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Il legame instabilità somala-Ilaria Alpi: scopriamolo con il film “Ilaria Alpi, l’ultimo viaggio”

Il legame instabilità somala-Ilaria Alpi: scopriamolo con il film “Ilaria Alpi, l’ultimo viaggio”

Giovane giornalista italiana del TG3, Ilaria Alpi ha svolto con il collega Miran Hrovatin un lavoro d’inchiesta cruciale in riferimento alla realtà somala e ai suoi collegamenti con i traffici illegali, il quale è costato loro la vita.

La dedizione alla ricerca per la verità, l’amore per la cultura somala, l’interesse nei confronti del ruolo del ruolo femminile e dei problemi sociali ad esso connessi, la volontà di far emergere i meccanismi illegali di coinvolgimento internazionale attivi in Somalia. Questi sono gli elementi che hanno caratterizzato l’attività di Ilaria, ricostruiamo adesso ogni tappa.

La guerra civile somala e l’intervento fallimentare dell’Onu

A seguito della deposizione di Siad Barre avvenuta nel 1991, lo stato somalo venne inghiottito nell’incubo della guerra civile. In tale anno infatti, l’United Somali Congress (USC) nominò Ali Mahdi Muhammad presidente, una nomina che venne accolta con profondo sdegno dalla fazione militare che riconosceva in Muhammad Farah Aidid il proprio leader. Tra i due gruppi si aprì così un cruento scontro che divise il paese in due parti, il cui confine era segnato dalla c.d. “Linea verde“. A ciò si aggiunse la secessione del Somaliland (territorio del nord) indetta dal Somali National Movement il 17 maggio 1991. Era l’inizio di una contrapposizione feroce, che ridusse la popolazione, che si trovava in una situazione già precaria, ad una pericolosa povertà. Il primo tentativo di conciliazione ci fu con la Conferenza di Gibuti, avvenuta nell’estate dello stesso anno, la quale però non conquistò esiti positivi. La carestia incombeva, uomini, donne e bambini si trovarono a lottare per la sopravvivenza, gli ospedali contavano un esorbitante numero di vittime. Le strade, arredate da sole macerie e gridi di disperazione, mostravano chiaramente l’angoscia e il dolore del popolo locale. A seguito di un’iniziale percezione di disinteresse a livello internazionale, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) organizzò nel 1992 e nel 1993 una serie di interventi appartenenti alla missione Restore Hope, con l’intento di raggiungere un assestamento di quanto stava avvenendo. In Somalia arrivarono dapprima i marines americani e successivamente dei corpi militari italiani. Tali operazioni però, ottennero nel corso del tempo una fisionomia maggiormente affine all’idea di occupazione militare, che aumentò il malcontento dei cittadini somali. Nel giugno del ’93, più di venti “caschi blu” vennero uccisi, provocando una forte reazione americana e la definizione di Aidid come fuori legge. Nell’autunno poi, a seguito di un ulteriore scontro con le milizie di Aidid che vide l’assassinio di ulteriori soldati americani, gli Usa decisero di ritirare tutti i propri uomini, che quantitativamente ricoprivano la maggior parte delle forze militari estere in loco.

Il ruolo di Ilaria Alpi

Nata a Roma il 24 maggio del 1961, Ilaria Alpi intraprese il percorso di studio di lingue straniere, specializzandosi in arabo, francese e inglese. Dopo aver vinto un concorso per giornalisti indetto dalla Rai, iniziò a lavorare nella redazione Esteri del Tg3, che la portò a recarsi molteplici volte (nello specifico 7) in Somalia. Il primo viaggio è datato 1992, e da subito Ilaria mostrò come, secondo lei, dovessero essere raccontati i fatti: era fondamentale dar voce ai diretti interessati, dunque ai cittadini, i quali giorno dopo giorno erano costretti a trovare un modo per sopravvivere in una realtà costellata da povertà, dolore e violenza. Animata dalla dedizione alla propria occupazione e dal desiderio di seguire gli sviluppi della guerra civile in prima linea, Ilaria dedicò ampi spazi al confronto con le figure femminili del luogo, dalla cui interlocuzione emergeva una descrizione sofferente dei problemi sociali esistenti nel paese.

“Amava i paesi arabi. E più li conosceva e più desiderava raccontarne i segreti, i costumi, gli stili di vita, le tensioni interiori.”

Maggiore era il tempo che Ilaria trascorreva in tale territorio, maggiore era il suo desiderio di dar voce agli avvenimenti che lo stavano dilaniando. Inviata inizialmente per seguire gli sviluppi della missione Restore Hope, ella decise di basare le proprie inchieste sul traffico di armi e rifiuti tossici che coinvolgeva Somalia, Italia e altre realtà internazionali. Un tema delicato e pericoloso, di cui Ilaria riconosceva i rischi nella sua trattazione, ma ciò non la fermò. Il modus operandi di Ilaria non era quello del giornalismo istituzionale e tradizionale. Ciò che le interessava era far parlare le immagini, le riprese, la realtà. Nel 1994 decise di recarsi con l’operatore Miran Hrovatin nella città di Bosaso, dove vennero analizzati alcuni pescherecci adibiti proprio ai traffici illeciti di cui Ilaria sospettava. Venne a conoscenza del fatto che tali imbarcazioni, inizialmente appartenenti alla Somalia, erano rientrate illegittimamente nelle proprietà di un imprenditore italo-somalo. A Bosaso vennero anche scoperti alcuni legami intrattenuti nel corso degli anni ’80 tra il regime di Siad Barre e alcuni funzionari italiani grazie ad un’intervista effettuata al sultano della città, Abdullahi Mussa Bogor. Tornati a Mogadiscio, dopo aver ricevuto una telefonata sospetta per definire un incontro, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vennero accompagnati dall’autista Ali Abdi all’hotel Sahafi, dove vennero uccisi il 20 marzo 1994.

La giustizia mancata

La ricostruzione di quanto avvenuto a Ilaria Alpi e al suo operatore Miran Hrovatin appare costellata da profonde lacune, le quali sono state definite da molti come volontarie per favorire un depistaggio nel riassetto degli eventi e delle responsabilità ad essi collegati. Quando Ilaria e Miran vennero ufficialmente dichiarati morti, vennero recuperati gli oggetti appartenenti alla giornalista, tra i quali rientravano alcune cassette e cinque taccuini, dei quali tre erano colmi di appunti e due vuoti. Si rivela però sospettoso il fatto che una volta giunto a Roma, l’ammontare di tale materiale non corrispondeva a quello originariamente disposto nelle valigie da sottoporre alle indagini. Mancavano infatti alcuni taccuini e delle cassette. Ciò ha complicato drasticamente lo svolgimento delle operazioni giudiziarie.

“Una volta visionata in studio, però, la registrazione dell’intervista che il sultano di Bosaaso Bogor aveva rilasciato a Ilaria apparve subito monca, incompleta”.

Intorno a tutta la vicenda si annida ancora oggi un profondo alone di mistero, il quale non rende giustizia all’operato di Ilaria, la quale fino all’ultimo si è impegnata per l’ottenimento della verità, con l’obiettivo di ristorare la stabilità somala ormai non più esistente da molto tempo.

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