Il Superuovo

Il fuoco nascosto che brucia Didone è lo stesso di cui cantano i Coma_Cose

Il fuoco nascosto che brucia Didone è lo stesso di cui cantano i Coma_Cose

L’amore  per la sua forza impetuosa, incontrollabile e misteriosa è da sempre associato al fuoco, l’elemento naturale più affascinante e pericoloso.

“L’incontro di Didone e Enea” di Nathaniel Dance-Holland

La passione amorosa è una ferita, un incendio che consuma il cuore già nella poesia erotica greca e latina, nell’ardere ghiacciato di Petrarca, nei versi di Virgilio e nella canzone dei Coma_Cose. Vediamo la tragica storia di Didone a confronto con il brano “Fiamme negli occhi”.

L’amore fa perdere il baricentro: Didone in preda alla follia

Quando ti sto vicino sento
Che a volte perdo il baricentro
E ondeggio come fa una foglia
Così inizia il testo del singolo con cui il duo Coma_Cose ha partecipato al Festival di Sanremo 2021. Le immagini delineate, le sonorità delicate e le parole semplici sussurrano la storia di un sentimento dolce, in cui cullarsi e immergersi. Eppure in tutta questa tenerezza si afferma chiaramente la natura impetuosa del trasporto, una scintilla in grado di far divampare un fuoco inestinguibile. Un sintomo ineludibile dell’innamoramento, in questo pezzo sembra essere la perdita del baricentro e Virgilio, poeta latino di età augustea, lo conferma. Nel IV libro del suo capolavoro epico, l’Eneide, infatti riporta la drammatica vicenda amorosa della regina cartaginese Didone e dell’eroe troiano Enea. Nei versi del poema prende gradualmente forma, nel segreto del cuore della maestosa regnante, la ferita dell’amore, che la rende folle. Ella, esaltata dall’impeto dell’amore, è pronta ad infrangere il giuramento di fedeltà prestato alle ceneri del precedente marito, Sicheo. Il poeta la descrive come sconvolta da ciò che prova, delirante, come la cerva incauta colpita da una freccia fatale, ha insomma perso il baricentro interiore.
arde Didone innamorata e nelle ossa ha iniettato la sua pazzia.

“La morte di Didone” di Joseph Stallaert

Quando restare non è possibile: Enea costretto ad abbandonare l’amata

Resta qui ancora un minuto
Se l’inverno è soltanto un’estate
Che non ti ha conosciuto

L’invito a rimanere, a garantire la propria presenza, fondamentale per l’altro emerge chiaro in queste parole. Per chi ama, l’oggetto del desiderio è fonte di vita, di gioia, di serenità e la sua mancanza getta in una condizione di afflizione. Quando Didone scopre il piano di fuga del suo innamorato, in preda al furore cerca in tutti i modi di trattenerlo. Egli tuttavia rimane irremovibile nel suo proposito, infatti Hermes, mandato da Giove, lo aveva sollecitato a partire e a compiere il destino di gloria a lui assegnato dai fati. Lei, che da subito aveva sempre cercato con ogni pretesto di prolungare il soggiorno di lui, ora, nonostante il loro legame le sembri indissolubile, deve supplicarlo di non lasciarla. L’orgoglio, il dolore, l’umiliazione e la delusione la straziano. Si dispera in quanto nemmeno un figlio ha avuto da lui, cioè un frutto duraturo del loro amore, in cui rivivessero i tratti dello “sposo”. Vittima dell’amore, si mortifica, pregandolo in lacrime di ritardare la separazione, di concederle ancora se non qualche briciola di felicità, almeno un attimo di pace alla sua angoscia, di non far ritornare subito l’inverno nella sua esistenza dopo tutta quell’estate.

L’avvampare del tormento amoroso: la fine tragica della regina

Ma la regina, già da gran tempo piagata da un’inquietudine profonda,
nelle vene alimenta la ferita e si consuma di chiuso fuoco.
Ecco i primi versi del IV libro, in cui subito il tormento di Didone è presentato come un fuoco che divora incessantemente, una forza dalla potenza spaventosa. Una fiamma di cui lei sa ben riconoscere i segni, come saprà riconoscerli Dante nel canto XXX del Purgatorio. Ugualmente per Coma_Cose l’amato ha le fiamme negli occhi e con un solo sguardo può far crepitare il fuoco nel cuore. Ma è un bruciare gradito, piacevole:

E non sa come mi riduci
Hai le fiamme negli occhi ed infatti
Se mi guardi mi bruci (…)
Resta qui e bruciami piano

Così lo era anche per Didone in principio, “Dolce la fiamma divora l’ossa“, ma in seguito al distacco di Enea, diviene insostenibile. La tenerezza di lasciarsi contemplare dagli occhi adorati e così consumare, a lei non concessa. Non può pascersi dell’affetto dell’altro. Ora il fuoco di cui arde è destinato a logorarla impietosamente tutta in un istante. Ormai è dilaniata e decisa a darsi la morte, a terminare la sua esistenza sfibrata dal sentimento amoroso. Fa erigere un rogo con tutti gli oggetti a lui appartenuti e si trafigge con la spada dell’eroe per affrancarsi così dalle pene d’amore.

(Traduzione italiana dal latino di Riccardo Scarcia, Bur rizzoli)

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