Il labirinto: un grande classico in cui perdere e trovare se stessi

Scopriamo il significato simbolico del labirinto, presente nella saga dei miti di Dedalo, attraverso Petronio, Dante, Ariosto, Eco e Calvino.

Il labirinto, è un simbolo antichissimo che viene ripreso in ogni epoca della storia fino alla contemporaneità e in ogni cultura rappresenta un viaggio, un percorso dentro e fuori di sé, un cammino da compiere per trovare sé stessi.

IL LABIRINTO DI CNOSSO

L’esordio della figura del labirinto va ricercata in un lontano passato, nello specifico nel III secolo a.C. a Creta, luogo da cui iniziano le vicende raccontate nel Mito del Minotauro nella versione scritta da Apollodoro (Atene 180-115 a.C.) Il suo costruttore fu Dedalo, un personaggio della mitologia greca, architetto e scultore che divenne famoso proprio per essere stato il costruttore del noto labirinto del Minotauro a Creta. Ancora oggi infatti il suo nome viene usato come sinonimo di “Labirinto”. Dedalo costruì inoltre la vacca di legno nella quale Pasifae, moglie di Minosse, si sarebbe unita al toro sacro inviato da Poseidone e da tale unione sarebbe nato il Minotauro, un essere mostruoso con il corpo di un uomo e la testa di un toro, che poi sarebbe stato rinchiuso nel labirinto costruito da Dedalo per ordine di Minosse. Quando alcuni ateniesi uccisero Androgeo, il figlio di Minosse, quest’ultimo per vendicarsi ordinò che ogni anno sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi sarebbero dovuti essere offerti come pasto al Minotauro. Questo avvenne fin quando l’eroe Teseo, figlio del re Egeo, non decise di uccidere il mostro. Ad aiutarlo fu proprio la figlia di Minosse Arianna che si era innamorata di lui, la ragazza gli donò infatti un gomitolo rosso che gli avrebbe permesso di ritrovare la via d’uscita dal labirinto dopo aver ucciso il Minotauro. Fin dall’epoca in cui è nata la saga dei miti di Dedalo, di Teseo e di Arianna, questa storia è stata fonte di una vasta iconografia e di numerose citazioni letterarie e poetiche. La figura del labirinto è stata infatti ripresa dai principali autori della letteratura, come Petronio, Dante, Ludovico Ariosto, Umberto Eco e Italo Calvino, che l’hanno slegata dal quel significato di perdizione fisica alla quale viene da sempre associata dandole un significato simbolico e allegorico.

“Nel labirinto non ci si perde, nel labirinto ci si trova. Nel labirinto non si incontra il Minotauro. Nel labirinto si incontra sé stessi.” (H. Kern)

IL SATYRICON DI PETRONIO

Nella letteratura latina è possibile rintracciare nel Satyricon di Petronio una componente metaforica rappresentata dal viaggio che compiono Encolpio, Eumolpo e Gitone prima a Marsiglia e poi in una greca urbs, una città campana (non si sa se Napoli, Pompei o Crotone). Proprio questa greca urbs rappresenta infatti il labirinto, una trappola, un luogo senza via d’uscita in cui Encolpio si perde, muovendosi e sembrandogli di ritornare sempre al medesimo punto. Vi è un ulteriore elemento che rimanderebbe al labirinto, infatti il tempo del discorso è sempre rapido e frenetico, non lo è solamente nella scena della cena a casa di Trimalcione dove diventa immobile e lento. Questa sensazione di immobilità è anche accentuata da uno spazio che viene percepito come labirintico dove si incrociano e si muovono gli stessi personaggi e gli stessi oggetti. La domus di Trimalcione finisce per rappresentare una vera e propria prigione dalla quale i protagonisti non riescono ad uscire, e così pure la lunghezza ed il numero delle portate della cena che non fanno altro che suscitare un sentimento di attesa e disattesa, inoltre proprio il cuoco di Trimalcione si chiama Dedalo. Dunque tempo del discorso lento e spazio percepito come una prigione creano questa struttura labirintica che, all’interno del Satyricon, ci rimanda all’idea di un viaggio senza meta e senza approdo che rappresenta la metafora di una vita insensata.

DANTE E  LUDOVICO ARIOSTO

Nel medioevo invece il labirinto viene identificato in chiave cristiana, infatti spesso nei pavimenti delle cattedrali gotiche vi è l’immagine del labirinto rappresentato in 11 circonvoluzioni, (il numero 11 nella simbologia cristiana rappresenta il peccato perché si trova tra il 10 che è il numero dei comandamenti e 12 che è il numero degli apostoli), queste 11 circonvoluzioni rappresentano le tortuosità, le tentazioni e quindi tutto il percorso di penitenza che il fedele deve compiere prima di arrivare al centro dove attua la conversione e dove incontra la croce salvifica e quindi Dio. Questo cammino rimanda al viaggio compiuto da Dante attraverso l’inferno, il purgatorio ed il paradiso; la Divina Commedia è infatti allegoria del processo di perfezionamento compiuto da Dante nel passaggio dalla fase del peccato alla redenzione morale e alla salvezza rappresentata dall’incontro con Dio. Durante il Rinascimento il tema del labirinto lo ritroviamo nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, per lui infatti il senso dell’esistere è inseguimento di un sogno attraverso l’affaticarsi dentro un labirinto che in particolare è rappresentato dal Palazzo di Atlante dove i cavalieri restano intrappolati in un vorticoso meccanismo di specchi e di inseguimenti. A partire da quest’immagine Ariosto costruisce un’allegoria del destino umano che spesso è, proprio come quello dei cavalieri, un vano affaticarsi.

UMBERTO ECO E ITALO CALVINO

Troviamo la figura del labirinto anche nel “Nome della rosa” di Umberto Eco dove il labirinto è rappresentato dalla biblioteca del monastero che interessa non tanto come luogo fisico ma come simbolo del fascino della cultura o della sua pericolosità (tratto tipico della mentalità medievale che vedeva nella conoscenza il “peccato d’intelletto”. Per gli uomini che infatti spesso ostinatamente non vogliono intraprendere la via della conoscenza la biblioteca è una metafora del viaggio verso la consapevolezza del fatto che la conoscenza è una via che si offre all’uomo e che l’uomo deve intraprendere. Nelle opere dello scrittore argentino Borges il labirinto rappresenta un edificio che confonde l’uomo e le complessità del mondo che l’uomo non può comprendere senza la ragione. A Borges si ispira Italo Calvino che approfondisce il viaggio moderno nel dedalo e che vuole descrivere nella sua opera come la letteratura, nonostante abbia delle tendenze contrapposte, possa aiutare l’uomo a comprendere il mondo.

 

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