Nel ventunesimo secolo il controllo e la censura dei giornalisti e degli scrittori passa attraverso vie molto più sottili e nascoste.

Recente è la notizia che vede coinvolti il governo italiano e la compagnia israeliana di spionaggio, accusata di aver monitorato illegalmente giornalisti italiani, tra cui quelli di Fanpage, grazie ai numeri di telefono forniti dalle autorità italiane. Questo episodio solleva gravi interrogativi sulla tutela della libertà di stampa e sul ruolo delle istituzioni o nella violazione della privacy dei cittadini e dei professionisti dell’informazione.
Il governo italiano viola il contratto perché spia i giornalisti.
Recentemente è emerso che almeno sette cittadini italiani, tra cui il direttore di Fanpage Francesco Cancellato e l’attivista Luca Casarini dell’ONG Mediterranea Saving Humans, sono stati vittime di spionaggio attraverso lo spyware Graphite, sviluppato dalla società israeliana Paragon Solutions. Questo software è particolarmente pericoloso perché consente di infettare i dispositivi senza alcuna interazione da parte dell’utente, permettendo l’accesso completo a messaggi, chiamate e dati personali. La rivelazione ha sollevato gravi preoccupazioni sulla sicurezza dei giornalisti e sulla libertà di stampa, poiché questi strumenti vengono generalmente utilizzati per attività di intelligence e contro bersagli ad alto rischio, come terroristi o criminali, non certo contro membri della società civile e del giornalismo investigativo.
Il governo italiano ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’uso di Graphite per spiare giornalisti e attivisti. Tuttavia, secondo un’inchiesta pubblicata dal Guardian, Paragon Solutions avrebbe addirittura rescisso un contratto con l’Italia a causa di presunte violazioni del codice etico nell’uso del software. Questo dettaglio ha alimentato sospetti su un possibile utilizzo illecito della tecnologia da parte delle autorità italiane, mettendo in discussione il ruolo dello Stato nella tutela della privacy e della libertà di informazione.

La letteratura sotto i regimi: Censura e spionaggio.
Carlo Bernari e Ignazio Silone sono due esempi emblematici di scrittori che hanno sfidato il fascismo attraverso la letteratura, pagando il prezzo della censura e della persecuzione politica. Bernari, con Tre operai, ha costruito un’opera di rottura, capace di smascherare le ipocrisie della retorica fascista sul mondo del lavoro. Il romanzo racconta la storia di tre giovani operai napoletani – Marco, Pietro e Gilberto – che si scontrano con un sistema in cui le promesse di grandezza e progresso si infrangono contro la brutalità della fabbrica e la repressione del dissenso politico. Bernari mostra come il fascismo non abbia migliorato le condizioni dei lavoratori, ma anzi li abbia intrappolati in un meccanismo di sfruttamento e violenza. Proprio per questo, il libro venne subito censurato e ritirato dal commercio, segnando Bernari come autore scomodo.
Ignazio Silone, invece, con Fontamara, ha dato voce a una classe sociale ancora più marginalizzata: i contadini abruzzesi, vittime di un sistema che li schiaccia senza possibilità di riscatto. Il romanzo segue la comunità di Fontamara, un villaggio poverissimo dove i contadini, analfabeti e privi di strumenti per difendersi, vengono costantemente ingannati dal governo e dai latifondisti. La parola chiave è “prepotenza”, termine che i contadini usano per descrivere la violenza sistematica subita, ma che non riescono a tradurre in coscienza politica. Il libro denuncia la falsità della propaganda fascista che si presentava come difensore del popolo, ma in realtà serviva solo gli interessi dei potenti. Proprio per la sua carica sovversiva, il romanzo fu vietato in Italia e Silone, già sorvegliato dal regime per il suo passato socialista, dovette rimanere in esilio.
Entrambi i romanzi mostrano la distanza tra la narrazione ufficiale del fascismo e la realtà vissuta dagli italiani comuni, rivelando i lati oscuri di un sistema basato sul controllo, sulla violenza e sull’illusione di un consenso unanime. Per questo, sia Bernari che Silone finirono nel mirino della censura, dimostrando come la letteratura possa essere un’arma potente contro il potere.

Controllo e sorveglianza dell’informazione in un’Europa che vira a destra.
Se un tempo gli scrittori e i giornalisti scomodi venivano esiliati, imprigionati o uccisi dai regimi autoritari, oggi le democrazie occidentali adottano strategie più subdole e sofisticate per il controllo dell’informazione. La libertà di stampa, sebbene formalmente garantita, è minacciata da nuovi strumenti di sorveglianza e censura, che vanno dall’uso politico della giustizia al boicottaggio economico dei media indipendenti, fino a tecniche di spionaggio degne di uno stato di polizia. Il recente scandalo che coinvolge il governo italiano e la società di sorveglianza israeliana, accusata di aver monitorato giornalisti italiani – tra cui quelli di Fanpage – con la complicità delle autorità nazionali, è un chiaro segnale di questa deriva inquietante. Non si tratta più di una censura esplicita, con libri banditi e intellettuali mandati al confino, ma di una repressione occulta, che mira a intimidire e silenziare chiunque osi sfidare il potere.
Questa dinamica si inserisce in un contesto europeo sempre più dominato da derive autoritarie e dall’ascesa dell’estrema destra, che trova nei mezzi di controllo digitale un’arma efficace per smantellare il dissenso senza dover ricorrere alla violenza esplicita. Se durante il fascismo il Ministero della Cultura Popolare (Minculpop) decideva cosa poteva essere pubblicato, oggi il potere si serve di strumenti più invisibili: dallo spionaggio di stato alla delegittimazione pubblica dei giornalisti critici, dall’uso distorto della legislazione sulla sicurezza nazionale alla creazione di ambienti mediatici tossici che screditano il lavoro investigativo indipendente. Il rischio non è solo la limitazione della libertà di stampa, ma la costruzione di un sistema in cui il controllo dell’informazione diventa così pervasivo da rendere impossibile ogni forma di opposizione effettiva.
