Il disturbo dissociativo spiegato tra letteratura e cinema: William Wilson e Split a confronto

Il disturbo dissociativo dell’identità è stato spesso oggetto di opere letterarie e cinematografiche e, in alcuni casi, i riferimenti a tale patologia sono trattati in modo talmente raffinato da risultare quasi impossibili da riconoscere. Ad esempio, avete mai pensato che magari Stevenson nel descrivere le vicende del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde stesse tentando di descrivere un disturbo dissociativo (chiaramente all’epoca non ancora riconosciuto nel DSM)? 

La letteratura e il cinema sono pieni di riferimenti al disturbo dissociativo di identità, noto anche come disturbo da personalità multipla, inserito ufficialmente nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali solo nel 1994.
Malgrado ciò, esistono romanzi, serie tv e film antecedenti al ’94 che trattano sapientemente l’argomento, addirittura il primo a parlarne in letteratura fu Edgar Allan Poe nel 1839 e di certo l’ultimo caso eclatante in cui sia stato trattato l’argomento è invece al cinema, grazie a Split del regista indiano M. Night Shyamalan (e il suo sequel Glass).
Come cambia il modo di descrivere una patologia così delicata tra cinema e letteratura?

Edgar Allan Poe e William Wilson

Nel 1839 sul Graham’s Magazine appare un racconto di Edgar Allan Poe, decisamente cupo e controverso. La storia è narrata in prima persona da un certo William Wilson che racconta come la sua vita sia giunta al capolinea: narra dei suoi ricordi d’infanzia, di come godesse della stima di tutti i suoi compagni, fatta eccezione per un ragazzo suo omonimo, che gli somigliava incredibilmente.
L’omonimo di Wilson, che si comportava e gesticolava come lui, pareva volerlo screditare ad ogni costo e in ogni situazione, riuscendoci perfettamente. Una notte Wilson decise di raggiungere la camera da letto del suo omonimo per vendicarsi di lui, ma guardando quel volto così simile al suo si lasciò prendere dal panico e decise di lasciare la città. 
Da qui iniziò il calvario del povero Wilson: qualsiasi città visitasse, si ritrovava sempre il suo omonimo a mettergli i bastoni tra le ruote, facendolo sentire ingabbiato dalla sua malevola presenza. Nel frattempo, cambiando continuamente città, Wilson faceva una vita via via più dissoluta e dedita ad alcol e gioco d’azzardo, finché un giorno, in preda alla disperazione, sfidò a duello il suo acerrimo nemico e gli inflisse un colpo mortale.
Fu a quel punto che Wilson si ritrovò dinnanzi ad uno specchio, mentre il suo riflesso sussurrava la frase:

 

«Tu hai vinto ed io cedo. Ma tu pure, da questo momento, sei morto – sei morto al Mondo, al Cielo, alla Speranza! In me tu esistevi – e ora, nella mia morte, in questa mia immagine che è la tua, guarda come hai definitivamente assassinato te stesso.»

 

Split di Shyamalan

Il film, uscito nel 2016, riprende la storia vera di Billy Milligam, affetto da disturbo dissociativo d’identità, raccontata nel romanzo di Daniel KeyesThe Minds of Billy Milligan“. Milligan, proprio come il protagonista di Split, ha ben 24 personalità diverse, emerse durante un processo avvenuto nel 1972 per rapimento e stupro.
Il protagonista di Split, allo stesso modo, rapisce tre ragazze davanti alle quali si palesano tutte le sue personalità eccetto la 24esima, una personalità oscura e temuta dalle altre nota come “La Bestia”.
La pellicola evidenzia quanto questi disturbi emergano da violenze subite durante l’infanzia o forti traumi, che portino poi il soggetto a dissociare le sue personalità, pur di difendersi in un qualche modo dal male subito.
Il protagonista è infatti seguito da una psichiatra, che individua tra le sue varie personalità quella di un bambino di 9 anni, di una donna maniaca del controllo, addirittura quella di una donna che soffre di diabete (mentre le restanti personalità, quando detengono il controllo, non hanno questo disturbo).
Emblematico è il finale del film, in cui dopo l’arrivo della temuta Bestia (personalità dominante in quel momento), il protagonista uccida e divori le sue vittime, tranne l’ultima che porta i segni delle violenze subite dallo zio. Il protagonista si allontana quindi dicendo che non le avrebbe fatto alcun male, perché chi ha sofferto è puro e superiore agli altri.

 

Il disturbo d’identità nel linguaggio letterario e cinematografico

Alla luce di questi due esempi prototipici, appare evidente quanto sia complesso descrivere il disturbo in differenti linguaggi artistici.
Mentre Shyamalan pone l’accento su aspetti eclatanti del disturbo, come il passaggio da una personalità all’altra e le conseguenti amnesie, Poe si concentra sulle sensazioni, rendendo quasi impossibile capire quando una personalità si stia manifestando.
Shyamalan inserisce elementi grotteschi e quasi comici nel mostrare il susseguirsi delle personalità del protagonista, che spesso non hanno coscienza di quanto accada in loro assenza, quando un’altra personalità prenda il sopravvento e giunga quindi “alla luce”.
Altre pellicole degli ultimi anni evidenziano allo stesso modo il disturbo, calcando la mano su alcuni aspetti della patologia, in un crescendo di tensione e pathos. Basti pensare a “Shutter Island“, il cui protagonista sta affrontando una terapia d’urto per accettare la morte della moglie, omicida dei suoi due figli; o ancora a “The Black Swan“, in cui la protagonista non distingue ciò che è reale da ciò che è dettato dalla sua immaginazione e finisce addirittura per togliersi la vita (proprio come William Wilson); o infine il celebre “Psycho“, ove il protagonista ha assunto oltre alla sua, la personalità della madre ormai defunta, che incolpa degli scellerati omicidi da lui commessi.
Poe usa invece un linguaggio meno esplicito, che pone l’accento su come il protagonista si ritrovi confuso e stupito di fronte a ciò che gli accade, attraverso la sottile metafora del gemello, un cliché spesso usato in letteratura.
Dopo di lui vediamo Stevenson con “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde“, che come detto ricorre ad un filtro miracoloso messo a punto dal Dr. Jekyll, per trasformarsi in Mr. Hyde e compiere così tutte le azioni violente e sconsiderate che egli segretemante desidera fare; ma anche Dostoevskij ne “Il sosia” e Calvino ne “Il visconte dimezzato” trattano il tema con le stesse delicate metafore, lasciando degli importanti spunti di riflessione sull’oscuro e contorto labirinto che è la mente umana.

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