Il film “Antigone” ci mostra quanto sia ancora attuale l’omonima tragedia di Sofocle

Il film canadese di Sophie Deraspe riadatta ai nostri giorni una delle più belle tragedie della cultura greca, riportando in auge tematiche spinose e mai sopite. 

Antigone (Nahéma Ricci) in una scena del film

Le leggi di una comunità o di uno Stato sono fatte appositamente per tutelare i diritti, le libertà fondamentali e il benessere dei cittadini che li abitano. Ma a volte proprio quelle regole o consuetudini finiscono per danneggiare, nel nome di una giustizia stabilita razionalmente, delle leggi non scritte ancora più grandi, ancora più universali e senza tempo. L’amore, la fratellanza, il senso di umanità sono valori che dovrebbero stare alla base degli ordinamenti di un qualsiasi Stato. Ma questi stessi ordinamenti paradossalmente, talvolta, finiscono per creare uno scontro (quasi senza via d’uscita) per cui, per difendere alcuni diritti fondamentali, si ritrovano a negarne altri. Ed è in mezzo a questo scontro che si distinguono due donne forti e coraggiose, con lo stesso nome e con un solo, enorme interrogativo: ragion di Stato o morale? giustizia degli uomini o amore sconfinato per il loro fratello? Attenzione: il film ancora non è uscito in Italia, ma solo in Canada nel 2019 (in anteprima è apparso al Festival del cinema di Roma ma non nelle sale), dunque l’articolo contiene qualche minimo spoiler.

Legge umana o legge divina?

Quello che Sofocle ha messo in scena nel 442 a.C. ad Atene è uno dei drammi più sofferti, più carichi di pathos e di questioni irrisolte che siano mai state scritte e recitate. La sua Antigone è una tragedia che pone allo spettatore un forte quesito ma denso, pregno di dubbio fino nelle viscere. Ci sono due fratelli, Eteocle e Polinice, figli del re di Tebe Edipo, alla morte del quale devono spartirsi il potere e il governo della città. Essi hanno anche due sorelle, Antigone e Ismene, per nulla interessate alle dinamiche politiche ma dai sentimenti e dalla sensibilità intensi e forti, sia religiosamente sia moralmente. Eteocle e Polinice, purtroppo, litigano tra di loro e il secondo viene cacciato dalla città. Arrabbiato e assetato di vendetta, Polinice raduna un grosso esercito e marcia contro Tebe e suo fratello, per riprendersi con la guerra ciò che Eteocle gli ha indebitamente sottratto. Succede che entrambi, infaustamente, muoiono nella guerra e il potere, a questo punto, passa nelle mani di Creonte, fratello della loro madre Giocasta. Creonte si presenta come l’ordinatore della città, colui che riporta la giustizia dopo la devastazione della guerra e il terrore della morte. Tebe non è più in pericolo, ma qualcuno è stato responsabile di aver voluto versare il sangue dei cittadini per perseguire un suo scellerato desiderio di vendetta: quella persona è proprio Polinice, che ora è morto ma che deve ancora scontare, secondo Creonte, un’ulteriore punizione. Da un lato c’è la salma di Eteocle, che viene portato in trionfo e sepolto come un eroe, come il difensore della patria che ha sacrificato la sua vita pur di proteggere Tebe dal nemico; dall’altro c’è il cadavere di Polinice, lasciato insepolto in pasto agli avvoltoi e alle bestie perché ne facciano scempio. Creonte stabilisce questo, lui che incarna lo spirito del popolo tebano ed è l’esecutore materiale delle giuste leggi della città: infatti il nemico, colui che ha trascinato l’ombra della morte su Tebe, non ha diritto all’onore della sepoltura, a maggior ragione Polinice, che la patria l’ha pure tradita. Si tratta della legge degli uomini, quella razionale e creduta infallibile, quella che garantisce con la logica una giustizia definitiva. Creonte, dunque, si limita ad esercitare il potere conferitogli dalla legge per far rispettare la legge stessa: più legale di così non può essere, secondo la logica umana. Dopotutto è vero, Polinice ha tradito la patria muovendole guerra contro, ha messo a repentaglio molte vite di suoi conterranei per una logica personale di rivalsa sul fratello. Non c’è più posto per lui a Tebe, non ha più diritto alla sepoltura un tale impostore. Ma poi arriva Antigone, la sorella addolorata che non vede Polinice come un traditore, un guerrafondaio, un egoista presuntuoso: per lei è semplicemente un fratello defunto da piangere e commemorare, senza differenze rispetto ad Eteocle. La veste di fratello è per lei superiore in valore a qualsiasi atto malvagio egli possa aver commesso e si batte con tutta se stessa perché anche Polinice ottenga sepoltura. Perché il diritto alla sepoltura era sacro, una consuetudine di ascendenza divina: così come sacro era l’ospite per i Greci, anche avere una sepoltura da defunti rappresentava un diritto sancito dagli dei stessi, ovvero da un’entità che andava persino oltre le leggi degli uomini. Un valore universale che Antigone è decisa voler garantire anche al fratello, anche a costo di seppellirlo lei stessa, anche a costo di essere processata, anche a costo di essere uccisa.

Busto di Sofocle

La forza degli affetti e il coraggio di ribellarsi

La parte culminante del dramma è proprio il dialogo tra Antigone e Creonte, durante il quale entrambi espongono le loro ragioni. Creonte, baluardo della legge concepita dagli uomini, difende la ragion di Stato e la patria,“al di sopra della quale nulla va mai anteposto, perché è spregevole colui che preferisce una persona cara alla patria” come dice proprio il nuovo sovrano di Tebe . Antigone difende, a prezzo della vita, gli enunciati di quelle leggi non scritte degli dei, sacre e inviolabili. Che senso ha accanirsi sul cadavere di un uomo che è morto, punendo una carogna per colpe che non può più commettere? Cosa rimane di Polinice dopo che è stato ucciso? Svanisce il suo intento criminale e vendicativo, non può più arrecare danno: resta solo il fatto che si tratta di un uomo, come tutti, e che da tale va trattato. Tutti, a livello universale, hanno diritto allo stesso trattamento morale, la stessa comprensione sancita da un valore che si chiama umanità. L’umanità e l’amore verso chi è uguale a noi spinge Antigone a difendere con ogni mezzo il fratello dalle angherie e dalle presunzioni di Creonte, che dal canto suo si ritrova sempre più solo e insicuro man mano che continua, imperterrito, ad opporsi alle richieste di misericordia e filantropia della ragazza, fidanzata del figlio Emone. Attorno a Creonte si creerà il vuoto degli affetti, perché il figlio si suiciderà per la morte dell’amata Antigone e la moglie Euridice, a catena, si toglierà la vita per il dolore della perdita di Emone. Creonte è rimasto solo con le sue leggi proprio quando già iniziava a vacillare, ad essere dubbioso e insicuro di trovarsi dalla parte giusta. Anche il popolo (il coro), colui la cui opinione Creonte crede di rappresentare, propende per Antigone. Antigone che, invece, con il suo sacrificio si consacra come l’eroina che ha saputo tenere la testa alta e combattere per le sue idee, contro quella che, per perseguire la giustizia di una città, è divenuta un’ingiustizia contro un uomo solo, ma, allo stesso tempo, contro tutta l’umanità. Antigone, per precisare, non è ribelle alle leggi, né Sofocle invita a ribellarsi alla giurisdizione cittadina svilendo le autorità sancite dal popolo. Ma Antigone sa scegliere con occhio critico (e spinta da amore fraterno) da che parte stare, comprendendo quale sia il punto in cui la legge degli uomini stride e quale sia la vera gerarchia nei rapporti umani. Amico, nemico, fratello, omicida? Non importa, perché qualunque cosa una persona faccia e in qualsiasi modo si comporti, rimane sempre e comunque un essere umano. Ed essere umano è sinonimo di valori che, a volte, vanno oltre le giuste leggi che vengono stabilite per il buon vivere comune. Nessuno nega che Polinice si sia macchiato di una colpa abbastanza grossa (anche il fratello in verità non è uno stinco di santo), nemmeno Antigone lo ha fatto. Ma c’è una linea sottile che si colloca tra le leggi cittadine che proteggono una singola comunità e quelle dell’umanità intera. E quando queste due collidono bisogna sapere da che parte stare lungo quella linea. Antigone ha scelto l’amore per il proprio fratello, il bene incondizionato che gli vuole e che sempre gli vorrà, qualunque cosa abbia fatto.  Polinice ha già scontato morendo i suoi crimini, ed è vero che non potrà mai risarcire il male che ha arrecato alla città, ma da morto è solo un uomo come gli altri. Un uomo, il suo caro fratello. Anche soltanto per questo vale la pena lottare.

 

Per mio fratello

Più di duemila anni dopo, in Canada, una regista di nome Sophie Deraspe decide di raccontare la storia di un’altra Antigone trapiantando la vicenda narrata da Sofocle ai nostri giorni. L’Antigone del terzo millennio non è la figlia di un sovrano e la sorella di due uomini che si fanno la guerra, ma appartiene ad una famiglia di immigrati. O meglio, sono tanti fratelli arrivati in Quebec con la nonna, Menècèe, dopo che i loro genitori sono stati uccisi nel loro villaggio d’origine. Si tratta dunque di una ragazza trapiantata in una terra non sua, con una famiglia numerosa che per vivere arranca, sostanzialmente, con due soluzioni. La prima è quella perseguita dalla nonna e da Antigone, che si fa strada con onestà, impegno e ottime capacità che la rendono una brillante studentessa. La seconda è quella fatta da Polynice, che si dà alla criminalità per portare a casa i soldi per vivere dignitosamente. La narrazione prende tutta un’altra piega quando Eteocle e Polynice (i nomi e i legami di parentela sono presi e copiati punto per punto dalla tragedia) vengono sorpresi dalla polizia a giocare d’azzardo per strada, fatto vietato dalla legge. Dopo alcune resistenze dei ragazzi si arriva alle mani e Etéocle rimane ucciso, mentre Polynice viene semplicemente arrestato. Vista la situazione di rifugiati e la fedina penale già sporca di Polynice, quest’ultimo rischia l’espulsione dal Canada e il rimpatrio nel suo villaggio d’origine. Antigone, già addolorata per la perdita di un fratello, non può sopportare di doversi separare anche dall’altro per un crimine così banale. Tanto più che, da un lato, nessuno le riporterà indietro Etèocle e dall’altro Polynice, nella loro terra di provenienza, sarebbe in grave pericolo di vita.

Così, senza entrare troppo nei dettagli, vi diciamo che Antigone rimane divisa tra il lasciare che il processo e la giustizia canadese facciano il loro corso (accanendosi su Polynice) e il provare ad ogni modo a salvare il fratello, anche a costo di mettere a repentaglio il suo brillante percorso scolastico, la sua nascente carriera e la sua permanenza in Canada. Come l’Antigone di Sofocle, anche lei non ha colpe, ma decide autonomamente di tentare, con ogni mezzo, di proteggere e difendere Polynice opponendosi al corso di una giustizia che si accanisce sul ragazzo. In più, questa Antigone non deve battersi solo per un fratello, ma anche per l’altro: la sua morte è ingiusta, è un sopruso, un abuso di potere. Anche questo le dà una forza ancora più incontenibile. Nessuno sa in quali condizioni abbiano vissuto fino ad ora e nessuno sa cosa vorrebbe dire per Polynice tornare a casa, nella terra dove hanno ucciso i suoi genitori. Per questo, tra stratagemmi ingegnosi e varie controversie legali, Antigone combatte senza arretrare di un centimetro per suo fratello, anzi offrendosi, ad un certo punto, di pagare al posto suo. Attorniata dalle polemiche suscitate dai social (che svolgono, con un bel tocco di classe della regista, il ruolo che nella tragedia spettava al coro), resta ferma sulle sue posizioni e sulla sua battaglia, per fare in modo che non venga tolto il visto di rifugiato a Polynice e alla famiglia. Il fratello sarà pure un criminale di strada, ma ora rischia di rimanere senza terra, senza famiglia, nella miseria e nel costante pericolo di vita per una scaramuccia da nulla nata con dei poliziotti, durante la quale per di più Eteocle ci ha rimesso la vita. Questo Antigone non lo accetta e nulla la ferma, anzi col tempo raccoglie sempre più sostenitori per la sua battaglia. Una battaglia quanto mai attuale, la sua, che apre gli occhi su alcune dinamiche che regolano la vita di tutti i giorni. Una battaglia che unisce l’amore incondizionato per il proprio fratello alla lotta contro quelle ingiustizie perpetrate nel nome di una giustizia inseguita nel modo sbagliato. Questo rende la vicenda di Antigone universale e senza tempo: la forza e il coraggio di lottare per chi si ama e di ribellarsi di fronte ad un’ingiustizia mascherata da giustizia, che risolve le cose a metà o le peggiora drasticamente. Accende i riflettori sulle dinamiche sociali (soprattutto il film, con la questione della condizione degli immigrati e rifugiati in Canada); sul rapporto tra il potere, la giustizia umana e quelle leggi non scritte che riguardano (o dovrebbero riguardare) tutti indifferentemente; sull’importanza di certi valori come gli affetti, la fratellanza e l’umanità, che rappresentano qualcosa che trascende qualsiasi forma di giustizia e per i quali è sacrosanto lottare.

 

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