“Il Papa non ha perso il suo senso dell’umorismo” ma è un motivo letterario religioso

Come mai si parla tanto del senso dell’umorismo del Papa? Ce lo spiega Roland Barthes col concetto di “biografema”.

Perché amo Roland Barthes?

Molti uomini di Chiesa sono accomunati da un “forte senso dell’umorismo”; Tommaso Moro, Teresa d’Avila, Padre Pio, Papa Francesco. È solo una coincidenza? O forse è un tema letterario?

DUE CAPPUCCINI

Due frati cappuccini hanno un incidente a cui non sopravvivono. Quando arrivano in Paradiso sono molto preoccupati: “Noi non c’entriamo niente”, hanno paura che non saranno ammessi. Parlano a San Pietro “noi non c’entriamo, siamo morti da poco… siamo ancora caldi caldi”, “non è che per questo inconveniente…?”. “Ma figuratevi” risponde San Pietro, che subito va dal Padre Eterno, perché come si sa lui fa da mediatore per i novelli morti: “Padre Etè, ci sono due cappuccini caldi caldi” dice San Pietro. Risponde il Padre Eterno: “E chi li ha ordinati?”.

Probabilmente non è vero che queste ed altre barzellette erano solite essere raccontate da Padre Pio. Ma il suo carattere scherzoso è rinomato ed è un aspetto fondamentale del suo carisma. Non solo sapeva tutte queste barzellette ma sapeva modulare la voce al meglio per raccontarle. Proprio quello ha contribuito alla sua fama. Anche dopo le accuse, tra cui quella di impostura, il popolo preferiva lui ai sacerdoti ordinari. I contadini del beneventano formarono una piccola comunità intorno a lui, il suo culto è ancora ben saldo nel Meridione. Il fenomeno di Padre Pio è oggetto di studio antropologico, anche da parte di non religiosi. In questo tripudio di devozione è molto interessante la facilità con cui emergono i racconti, gli aneddoti, le imprese. La vicenda di questo santo è un misto di miti popolari, storie mai completamente false ma sempre verosimili che ruotano attorno ad un perno stabile: il presunto senso dell’umorismo. Il semiologo Roland Barthes direbbe che questo è un “biografema”.

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BIOGRAFEMA E BIOGRAFIA

Anche Barthes attribuirebbe alle “immagini” costruite intorno a padre Pio una portata antropologica. I suoi studi si concentrano sul linguaggio visivo, che secondo lui può veicolare oltre che significati ovvi alcuni significati impliciti. Ad esempio parla della fotografia artistica, che si sforza di sembrare reale ma in realtà è tutta costruita strategicamente. La sua riflessione si estende alla letteratura, e tocca proprio la questione del racconto. Barthes ne vuole indagare la struttura, scovando i motivi che ricorrono sempre. I racconti sono “infiniti atti di parole”, non solo favole appartenenti alla letteratura canonica ma anche leggende metropolitane, gossip da rivista, tutto quello che si può narrare, incluse le vite.  Il “biografema” è proprio un motivo o tema ricorrente nelle biografie, una sorta di unità minima della biografia letteraria. Il biografema è un ricordo artificiale, costruito. E infatti è perfetto per la biografia immaginaria, un genere letterario di moda nel secolo XIX che falsificava ricordi ed esperienze attribuite ad un personaggio per accentuarne la grandezza. L’esempio che tutti conosciamo è il falso racconto della conversione di Manzoni. Si dice che Manzoni, che soffriva di agorafobia, si sia convertito il giorno delle nozze di Napoleone dopo aver trovato rifugio in una Chiesa.  Questo aneddoto è fabbricato con lo scopo preciso di collegare la vita di Manzoni ai suoi temi di interesse, tra cui Napoleone e un certo carattere spirituale della fede. Sappiamo che è un aneddoto falso, mentre in altri casi il confine tra realtà e finzione non è così chiaro.

LE VITE DEGLI UOMINI DI DIO

Veniamo allora alle vite degli uomini di Dio. In questi giorni di ricovero del Papa, i giornali stanno scrivendo molto del suo senso dell’umorismo, illeso dalla malattia. Anche Giorgia Meloni dice di aver “scherzato come sempre” col Santo Padre. Questo motivo è così ricorrente che sembra quasi un riempimento.  Insomma, possibile che Papa Francesco sia in pericolo di vita e pensi a ridere e scherzare? Certamente, ma il fatto che ridere e scherzare sia comune agli uomini di Chiesa in racconti più o meno inaffidabili lo rende un po’ sospettoso. Teresa d’Avila insegnava alle giovani suore che bisognava avere senso dell’umorismo, anche Tommaso Moro era noto per il suo senso dell’umorismo che lo accompagnava in situazioni difficili. Questi fatti sembrano legati alla vita reale e quindi scollegati dall’analisi letteraria in realtà non lo sono. Seguendo Barhtes diremo che giornali, racconti, aneddoti, cose che si sentono dire in conversazioni casuali, sono tutte porzioni di testo in lingua. E la lingua ha la proprietà preziosissima del metalinguaggio, cioè dell’analisi di sé stessa.

MA A CHE SCOPO QUESTO?

Quando si parla di biografia in senso letterario si parla anche di costruzione di personaggi, assemblando fatti più o meno veri. Ma con quale scopo? Innanzitutto quello di provocare riconoscimento, un po’ come quando si studia letteratura alle superiori e si ha l’impressione che qualsiasi autore sia stato “obbligato dai genitori ad iniziare gli studi di giurisprudenza che però non terminerà mai per dedicarsi alla scrittura”. Quella, però, è una fortuita coincidenza (o forse?). Ma un secondo e più importante scopo è l’avvicinamento tra il popolo dei fedeli e l’uomo di Dio. “Chi pensa che i santi siano persone malinconiche e tristi si sbaglia di grosso” recita il sito ufficiale di Padre Pio. Papa Francesco stesso ha detto che l’umorismo serve ad “unire le persone”. Altrimenti, il “santo” avrebbe una natura distante, superiore. E come direbbe Epicuro non ci si può curare degli Dei se gli Dei non si curano di noi. Piuttosto bisogna renderlo umile, umano, di maggiore interesse, e bisogna farlo implicitamente. Barthes dopotutto è interessato alla critica sociale, per lui il semiologo deve ripercorrere la logica dei meccanismi e capire perché alcuni messaggi costruiti ci arrivano come se fossero naturali.

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