Il film Iris ci mostra l’Alzheimer: la malattia che ha come cura l’amore

L’Alzheimer raccontato dalla pellicola “Iris – Un amore vero” mostra i lati più terribili della malattia ma allo stesso tempo quello che è il trattamento più efficace: l’amore.

John Bayley e Iris Mardoch interpretati da Jim Broadbent e Judi Dench.

L’Alzheimer è qualcosa che tutti possiamo avere: gente comune e giganti letterari del ventesimo secolo. Ciò vale anche per Dame Iris Murdoch, che cede alla malattia nel film di Richard’s Eyre sui suoi ultimi anni, basato sul libro di memorie del marito Jhon Bayley. Un film potente e coinvolgente che concretizza il terribile e miserabile declino di una delle malattie più spaventose conosciute dall’uomo. Cos’è l’Alzheimer?

Un amore vero

Iris è un film drammatico di carattere puramente biografico. Ci si potrebbe aspettare una trama incentrata sulla vita di una grande scrittrice, ma la storia è un’altra. Il fatto è che questo film non ricorda praticamente la Murdoch nel suo periodo d’oro della scrittura. Infatti è mostrata solo come un’anziana confusa ed immatura, in contrapposizione alla figura aggraziata interpretata da Zuleika Dobson, mostrata nel flashback della sua gioventù. La pellicola dunque mostra il declino, dapprima lieve e successivamente dirompente, della malattia. Tuttavia, il devoto marito John, lotta con disperazione e frustrazione diventando il suo custode, mentre la mente di sua moglie si deteriora. Judi Dench e Jim Broadbent interpretano superbamente Iris e Jhon. Si tratta di una recitazione intelligente che riesce a trasmettere dei reali sentimenti allo spettatore, in un turbinio di scene quasi insopportabilmente tristi, ma sollevate da momenti di comicità possibili sono da due personalità quali erano i due scrittori.

Sintomatologia

Non credo esistano media migliori di questa biografia per descrivere meglio la malattia. La curva discendente della mente di Iris è così ripida che quando una copia del suo ultimo romanzo le viene messa tra le mani, non ha idea di cosa sia o di cosa si tratti. La malattia di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa cronica. Il sintomo iniziale più comune è la difficoltà a ricordare eventi recenti. Man mano che la malattia avanza, i sintomi possono includere problemi nel linguaggio, frequenti episodi di disorientamento, sbalzi d’umore e problemi comportamentali. A poco a poco, le funzioni corporee si perdono, portando infine alla morte entro tre/nove anni dalla diagnosi.

Le cause biochimiche

La malattia è caratterizzata dalla perdita di neuroni e delle sinapsi nella corteccia celebrale e in alcune regioni subcorticali. Questa perdita provoca una degenerazione del lobo temporale, parietale e della corteccia frontale. Queste perdite di funzione sono causate da una malformazione proteica. Come forse saprete, le proteine derivano dal processo di traduzione dall’RNA, tale fenomeno è una sorta di catena di montaggio nella quale ci possono essere degli errori che influiscono sulla struttura finale della molecola. Nell’Alzheimer il ripiegamento sbagliato di alcune proteine ne provoca il loro accumulo formando delle placche. Non si sa esattamente come i disturbi siano collegati alla formazione di questi aggregati proteici. L’ipotesi più accreditata indica che l’accumulo interrompe il flusso di ioni calcio delle cellule del sistema nervoso, inducendone la morte per apoptosi.

L’immagine mostra l’accumulo dell’aggregazione amiloide sul neurone, il quale viene ricoperto. Alla sua morte la comunicazione neuronale (la sinapsi) s’interrompe in determinati punti che a lungo andare è probabile che causino la malattia.

La cura più efficace

Non esiste cura per il morbo di Alzheimer. I trattamenti disponibili offrono un vantaggio sintomatico piccolo e rimangono di natura palliativa, cioè concentrati nell’alleviamento dei sintomi e possono essere farmaceutici, psicosociali e assistenziali. Ed è proprio quest’ultimo che John Bayley attua per sua moglie. Poiché la patologia rende gradualmente le persone incapaci di prendersi cura dei propri bisogni, l’assistenza è essenzialmente la cura più efficace. Il film infatti dovrebbe essere chiamato “Jhon”, dopo che l’uomo ha vissuto con lei, l’ha amata e nutrita, l’anima dolce della scrittrice  che nonostante i sentimenti profondamente feriti alla fine è diventato l’autore della biografica “Iris” per ragioni che solo l’animo umano può concepire.

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