Il mondo in una stanza: il Museo di Antropologia di Firenze racconta di popoli lontani

 Africa, Asia, Oceania, Nord America e Sud America. Le popolazioni del mondo in un solo edificio, questo è il Museo di Antropologia di Firenze.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_di_antropologia_ed_etnologia#/media/File:Antro9o_FC.jpg

Nato dall’intraprendenza di un uomo di scienza quale Paolo Mantegazza, il museo rispecchia i suoi vari interessi e impegni, cercando di unire curiosità e indagine. Un primato italiano che eredita a sua volta uno europeo, una tradizione da ricordare.

Un museo, diverse prospettive

L’interesse verso la “storia naturale dell’uomo”, come Mantegazza la definiva, era del tutto nuova in Italia a differenza degli altri stati europei. Sebbene la nostra tradizione accademica fosse più giovane e avesse meno studiosi impegnati, Mantegazza è da intendersi come vera e propria pietra miliare in questo campo. A Firenze fu il padre della prima cattedra di antropologia in Italia e soprattutto fondatore del museo antropologico nel 1869. Secondo lui, l’uomo era da indagare orizzontalmente sotto più punti di vista, che andassero a toccare il suo stato fisico come anche quello intellettuale.

Il museo si proponeva di raccogliere testimonianze in lungo e in largo per il mondo, secondo una prospettiva di equilibrio, sintetica e integrata. I campi presi in considerazione non erano solo l’antropologia in senso stretto, ma anche l’etnologia e soprattutto la psicologia comparata. Siamo d’altronde in quella fase della storia dove la mente umana viene in qualche modo “scoperta”, espugnando così l’ennesima roccaforte dello studio dell’uomo. Mantegazza stesso definì la prospettiva psicologica come «il più alto e nobile scopo dei nostri studi.». 

Ciò si rispecchia nell’intenzione, sebbene non arrivata ad oggi, di allestire le collezioni secondo un «ordine psichico». Bisognava ripensare l’allestimento, allontanandoci da una divisione per popoli secondo criteri geografici, bensì raggruppando attività per attività mettendo in luce le diversità di approccio.

Il mondo in una stanza

Il Museo raccoglie al suo interno letteralmente il mondo intero, ma dire che si trovi in una sola stanza è solo un eufemismo voluto. Il percorso si snoda per aree geografiche, permettendo al visitatore di camminare sì fisicamente tra le varie stanze, ma con un po’ di immaginazione si percorre il giro del globo. Sarebbe impossibile trattare tutto, ci limiteremo solo alle aree più importanti.

Gran parte degli oggetti sono stati raccolti, donati e acquisiti tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900. Ma c’è da tenere in considerazione alcune variabili: il periodo di riferimento e la dimensione geografica. Le collezioni provenienti dall’Africa sono gran parte affiancabili al periodo coloniale italiano, dettato dallo studio del territorio e di chi vi abitasse, con il secondo fine della conquista. Non è chiaramente da intendersi come un dato assoluto questo. Militari, medici e viaggiatori, facenti parte di spedizioni di altri stati europei, sono andati oltre alla limitata sfera di influenza italiana. Il Museo raccoglie infatti numerosi reperti provenienti dall’Africa centro-meridionale e occidentale: asce, statuette votive, sandali, bracciali e molto altro, in una full immersion in culture lontane.

Particolare è citare le collezioni provenienti dall’Asia. Qui entra in gioco una sorta di Orientalismo, che vede nelle culture cinese, indiana e giapponese, un’attrazione irrefrenabile. A incentivare la raccolta di manufatti esotici, è l’idea che ciò che provenisse da quei luoghi fosse in qualche modo oggetto di interesse. Un sentimento già comprovato storicamente e che solo nell’epoca di cui stiamo parlando vede affievolirsi. Un buon numero di studiosi e non, tuttavia, intrapresero lunghi viaggi verso le regione più remote, particolarmente in Giappone, spingendosi nel territorio degli Ainu. Si tratta di una minoranza etnica presente in Hokkaido e nelle isole tra il Giappone e la Russia. Le testimonianze riportate a Firenze, siano queste fotografiche oppure fisiche, rappresentano un vero e proprio tesoro, soprattutto se si considera che oggi, gli Ainu, sono in perenne diminuzione.  

Le collezioni medicee

Nonostante le origini del museo risalgano al 1869, la stessa cosa non vale per specifiche collezioni, le quali hanno avuto diverse tappe prima di approdare al Museo di Antropologia. La storia di alcuni manufatti risale a circa quattro secoli prima dell’istituzione del complesso ideato da Mantegazza. Nel corso del ‘500, con la graduale conquista spagnola del Sud America, numerosi oggetti vennero portati nel Vecchio Mondo. Il collezionismo era a totale appannaggio di categorie sociali piuttosto benestanti, se non proprio direttamente i governanti. Questo è il caso dei Medici.

Nella Firenze del ‘500, agli albori del Granducato, forte ancora degli strascichi economici e culturali del Rinascimento, si doveva mostrare una prova del proprio potere. Quale miglior modo se non raccogliere oggetti preziosi provenienti dal Nuovo Mondo? Riprendendo la tradizione delle Wunderkammer (Camere delle Meraviglie), i manufatti curiosi erano esposti nel Guardaroba e nell’Armeria. Un luogo dove non solo i Medici stessi potevano godere di quella bellezza esotica, ma soprattutto far vedere ai potenti in visita la grandezza della famiglia granducale.

Le cose cambiarono radicalmente con Pietro Leopoldo di Lorena. Lo smantellamento dell’Armeria nel 1775, portò al trasferimento dei suoi tesori in una nuova sede, appositamente inaugurata per l’occasione. Il Reale museo di fisica e storia naturale (oggi “La Specola”) fu aperto nel 1775, primo in Europa ad essere accessibile al pubblico. Si tratta di un progetto di valorizzazione del tutto sperimentale, che fece della diffusione della cultura il proprio mantra. Grazie alla lungimiranza illuminata del governante lorenese, oggi possiamo dire che la tradizione museale scientifica vede in Firenze un doppio primato. E nonostante si tenda ad andare nei musei sempre meno, questo non toglie loro la propria utilità a livello sociale e culturale.

 

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