Il ministro della difesa Dong Jun, eletto soltanto 11 mesi fa, è indagato per corruzione. Ma questa vicenda fa solo parte di una lunghissima tradizione di abusi di potere.

È il Financial Times a rivelarlo, il ministro della difesa cinese Dong Jun, eletto a dicembre 2023, è indagato per corruzione. Prima di lui, la stessa sorte è toccata a Li Shangfu, ancor prima a Wei Fenghe, in un eterno ciclo di indagini e repressioni varie che ha inizio nell’epoca imperiale.
Le indagini
L’attuale presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, per la terza volta di fila, ha messo sotto inchiesta il suo ministro della difesa. A rivelarlo sono stati attuali funzionari USA a conoscenza della vicenda, perché, come il Grande Fratello di Orwell, nessuno avrebbe dovuto sapere niente di un simile scandalo.
Incaricato dallo stesso Xi JinPing, Dong Jun non è riuscito a festeggiare neanche il primo anniversario del suo nuovo incarico. Eletto, nel 2023, questi è succeduto a Li Shangfu, generale dell’esercito, che, dopo soltanto sette mesi, è stato estromesso con le stesse motivazioni. Prima di lui, Wei Fenghe aveva lasciato il suo incarico, ma comunque gli è toccata la stessa sorte. I giornali parlano di una nuova morsa repressiva del governo cinese, che da millenni fa indagini su quei personaggi che, a un certo punto, iniziano a stare scomodi. Questi, infatti aveva rifiutato l’incontro con Lloyd Austin, ministro della difesa USA, a causa dell’ultima vendita di armi americane a Taiwan, tasto dolente della storia contemporanea cinese.
Al momento non è ancora chiaro quali siano i capi di accusa, ma le fonti suggeriscono che Xi Jinping stia di nuovo ampliando la morsa repressiva del suo governo. Un governo che non ammette passi falsi, scappatelle, comportamenti da essere umano e che non dà una seconda possibilità, il primo “strike” è già abbastanza. Nel 2022 Ci Jinping ha rimosso Qin Gang pochi mesi dopo la nomina a ministro degli Esteri e perché? Perché questi ha avuto una scappatella con una giornalista cinese inviata negli USA – brutta storia per sua moglie, ma il suo lavoro lo ha fatto lo stesso, e anche bene.
E la Cina che fa? Ovviamente fa la gnorri
Diffusasi la notizia a macchia d’olio, la Cina la nega, etichettandola come mera “speculazione” e come il sintomo di una mera caccia ai fantasmi tutta americana. Ma il Financial Times rilancia il guanto di sfida citando nomi, cognomi e parole, in un atto mediatico che fa soltanto luce su una politica repressiva che cambia soltanto nome, ma non essenza.

Una storia di educazioni, rieducazioni e repressioni
“What’s in a name? That which you call a rose, if it had another name, wouldn’t it smell the same?”
L’atto secondo scena seconda, del celeberrimo Romeo e Giulietta ci fornisce un grande assist quando si parla di Storia della Cina. Impero millenario, Repubblica Popolare e poi Repubblica socialista, il governo cinese ha parlato di sé stesso in tanti modi diversi, ma le sue azioni sono rimaste sempre le stesse.
Dall’epoca imperiale a quella socialista, passando per la repubblicana, la Cina ha sempre risolto i problemi con la repressione. Se, infatti, l’impero cinese è stato così longevo, è per via di migliaia di anni di indottrinamento dei funzionari mandarini che, occhi e orecchie dell’imperatore, dovevano essere tenuti bene a bada, pena un colpo di stato. E come fai a fare il lavaggio del cervello a migliaia di persone senza che nessuno se ne accorga? Con il sistema degli esami. Colpo di genio dell’imperatore Yangdi, il sistema degli esami ha permesso all’impero cinese di resistere dalla dinastia Sui (650 d.C.) alla Qin (1912), sono quasi 1300 anni. Chiamato Keju (科举), questo si trattava di un sistema basato sulla memorizzazione di tutti i classici confuciani (non è un caso), la cui stesura su fogli di pergamena lunghissimi, permetteva a chi aspirava alla carriera da funzionario imperiale, di passare al grado di esame successivo, fino ad arrivare a quelli di palazzo, svolti a cospetto dell’imperatore, che vigilava sui pochissimi rimasti, che, a questo punto, erano stati indottrinati per bene. L’etica confuciana si basa sul 孝顺 (xiaoshun), la pietà filiale, che è il principio secondo il quale l’uomo di valore è quello sottomesso e obbediente a chi è sopra di lui. Immaginate passare tutta la vostra vita a leggere, rileggere e memorizzare di fedeltà, sacrificio e obbedienza. Ad un certo punto in quella roba ci inizi a credere. Il sistema degli esami viene abolito nel 1905, l’impero finisce nel 1912, il collegamento è chiaro come il sole.
All’imperatore succede Mao, leader del Partito Comunista, che, nel 1936, a Yan An, fa un discorso nel quale annuncia la vittoria del suo partito, dell’inizio di una nuova e sfolgorante epoca nella storia della Cina, e della rieducazione dei letterati, che venivano spediti nei posti più sgradevoli della Cina perché la loro anima e il loro spirito controrivoluzionario venissero ben spezzati. Lu Xun, controrivoluzionario e padre della Cina moderna, si è salvato soltanto perché era già morto.
Istituiti ufficialmente nel 1950, nei campi di rieducazione venivano spediti intellettuali, critici del governo, criminali comuni, gruppi religiosi e dissidenti politici. Il Grande Fratello è cinese. Strumento chiave per il controllo politico e sociale della Cina comunista, questi servivano ad eliminare ogni forma di dissenso, e a piegare i letterati ad un’ideologia comunista che aveva bisogno di far credere ai poverissimi cittadini che morivano di stenti, che il loro futuro era brillante, dovevano soltanto fare un sacrificio adesso in nome di un interesse comune.
Aboliti ufficialmente nel 2013, ad oggi l’ONU parla di forme diverse, ma molto simili, di campi di rieducazione ancora presenti in Cina.

习惯成自然 (l’abitudine diventa natura)
Le espressioni idiomatiche cinesi sono sempre state molto calzanti, e anche questo è il caso. 2024, 1950, 650 d.C., le abitudini non muoiono mai, diventano la natura, l’essenza di una persona. E il governo cinese è da sempre abituato alla repressione, ne è così assuefatto da aver fatto di un’abitudine la propria natura.