Un’opera, cinque atti e infiniti intrighi.

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Cosa sarebbe il Mercante di Venezia senza la critica sociale che fa da sfondo all’intera narrazione? Scopriamo insieme cosa muove gli animi dei personaggi di questa storia e cosa ha reso le vicende da loro vissute così interessanti!
L’opera
Scritto probabilmente tra il 1596 e il 1598, il Mercante di Venezia è senza alcun dubbio una delle opere Shakespeariane più conosciute e apprezzate di sempre. Intrighi amorosi, vicende accattivanti, monologhi imponenti e densi di significato: tutto il necessario per permettere a questo capolavoro di sopravvivere per secoli.

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La trama
Nella bella e corrotta Venezia di fine XVI secolo Antonio, giovane mercante della potentissima Repubblica, decide di supportare finanziariamente il suo amico Bassanio nel corteggiamento di una ricca ereditiera: Porzia di Belmont. Essendo momentaneamente impossibilitato nel prestare di sua tasca i tremila ducati di cui il suo amico ha bisogno, Antonio decide di chiedere un prestito ad un ricco usuraio ebreo: Shylock. Quest’ultimo, disprezzato da buna parte dalla società cristiana dell’epoca, decide di concedere il denaro a una sola condizione: in caso di mancato pagamento, Antonio dovrà pagare con una libbra della propria carne. Il mercante accetta di buon grado, convinto che le navi in mare aperto in suo possesso avrebbero fatto ritorno con il triplo della cifra pattuita. Inutile dire che così non è andata, almeno non nei primissimi atti dell’opera. Iniziano, infatti, a circolare voci sulla tragica perdita delle ricchezze di Antonio in mare. Voci che giungono anche alla porta dello stesso Shylock.
Giustizia soggettiva
Rappresentate dell’esattezza legale uno e della misericordia cristiana l’altro, Shylock e Antonio si scontrano nel corso di un animato processo. Se da un lato Shylock presta denaro con altissimi, e in questo caso vitali, tassi di interesse, Antonio lo fa gratuitamente, influenzando così i guadagni dello stesso Shylock. In ballo però non ci sono solo questioni economiche, ma anche sociali e religiose alle quali l’usuraio dà voce nel corso del famosissimo monologo “Hath not a Jew eyes?”. Un monologo che parla di misericordia e vendetta, uguaglianza e giustizia. Un monologo che denuncia le discriminazioni subite da Shylock e da chi condivide il suo stesso credo. Discriminazioni che proprio in quegli anni avevano costretto gli ebrei ad allontanarsi dall’Inghilterra, portando così in altri Paesi il peso di una reputazione apparentemente non delle migliori. Nonostante, però, la compassione che l’autore ci fa provare nei suoi confronti, il finale, la forzata conversione al cristianesimo di Shylock, allo stesso tempo vittima e carnefice, ci fa capire che in questa storia, come nella realtà, bene e male si intrecciano e si confondono dando vita a matasse aggrovigliate di pensieri, azioni e sentimenti complessi che non possono per loro natura accogliere un giudizio univoco.