampante è quello della questione Irisbus. Irisbus fu un colosso creato da Fiat insieme a dei partner francesi che divenne il secondo produttore europeo di autobus. Questo finché a sorpresa Marchionne non decise di chiudere tutto: la Fiat non avrebbe più prodotto autobus. Centinaia di posti di lavoro sarebbero saltati, ci furono proteste, scioperi, il governo stesso intervenne. L’AD Fiat non si smosse di un centimetro, Irisbus chiusa e dipendenti in cassa integrazione. Fu una delle decisioni più controverse e discusse prese da Marchionne. La risposta di quest’ultimo fu che il suo lavoro era di dirigere un’azienda. La sintesi di un leader freddo ma deciso e forse sì, talvolta senza cuore.

Cambiano i ministri ma non la minestra

Marchionne affermava di non avere alcun interesse politico. Ciò nonostante parlava molto spesso con i politici, indistintamente da quale partito essi rappresentassero. Questo diede vita a diverse dispute tra i giornalisti su quale fosse l’orientamento politico del manager. La risposta di Marchionne fu che lui parlava coi politici solo per lavoro, aldilà di colori e simboli. È vero, prima si è detto che a volte l’ex amministratore delegato è sembrato senza cuore. È altrettanto vero che i suoi dialoghi coi politici erano volti a un futuro migliore per l’azienda e per i suoi dipendenti. Quando fu abbandonato lo stabilimento di Termini Imerese dalla Fiat, Marchionne trattò personalmente col governo per far sì che la fabbrica non rimanesse abbandonata e con lei le sue avanzate risorse.

Sergio Marchionne con Matteo Renzi, i due nonostante idee molto divergenti hanno lavorato spesso insieme

C’è chi ha la mente chiusa ed è rimasto indietro, come al medioevo

Quando Marchionne prese in mano la Fiat questa non era più una grande casa automobilistica, bensì un’azienda i cui giorni migliori erano andati e la sua sopravvivenza era determinata da numerosi aiuti statali. Oggi, dopo 14 anni di gestione Marchionne, è il sesto gruppo automobilistico al mondo. Uno dei fattori di questo successo è certamente la ventata di aria fresca portata dall’AD. Un esempio è senza dubbio la rinnovata modalità di relazione con i dipendenti, che si discosta profondamente dalla gestione degli Agnelli. La famiglia Agnelli fondamentalmente non intrecciava rapporti con i dipendenti fino a che questi non si presentassero con lettere formali sottoscritte anche dal sindacato. Inutile dire che con questo sistema il rapporto dirigenza/operai veniva ridotto all’osso. Oltremodo facendo così i dipendenti avvertivano una certa freddezza da parte degli Agnelli, aumentando il malcontento. Marchionne al suo insediamento optò per rivoluzionare il rapporto con gli operai. L’amministratore delegato non sarebbe più rimasto dietro una scrivania ad aspettare che qualcuno andasse da lui a lamentarsi. Il manager infatti non passava le sue giornate in ufficio, preferendo passeggiare per le officine a parlare personalmente con i dipendenti. Come da sua ammissione non era per sembrare più buono, quanto perché semplicemente è un metodo più veloce ed efficacie per capire i problemi rispetto che aspettare un’azione ufficiale da parte del sindacato.

Oh eh oh, quando il dovere mi chiama, oh eh oh, rispondo e dico son qua

Il padre di Marchionne, Concezio, era un carabiniere. La cosa non è ininfluente, in quanto come dichiarato da lui stesso l’essere figlio di un gendarme lo ha fornito di un forte senso del dovere. Questo lo ha portato a una sua famosa considerazione sul potere: Io non cerco potere, non uso il mio lavoro per ottenere potere. Piuttosto ho potere perché il mio lavoro lo necessita, ma di certo non ne faccio un uso personale quanto aziendale. Sempre il suo senso del dovere è alla base di uno dei suoi discorsi più discussi e contestati. Eccone l’estratto più famoso: i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Se però continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo. Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione, dell’oggi e soprattutto del domani. Una frase che lecitamente può essere condivisibile o meno, ma che sicuramente non è banale e che in tutti quelli che la leggono non può non far nascere un moto di riflessione.

Filippo Gatti