Il massacro delle foibe va ricordato, non vandalizzato: il caso di Casale Monferrato

Il 10 febbraio di ogni anno si celebra la giornata del ricordo, giornata che qualcuno vorrebbe elimi are come successo a Casale Monferrato

Come ogni anno, in questa data di febbraio, viene celebrata la giornata del ricordo, in onore degli esuli istriani nostri connazionali e di tutti coloro che hanno perso la vita in quello che è stato un genocidio su cui ancora c’è troppo silenzio e sul quale soprattutto si cela l’ombra del negazionsmo e del giustifcazionismo.

Casale Monferrato : un episodio non più isolato di vandalismo contro dei martiri italiani

Nella notte tra venerdì e sabato ignoti hanno tracciato con della vernice rossa una falce e martello e la scritta “Forza Nuova vecchia merda”. La falce e il martello, l’ammonimento minaccioso verso i “fasci”, la scritta “Forza Nuova merda vecchia” tracciata con la vernice rossa. E’ l’atto vandalico messo a segno nella notte fra venerdì e sabato a Casale Monferrato (Alessandria) davanti alla lapide posata dal Municipio alla memoria delle vittime delle Foibe. Il gesto alimenta il dibattito sul martirio delle Foibe, con Trieste che, per iniziativa di Fratelli d’Italia, annuncia le prime pietre d’inciampo dedicate alle vittime della tragedia. L’amministrazione comunale ha quindi provveduto a rimuovere le scritte in occasione della giornata di oggi e le sue celebrazioni. La  vandalizzata dall’odio antifà recita: «In memoria degli italiani uccisi nelle foibe. E degli esuli giuliani, dalmati, vittime di un regime totaloitatoio. E di uno spietato odio etncico. 1943-1947. Affinché il ricordo del loro eccidio e della loro persecuzione rafforzi noi l’impegno quotidiano a a tutela, sempre e ovunque, dei diritti umani e della pace». Quello di Casale Monferrato è soltanto l’ultimo episodio di atti vandalici per sporcare il ricordo di una delle pagine più buie della storia nazionale. Pochi giorni fa è stata sfregiata la stele in ricordo dei martiri delle foibe di Pomezia. Alcune scritte, dipinte con una bomboletta spray nera, hanno oltraggiato la sele, che riporta anche la Preghiera degli infoibati.

 

Ecco la storia della giornata del ricordo di oggi 10 febbraio 2020

Il Giorno del ricordo è una solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92 che vuole «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Al Giorno del ricordo è associato il rilascio di una medaglia commemorativa destinata ai parenti delle persone soppresse e infoibate in Istria, a Fiume, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale dall’8 settembre 1943, data dell’annuncio dell’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile, al 10 febbraio 1947, giorno della firma dei trattati di pace di Parigi. Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati uccisi mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia. La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, furono firmati i trattati di pace di Parigi, che assegnavano alla Jugoslavia l’Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia, in precedenza facenti parte dell’Italia. Prima di tale concessione si era provato l’iter diverse volte in diedi anni: nel 1995, nel 1996 e nel 2000. Una nuova proposta di legge fu presentata alla Camera dei deputati il 6 febbraio 2003. Essa recava le firme di un nutrito gruppo di deputati di vari gruppi parlamentari (prevalentemente di Alleanza Nazionale e Forza Italia, oltre che dell’UDC e della Margherita). I primi firmatari furono Roberto Menia e Ignazio La Russa. Il 10 febbraio 2004 il senatore della Margherita Willer Bordon presentò un disegno di legge di contenuto molto simile. Il primo disegno di legge ad essere discusso fu quello presentato alla Camera: la proposta di Bordon venne di conseguenza assorbita ad esso nella fase del passaggio parlamentare al Senato[8]. L’iter parlamentare del provvedimento ebbe termine il 16 marzo 2004. Regolarmente promulgata dal Presidente della Repubblica, la legge 30 marzo 2004, n. 92, fu pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale” n. 86 del 13 aprile 2004.

Che so a sono e foibe e chi erano gli i foibati? Scopriamolo insieme in questo excursus storico.

Nel 1943, dopo tre anni di guerra, le cose si erano messe male per l’Italia. Il regime fascista di Mussolini aveva decretato il proprio fallimento con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Ne erano seguiti lo scioglimento del Partito fascista, la resa dell’8 settembre, lo sfaldamento delle nostre Forze Armate. Con il crollo del regime – siamo ancora alla fine del 1943 – i fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone. Le prime vittime di una lunga scia di sangue. La prima ondata di violenza infatti esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali. Dopo la fine del conflitto, nel 1945, con la cessione di Istria e Dalmazia al generale Tito ripresero i massacri. I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori). Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Fin dal dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi».

 

 

 

In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani – nel periodo tra il 1943 e il 1947 – furono almeno 20mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila.

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