Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa è la guida degli ansiosi

Questo libro non ha un senso compiuto, ed è proprio per questo che è la più cruda e realistica rappresentazione della nostra vita.

 

 

 

 

Ma quanto pesa essere uomo? Con grande naturalezza, in un’opera costituita da 450 frammenti sparsi, lo scrittore portoghese Fernando Pessoa traccia un manuale di sopravvivenza alla quotidianità.

Scomposizione in frammenti primari

«Frammenti, tutto frammenti».

Così Pessoa in una lettera descrive “Il libro dell’inquietudine”, una delle sue maggiori opere. Il libro però, non sarà mai terminato e sarà pubblicato postumo, dopo un lungo lavoro di ricostruzione e restauro. Prende forma a fatica, la “biografia senza fatti” di Bernardo Soares, protagonista dell’opera ed eteronimo più amato da Pessoa, che afferma di riconoscere nell’anima dell’alter ego di Soares sé stesso, molto più che negli altri pseudonimi da lui creati.

Vivere è difficile, ma osservare il mondo con sensibilità lo è di più. Essere sempre accompagnati dall’ombra dell’inquietudine, camminare a mano a mano con il peso dell’essere uomo, guardare la realtà mediante il filtro dell’incertezza, è un tormento continuo. Lacerante, pregnante ed intimo, il disagio della quotidianità è l’unico tema del romanzo, dove i pensieri del protagonista si disvelano a poco a poco, offrendoci una vista privilegiata nel mondo di un inetto. Si dispiega pagina dopo pagina, riflessione dopo riflessione, la monotona vita di Soares, personaggio melanconico, ironico, profondo e irrequieto. Soares riflette sulla vita, sulla morte e sull’anima, ma anche sulle sue memorie più intime e sullo scorrere del tempo, sui colori e le emozioni che egli osserva intorno e dentro di sé.

Uno dei frammenti originali del libro. Pessoa scriveva,a volte, anche su foglietti sparsi, carte, tovaglioli e cartoline. Non si può dire con certezza quanti frammenti siano andati perduti, e se l’ordine attuale dell’opera sia quello da lui voluto.

 

 

 

Il linguaggio dell’ansioso

Con un linguaggio febbrile, malinconico, colmo di infiniti personali, di anacoluti e di parole inventate (come “sdormire” che significa quello stato di dormi-veglia in cui Soares si ritrova continuamente), Pessoa, ci trascina in una realtà più vera e cruda, dando filo da torcere ai traduttori. Tra le tante parole reiterate ritroviamo la saudade portoghese, che è proprio la parola chiave dell’opera. È un sentimento che forse solo i portoghesi possono comprendere e vivere appieno, perché solo loro posseggono una parola per spiegarlo. Intraducibile, saudade è nostalgia del futuro, di cose tristi e dolci assieme, che si lasciano dietro malinconia e felicità.

“ I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo.”

 

Pessoa si fa trapezista della parola, creando una prosa che facilita- ma non banalizza mai- l’analisi fenomenologica dell’indagine ontologica della quale si fa portavoce, senza mai rinunciare a metafore, paradossi, ironia, simbologie. Ha un potere ipnotico la sua parola, fatto di ritmi e di suoni che stridono, che angosciano, evocativo di immagini scappate, quasi per disperazione e per anelito di libertà, dalla statica inespressività delle cose di ogni giorno. È così che queste cose di ogni giorno di Bernardo Soares, diventano le cose di ogni giorno di tutti noi, che ci rispecchiamo nelle sue parole.

 

Firma originale di Fernando Pessoa, che si presenta come Bernardo Soares, uno dei suoi alter ego

 

 

Il peso di essere uomini

Dare voce al dramma dell’essere uomo, riuscire a catturare il peso di un respiro, è il compito di Pessoa, che in questa febbrile opera si pone come portavoce di un’inquietudine figlia dell’età moderna. Essere uomo è complicato, però se qualcuno si sente come te forse lo è un po’ meno.

I pensieri si susseguono sempre in una corsa frenetica ed instancabile, e si presentano sempre come osservazioni bilaterali: l’ovvietà della quotidianità e l’individualità dell’essere si fondono e si alternano sempre, in osservazioni che partono da situazioni giornaliere, ma che ci portano a riflessioni mai banali, ma sempre illuminanti e preziose. Questa sorta di Zibaldone moderno, si presenta come un’opera atemporale e fuori dallo spazio, che può essere applicata ovunque e con chiunque.

Pessoa non è un maestro di vita, ma si pone come studente che indaga le varie risposte a quella difficile domanda che è “come si impara a vivere?”. Nella sua lunga e straziante auto analisi ci rivela che la chiave è quella di smettere di puntare ad un obiettivo, smettere di seguire una strada preoccupandoci della destinazione (perché tanto quella è certa ed è la morte, riprendendo l’oraziana lezione della mors ultima linea rerum), ma godendoci di più il paesaggio, unico ad ogni passo.

Perché è bella l’arte? Perché è inutile. Perché è brutta la vita? Perché è tutta fini e propositi e intenzioni. Tutte le sue strade portano da un punto a un altro punto. Magari ci fosse una strada in un luogo dove nessuno va!”.

 

 

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