Il linguaggio influenza il pensiero? Ci rispondono il nazismo, Zola e Orwell

Come disse Nanni Moretti: “le parole sono importanti”. Ma sono tali al punto di condizionare le persone?

Perché è così importante scegliere sempre le parole giuste da usare? L’idea che sta alla base è che il linguaggio sia in grado di influenzare il pensiero delle persone e, di conseguenza, il loro modo di agire. Essere in grado di manovrare il linguaggio, dunque, può implicare la facoltà di controllare gli individui: a volte può essere positivo, altre estremamente negativo.

 

Il nazismo e la propaganda

Quando nel 1933 Hitler sale al potere, inizia fin da subito con una forte propaganda volta a dominare le masse. Come negli altri regimi totalitari, quello fascista e quello sovietico, l’obiettivo era non solo di convincere le persone, ma di far amar loro il regime. Per questo motivo la propaganda era fondamentale: essa aveva influenza sulle idee e sulla mentalità della gente.
Oltre ai famosi discorsi del führer, spesso privi di argomentazione e ripetitivi, parte fondamentale della propaganda erano gli slogan: frasi brevi ma incisive, dal carattere suggestivo, che trasmettessero l’ideologia nazista, e che rimanessero facilmente impresse nella mente delle persone. Lo slogan più celebre è “Ein Volk, ein Reich, ein Führer” (“Un popolo, un Reich, una guida”)
Lo scopo della propaganda, però, non era solo quello di convincere la popolazione tedesca, ma anche quello di condizionare il nemico. Ad esempio, la scritta “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi, all’ingresso di alcuni campi di concentramento, doveva dare ai prigionieri la falsa speranza che, tramite il loro lavoro utile allo stato, avrebbero potuto guadagnarsi la libertà.

“J’accuse”

Altro esempio di come le parole e il linguaggio possono influenzare il pensiero lo si trova in Émile Zola, celebre scrittore francese, che nel 1898 pubblica sul giornale “l’Aurore”, una lettera indirizzata al presidente della repubblica, nella quale prende posizione sul cosiddetto “affare Dreyfus”. Nella lettera, egli difende il capitano dell’esercito, Alfred Dreyfus, accusato di tradimento per aver rivelato delle informazioni segrete all’impero tedesco, che al tempo era in contrasto con la Francia. Zola accusa chi pensa essere il vero responsabile e denuncia il fatto che la colpevolizzazione di Dreyfus fosse uno sbaglio.
A causa della lettera, Zola viene condannato a pagare una multa e a trascorrere un anno in prigione, ma la sua presa di posizione fu fondamentale, poiché egli riuscì a smuovere l’opinione pubblica e convinse il presidente a riaprire il caso. Nel 1906, infatti, Dreyfus venne assolto e reintegrato nell’esercito.

1984

Nel romanzo distopico “1984” di George Orwell, scritto per denunciare i regimi totalitari e il pericolo che questi comportano, egli immagina che il regime abbia creato una nuova lingua, la “newspeak”, per essere certi che tutte le parole, frasi o modi di dire che potessero essere sconvenienti al potere fossero eliminate. Nel libro, Syme, un uomo che lavora alla creazione del dizionario della nuova lingua, dice che l’obiettivo è quello non di creare parole, bensì di distruggerle: restringendo il lessico ci si assicura che parole come democrazia, ribellione o libertà, che potevano risultare pericolose, non potessero più esistere. Se queste parole devono scomparire, però, non possono rimanere nemmeno slogan che le contengono, come la famosa frase usata dal regime:

War is peace,
freedom is slavery,
ignorance is strength

Ma slogan come questi non saranno più necessari quando si userà la “newspeak” che sarà totalmente priva di parole considerate problematiche. Questo viene fatto poiché si è convinti che le parole modifichino il modo di pensare e così il regime, togliendole, rende le idee divergenti letteralmente impensabili.

 

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