Il governo Meloni mette il bavaglio a intellettuali e giornalisti, ma che vuol dire?

Da anni si sente parlare di leggi bavaglio, quelle che limiterebbero la libertà di espressione e manifestazione del pensiero, oltre che il diritto di cronaca.

Si parla veramente da tanto delle cosiddette leggi bavaglio, quelle che, secondo molti giornalisti, potrebbero mettere un serio limite al diritto e alla libertà di manifestazione ed espressione del pensiero. La notizia si è riproposta in questi ultimi giorni proprio per una protesta, portata avanti da diversi intellettuali, pensatori e professionisti dell’informazione italiani. E’ un chiaro segnale di dissenso nei confronti del governo Meloni e del suo modo di gestire il sistema giudiziario e dell’informazione. Vediamo cosa è successo e cosa potrebbe succedere a riguardo.

Il bavaglio al dissenso

Tutto inizia con quattro denunce da parte di importanti membri dell’esecutivo Meloni (lei compresa), rivolte a Donatella Di Cesare, Tomaso Montanari, Luciano Canfora e Davide Conti, quattro intellettuali del nostro Paese. I quattro sono stati denunciati, secondo la loro opinione, per “emarginare le voci del dissenso” ed “eliminare il dibattito democratico”. Insomma, denunce da parte del governo come “palesi intimidazioni”, in un quadro che ricorda molto un clima di “caccia alle streghe”. Per questo, docenti, studiosi, filosofi e giornalisti si sono riuniti nella sede della Federazione nazionale della stampa, insieme al presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo, e al politico Vincenzo Vita di Articolo 21.

I pericoli del non sapere: la censura

Citando proprio una dei quattro intellettuali denunciati, Donatella Di Cesare, filosofa e docente all’Università di La Sapienza di Roma, “il governo vuole cancellare ogni forma di dissenso tentando di spegnere le voci scomode”. Allarmismi del genere ce ne sono da anni, ma questi ci colpiscono più nel profondo, toccano delle corde che sono state rese più sensibili per molti di noi. Basti pensare all’ultimo Festival di Sanremo, quando, a Domenica In, Mara Venier ha dovuto leggere un biglietto, mandato dall’amministratore delegato Rai, per dire che la Rai e il governo prendevano le distanze dallo “stop al genocidio” di Ghali e che appoggiavano Israele. Il tutto seguito da un “ovviamente”, che molto ovvio in realtà non è. Per alcuni, me compresa, quel bigliettino assomigliava tanto a una velina dei tempi di guerra fascisti, quando bisognava per forza veicolare un’informazione di parte, non oggettiva, propagandistica.

Libertà di espressione e manifestazione del pensiero

I nostri padri e le nostre madri costituenti erano cresciuti nelle brutture del fascismo, quindi hanno scritto una carta costituzionale a prova di totalitarismo. Grande ruolo lo ha l’articolo 21, che parla appunto di libertà di espressione e manifestazione del pensiero. Questo ci lascia la libertà di esprimere il nostro pensiero come più ci si confà, con tutti i mezzi che abbiamo, con giusto qualche limite. Questa libertà è garantita soprattutto a una categoria di persone: i professionisti dell’informazione. Questo perché, vedendo l’importanza e la delicatezza delle cose con cui e per cui lavorano (l’informazione, la realtà, i fatti, le notizie), sono difesi dal diritto di cronaca, di satira e di critica. Per questo gli intellettuali fanno bene a protestare copiosamente, anche alla prima avvisaglia di cedimento di questa libertà.

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