Il Superuovo

Il mondo piange Maradona, il “Dios” del “Sacro rituale calcistico” di Pasolini

Il mondo piange Maradona, il “Dios” del “Sacro rituale calcistico” di Pasolini

Essenza pura del calcio mondiale, poeta e artista sopraffino del pallone: questo era Diego Armando Maradona, insieme il dio e il sacerdote più importante del rituale senza tempo del suo sport.

Maradona mentre segna il cosiddetto “Goal del secolo” contro l’Inghilterra ai mondiali di calcio del 1986

Per chi come me non è napoletano o argentino non è facile descrivere completamente chi era Maradona. Tanto più che sono troppo giovane per aver avuto l’immenso privilegio di vederlo dipingere le sue traiettorie impensabili. Ma, da semplice appassionato di calcio, posso dire che debito che questo sport ha contratto con El Diez è enorme. Perché il gesto della “Mano de Dios” nella finale dei mondiali, il “Gol del siglo” sempre contro la povera Inghilterra, il riscaldamento pre-partita a Monaco di Baviera ballato sulle note di “Live si Life” degli Opus, la festa a Napoli per il primo scudetto, sono gesti e immagini che rimarranno per sempre nella memoria collettiva di chi ama il calcio nella sua più alta essenza. E questo significa che Maradona è stato più di un semplice calciatore in grado di incantare, più di uno tra i due o tre più forti di tutti i tempi. Col pallone tra i piedi ha riscattato un’intera città, la sua Napoli, e un’intera nazione, l’Argentina della crisi e delle dittature militari. A riprova che, come disse il grande intellettuale Pier Paolo Pasolini, il calcio va oltre il semplice gioco sul rettangolo verde. E Maradona era la sua punta di diamante e sempre lo resterà, al di là di tutto.

La “Sacra rappresentazione”

Sappiamo che Pier Paolo Pasolini era un grande appassionato di calcio, ma purtroppo non ha fatto in tempo per veder giocare Diego Armando Maradona in Italia, con la maglia del Napoli. Però sarebbe stato sicuramente contentissimo di vederlo calcare i campi della Serie A, se non altro perché il “Pibe de oro” sarebbe stato la conferma vivente di quello che lui pensava del calcio.

Per Pasolini, che era anche solito organizzare partite di calcio tra colleghi (come quella contro la troupe di Bertolucci o quella di cui parla in “Ragazzi di vita” suo romanzo d’esordio), il calcio era “L’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Nel senso che quello del calcio è un rituale a sé stante, separato, una rappresentazione capace di coinvolgere le masse, una funzione religiosa universale ma di una religione laica. Laddove le grandi manifestazioni pubbliche dei regimi dittatoriali o le messe cattoliche avevano fallito nel tentativo di cementare una grande massa di persone, l’ultimo grande strumento per unire la gente era il calcio.

Il calcio con il potere di suscitare emozioni, il calcio che unisce i sentimenti sotto un’unica bandiera. Lo sport che crea spettacolo interattivo, perché chi gioca sono ventidue atleti, ma a cantare sugli spalti, a soffrire e a gioire in tribuna o alla tv ci sono migliaia di persone. Solo il calcio, secondo Pasolini, è in grado di coinvolgere le persone creando uno svago che fa evadere dalla realtà, che rapisce in momenti d’estasi condivisa e inspiegabile. Come un vero e proprio rito religioso. Anche perché ha un preciso rituale fatto di regole scritte e non scritte, consuetudini e comportamenti, proprio come una funzione religiosa di ogni epoca, dal tempio greco fino alle chiese con i crocifissi.

il calcio è uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo

Una rappresentazione fine a se stessa che trascende la realtà, i problemi quotidiani e proietta in un mondo tutto suo, dove non ci sono solo regole ma bisogna lasciarsi andare. Bisogna credere, avere fede, lasciarsi andare all’estasi aspettando fino all’ultimo minuto un goal, un rigore o un errore decisivo.

E in quanto a suscitare emozioni, Maradona non aveva eguali. Un vero e proprio sacerdote del rituale calcistico, che toccando il pallone sapeva accendere i cuori della gente che lo amava e lo seguiva. E anche dei suoi avversari che, per quanto potessero odiarlo, non potevano non apprezzare una sua giocata sopraffina o applaudire (digrignando i denti per la rabbia, come faceva mio padre) ad un suo goal meraviglioso, inaspettato e meraviglioso proprio perché inaspettato o considerato impossibile da fare.

Maradona sapeva unire le persone, anche quelle divise da colori o bandiere, nella contemplazione del gesto tecnico puro, bello ed efficace, il punto culminante della funzione sacerdotale. Maradona univa la gente, come sapeva fare ormai solo il calcio. In Maradona bisognava credere, passargli il pallone e aspettare che compisse il suo rito.

Pier Paolo Pasolini mentre gioca a calcio

Un linguaggio a parte

E il Pasolini linguista di certo non poteva non cogliere che il calcio è un sistema linguistico tutto suo, un linguaggio con segni comprensibili solo a chi conosce il gioco e ne fa parte, sul campo o sugli spalti dello stadio. Un linguaggio che prevede un’interazione costante tra parlante (i giocatori sul campo) e ascoltatore-destinatario, ovvero i tifosi che, stimolati dalle azioni o dai gesti tecnici, reagiscono al dato comunicativo. Banalmente, vedendo il pallone che gonfia la rete, ci sarà chi reagirà esultando e chi, invece, si imbroncerà o imprecherà. E’ il destino beffardo del pallone.

Questa è una forma di comunicazione. I fonemi, le unità base della lingua, nel calcio sono i gesti tecnici di base. Poi sta al parlante, al calciatore saperli usare nel modo migliore. Ci sono le zone del campo, le regole del gioco che scatenano un meccanismo azione-reazione tra pubblico e calciatori. C’è lo stile di gioco, c’è lo schema di una squadra, la sua disposizione in campo, il tipo di tattica adottata. Questa è la struttura linguistica, il modo in cui una squadra articola la sua lingua e comunica coi suoi ascoltatori.

Pasolini vedeva nel gioco organizzato e collettivo delle squadre dell’Europa del nord una prosa rigorosa, attenta ad ogni minimo dettaglio. Nel calcio italiano vedeva un misto tra schematizzazione e sregolatezza. Nel calcio sudamericano, vedeva la poesia. Il gusto per il gioco spettacolare e acrobatico, l’estro artistico puro, spesso fine a se stesso, ma che sapeva esprimere con un gesto tecnico sublime l’essenza più empirica del gioco del calcio. Il goal, ovviamente è il momento di estasi poetica più pura, ma i gesti tecnici meravigliosi anche solo da guardare sono un tocco di imprevedibilità, di sgarro dalle regole paragonabile solo alla dolcezza ed elevatezza dei versi. Non sempre la poesia ha vinto sulla prosa, nel calcio, ma la bellezza di un sombrero o di un dribbling spesso valgono il prezzo del biglietto.

E dunque chi era Maradona? Non soltanto il sacerdote del calcio, ma anche uno dei  suoi più sublimi poeti, l’artista che sapeva comporre una poesia dal nulla sul campo, trasformandola in oro. Sapeva dipingere traiettorie invisibili a un calciatore normale o ad una persona comune, come un pittore visionario. Un poeta capace di cogliere le giocate più belle esteticamente e spesso anche efficaci. Un poeta tanto più in alto di tutti ma del quale chiunque poteva capire (ma di rado anticipare o prevedere) il linguaggio. Coi piedi dipingeva, coi piedi componeva e coi piedi cantava, anche solo accarezzando la palla nascondendola agli avversari come un prestigiatore.

Cortei per le strade di Napoli mentre le persone rendono omaggio a Maradona nella sua città adottiva

Oltre il calcio

L’uomo passa, ciò che ha fatto resta. Maradona ha incarnato quanto di più sublime esista e sia mai esistito nello sport più seguito al mondo, ma non si è fermato solo a quello. Nè per Pasolini il calcio si ferma solo a un semplice gioco di evasione. E’ un fattore culturale, è un cemento potentissimo, è un movimento sociale di massa con tutte le dinamiche e le problematiche che la gente si porta dietro. E se Maradona è ancora così tanto ricordato, compianto e idolatrato, è perché a Napoli, all’Argentina, al mondo intero ha dato qualcosa di indimenticabile.

Un uomo normale, con tutti i suoi problemi, i suoi sbagli, le sue (purtroppo tante) cadute, ma che ha creato qualcosa di immortale. Prima di tutto ha dato un sogno a milioni di persone che, amando il calcio, hanno goduto di una delle migliori e più elevate espressioni del loro sport passante per un piede sinistro piccolo ma vellutato. E ha dato a milioni di bambini il sogno di poterlo imitare un giorno, segnando di rabona o trascinando la loro nazione a vincere un mondiale.

Già, il mondiale, l’impresa del riscatto che all’Argentina riuscì già nel 1978 senza Maradona ma che, con lui in campo e la dieci sulle spalle, nel 1986 seppe dare una gioia ad un popolo che era appena uscito dall’oppressione della dittatura di Videla e dei desaparecidos (terminato di fatto solo nel 1981). Un orgoglio, l’impresa del riscatto che pesava eccome sulle spalle di quell’uomo di 165 cm di altezza, l’aspettativa grande del mondo intero, quella immensa del suo popolo in ginocchio.

E poi Napoli, l’arrivo in una città che avrebbe portato ai primi, gloriosi trionfi della sua storia calcistica e anche a potersela giocare con le grandi squadre del nord. Una città, un popolo, quello napoletano a cui ha dato davvero tutto e che, come si vede non l’ha mai dimenticato. E dopo questo 25 novembre, Maradona vivrà ancora più intensamente nei loro cuori.

E ancora la sua pacifica rivalità con Pelé, per capire chi dei due fosse il più forte di tutti i tempi. Entrambi venuti dalla povertà, entrambi con un talento cristallino e cresciuti in realtà in crisi. entrambi diventati il simbolo di uno sport e del riscatto sociale che il calcio può dare alla gente, del sogno e della gioia di un popolo, non importa che sia il Brasile o l’Argentina, col fiato sospeso per le giocate del suo idolo. Quello stesso Pelé che, addoloratissimo, ha detto di auspicare di potere, un giorno, giocare di nuovo con lui.

Il poeta del calcio, dell’ultima grande rappresentazione religiosa della nostra epoca, l’artista delle masse impazzite per un pallone che entra nello spazio descritto da tre pali e una rete. Ecco cosa è stato Diego Armando Maradona, il sacerdote più grande della religione del calcio, talmente grande che ne è divenuto il dio. Pardon, il “d10s.

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