Il Superuovo

Il film “Il Buco” ci rivela in che modo l’alimento può diventare dissacrante

Il film “Il Buco” ci rivela in che modo l’alimento può diventare dissacrante

 

Il potere sacro e simbolico del nutrimento rivela il suo senso sulla tavola.

Il film “Il Buco”, nella sua concentrata potenza, sa descrivere l’atrocità del sistema consumista, la ferocia a cui talvolta l’animo umano può giungere. Ma perché proprio il cibo diventa il mezzo per rappresentare la decadenza dell’umanità?

La prigione verticale si inabissa verso il buio

Il film narra di una prigione verticale, nella quale i prigionieri prendono parte ad una sorta di atroce esperimento umano. I prigionieri, disposi a due per camera in queste celle grigie poste l’una sopra l’altra, sperimentano ogni mese la tortura della propria e altrui meschinità. Attraverso un buco, posto al centro della stanza, cala una sola volta al giorno una pedana ricolma di cibi succulenti, cucinati dai migliori cuochi. C’è il cibo preferito di ogni prigioniero, impiattato e cucinato con minuziosa cura. La pedana, scorrendo dal primo livello fino alla fine della fossa, permette ai prigionieri di nutrirsi  da questo stesso assurdo e macabro banchetto. Chi ha la fortuna di stare ad un livello superiore per un mese riempie il proprio stomaco più del dovuto, mentre chi sta in basso, con la discesa della pedana, rimane con sempre meno cibo o addirittura senza. Ci si può trovare senza alimenti o nell’abbondanza, ma la dinamica non cambia, l’animo umano, nello stato di natura, si rivela sempre individualista ed egoista. In questo assurdo inferno chi può mangia più del dovuto senza lasciare nulla agli altri, e chi vede l’inasprirsi del bisogno arriva agli atti più cruenti. Il film ribolle di simbolismi che pongono domande a chi lo osserva, di immagini tetre che si connettono con il nostro stadio più profondo.

La fame è aperta dall’abisso del bisogno

Il film ruota intorno alla fame, al nutrimento, alla rappresentazione del cibo e del suo bisogno. Qualcosa manca in noi, e per soddisfarci ci rifocilliamo. Il bisogno di saziarci, di riempirci e di prevalere ci rende disumani e senza civiltà. Lo stato di bisogno manifestato dalla fame rende i prigionieri violenti ed egoisti, pronti a scagliarsi gli uni sugli altri in quello scenario di bestialità che sembra depredarli dalla ragione. Nel rapporto che instauriamo con gli altri sappiamo riconoscerli empaticamente come in un gioco di specchi, ma quando la fame violenta i prigionieri essi riescono a vedere nel prossimo solo il proprio saziamento. Guardando l’altro non si specchiano, osservano la possibilità di riuscire a colmarsi, di sopravvivere a discapito della vita altrui, in quegli strazianti giorni tutti uguali. Nel film i prigionieri osservano, si nutrono, vogliono possedere e dominare ogni forma di alterità. Fino alla rappresentazione estrema e lancinante del cannibalismo. Il fatto che la morte sia nutrimento è naturale, ma il film racconta di un’assimilazione violenta senza scopo. Noi possiamo constatare che la morte è sulle nostre tavole, anche se spesso lo scordiamo. Vendere prodotti precotti ci permette di archiviare l’immagine di una vita che si è data per far proseguire la nostra. Dimenticare il legame che lega vita a morte è dimenticare il lieve filo che rende vivi noi. Se su di un tavolo so comprendere la morte, come forse si faceva un tempo seguendo cicli naturali, so anche dar valore alla mia vita. Nutrirsi di morte può spronarci a dar valore al tempo, a dar valore alle nostre azioni proprio perché esistono solo in funzione di qualcosa d’altro. Il film ci fa vedere la connessione tra morte ed assimilazione, nella forma più estrema, ma l’uccisione disumana dell’alterità è connessa al solo bisogno di appagarsi, in un ciclo senza fine. La fame ci riporta ad uno stato di animalità, ad una descrizione dell’uomo come brutalmente irrazionale se posto nelle condizioni di natura. L’idea di società crolla a discapito dell’individuo, e il cibo da condivisione diviene prepotenza per la vita.

 

Il nutrimento straborda oltre il vuoto che sentiamo

I personaggi nel film mangiano, si riempiono, si abbuffano, si usurpano l’un l’altro. Si può dire che si nutrano?
Dall’altra parte del bisogno, connesso attraverso il filo del cibo, c’è l’elemento sacro. Mangiare non sempre sa nutrirci, soddisfarci. Se ingurgitassimo lipidi e carboidrati in pillole risponderemmo comunque alle esigenze fisiche dell’organismo, ma non a quelle spirituali. Si può rispondere al bisogno semplicemente colmandolo, come un pessimo cibo colma il vuoto dello stomaco. Ma la soddisfazione del nutrimento straborda oltre la mancanza, è il prolungamento del seno di una madre che sentiamo nell’amore d’altri. Gli elementi dell’alimentazione non sempre devono solo sopperire il vuoto, non solo devono saperci donare le energie per il proseguimento della vita. L’uomo sa andare oltre, vuole cucinare e non solo mangiare, vuole che il cibo che gli viene offerto o che offre sia sicuro e buono. Cesare Pagazzi ci dice che la sacralità del cibo si riscopre nell’arte del cucinare, il bisogno si fonde alla fiducia. Per comporre un piatto devi disporre di attrezzi a cui affidarti, disporre di cibo di cui confidi la bontà, devi mischiare elementi spesso contrastanti, lavorati da altri. Non assimilare solo alimenti ma instaurare con loro un rapporto, mutarli e comporli grazie al sentimento e alla ragione. Il rapporto di fiducia si tesse dalla nascita. La fiducia nell’alterità, che essa sia la garanzia del cibo e degli utensili o il rapporto con le persone, è il prerequisito per l’installazione di qualsivoglia umanità. Viene chiesto al protagonista del film, prima di farlo giacere in quell’inferno, quale sia il suo cibo preferito. L’atrocità del film si rivela in questo dettaglio dissacrante. Cucinare “per” implica la conoscenza del gusto d’altri, non è solo la riuscita del piatto ma il rapporto con l’interlocutore,  piacere è allora com-piacere. La sacralità del dono è dissacrata, il cibo preferito non è che un’ossimoro nella fossa in cui si mangia al suolo. Les escargots, le lumache, il cibo preferito dal protagonista, non sono solo un’alimento. La promessa della fratellanza, in quel rapporto di fiducia che ci unisce inconsapevolmente, è tradita. Lui stesso diviene lumaca, nel momento in cui qualcun altro è pronto a divorarlo.

La sacralità è colma anche se oscilla tra le dualità

L’uomo è l’unico animale che mangia distante dal suolo, su un tavolo conviviale accanto ad altri, pronto ad innalzarsi. Si apre verso la possibilità, verso il superamento della soddisfazione del bisogno con la ricerca di un piacere, combina ingredienti diversissimi per creare dei contrasti. E cos’è il sacro, se non l’ambivalenza? Se non ciò che allontana e avvicina unendo? E’ l’ambiguità del nuovo gusto, l’unione dei complementari. Il sacro è la connessione che si instaura con l’alterità, l’imprescindibile legame che ci fa esser figli e ci porta a curare ed essere curati, a nutrire ed essere nutriti. Il film sembra suggerire che nella condizione di disumanità l’uomo si manifesta come predatore, come bestia senza alcun valore. Ma è sempre grazie al cibo che il protagonista può mandare il suo messaggio “il sistema è corrotto, la panna cotta deve tornare ai piani alti”. La nostra umanità si cela nel donare più che nel bisogno. L’umanità non è essere corpi da sfamare, ma l’eterna lotta con una trascendenza ingorda di legami. Il messaggio arriverà forse ai piani alti, ma è il protagonista a darci il senso dell’umanità, a tenere insieme vita e morte. Con più vita dei corpi che percepiscono la propria fame e inseguono la sopravvivenza, il protagonista vive della fine. Nella fossa dissacrante rinasce l’elemento sacro, il “sacrum facere”. Il protagonista non diventa bestia e lotta per la socialità. Dopo essere sceso fino all’ultimo livello decide di non risalire su quella pedana. Sceglie la condanna certa dell’ignoto. Si fa sacrificio e muore, nell’unico folle modo per elogiar la vita.

 

 

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