Alain Cocq: la storia di un uomo che ha rivendicato il diritto di morire in diretta Facebook

L’approccio a eutanasia, suicidio assistito e sedazione permanente negli stati.

Marco Cappato, avvocato di dj Fabo si difende in tribunale.
Marco Cappato, avvocato di dj Fabo, si difende in tribunale.

Non è una scelta quella di venire al mondo e, nella maggior parte dei casi , nemmeno di lasciarlo.  Ogni giorno difronte ai casi di cronaca nera più crudi, ci stupiamo di come la morte la maggior parte delle volte ci colga impreparati, arrivando troppo presto e stroncando vite troppo giovani. Ma, la fine, può rappresentare in alcuni casi un’opzione vantaggiosa: questo accade quando la si cerca disperatamente, perché schiacciati dalle proprie fragilità o stanchi di protrarre un’esistenza ricolma solo di sofferenze. Ma esiste il diritto di scegliere per sè una morte più dignitosa?

 Il caso Alain Cocq

Una malattia genetica e 34 anni di lungo calvario sono le ragioni per cui Alain Cocq, 57 anni, francese, aveva intenzione di mettere un punto alla sofferenza che non aveva scelto, richiedendo la sedazione profonda e continuativa. La sedazione profonda prevista in Francia dalla legge Leonetti del 2016 è in realtà qualcosa di diverso rispetto a suicidio assistito o eutanasia: consiste infatti in una terapia sedativa ed analgesica che porta ad una profonda e continua alterazione dello stato di coscienza, azzerando il dolore e la sofferenza e avvicinando la morte naturale attraverso la sospensione di ogni trattamento di sostegno vitale, tra cui l’alimentazione e l’idratazione artificiali. Una strada più facile dunque, da percorrere per arrivare alla morte dopo una vita di dolori, negata però ad Alain. La sua richiesta infatti, era stata respinta da parte del presidente Macron, in virtù del fatto che il soggetto non rientrava nella categoria di malato terminale, conditio-sine-qua-non nella legge, per la concessione della cura. Così Cocq durante i primi giorni di settembre, aveva deciso di sfidare il sistema e prendersi da solo ciò che voleva, lasciandosi morire attraverso la sospensione delle cure, dell’alimentazione e dell’ idratazione, ma, tutto ciò, in diretta Facebook. Uno spettacolo gratuito della sua morte, un simbolo politico, una protesta per quella che per lui era stata un’ingiustizia, un’accusa nei confronti di un sistema a suo parere sbagliato, un monito rumoroso e scioccante per le istituzioni: ecco quello che quel gesto scellerato e colmo di disperazione rappresentava. Nel video appare stanco e percettibilmente arrabbiato, orgoglioso però della spettacolarizzazione della sua agonia in nome del reclamo del suo diritto ad avere una morte dignitosa: il mio spirito è e rimarrà libero, dice sforzandosi,  insofferente nei confronti di un corpo/prigione che lo ha condannato alla sofferenza. Nonostante il grande numero di spettatori dello spegnersi lento e inesorabile di Alain, Facebook ha chiuso suoi canali e oscurato i suoi video fino all’8 settembre, scatenando l’esplosione dei commenti e aiutando Ailan a perseguire forse il suo vero obiettivo: accendere il dibattito.

Eutanasia in Italia

Parlare di eutanasia, suicidio assistito o sedazione in Italia non sembra affatto una voce fuori dal coro, ma evoca un caso giudiziario e che ha creato un’attenzione mediatica sul tema senza precedenti: il caso di dj Fabo. All’epoca dei fatti la materia era stata affrontata marginalmente, e mai aveva scatenato dibattito come in quel caso. Fabiano Antoniani era infatti un dj 40enne, che, diventato tetraplegico e cieco a seguito di un incidente stradale e all’esito di decine di cure senza effetto, aveva chiesto di morire, attraverso centinaia di appelli alle istituzioni. Ma, inascoltato fino al 2017, aveva deciso di cercare la morte in Svizzera, accompagnato dalla sua fidanzata e dal suo avvocato. Proprio lui, Marco Cappato, esponente dei radicali e membro dell’associazione Luca Coscioni, si era autodenunciato alle autorità, puntando i fari, a suo discapito, su qualcosa che l’ordinamento italiano ancora non riconosceva: il diritto ad una morte dignitosa. L’avvocato diventava così, automaticamente, l’agnello sacrificale di un caso che almeno idealmente riguardava un po’ tutti e che inevitabilmente ci spinge a pensare: io cosa avrei fatto?

Ho chiesto il giudizio immediato perché voglio che in Italia finalmente si possa discutere di come aiutare i malati a essere liberi di decidere fino alla fine (Marco Cappato)

Il procedimento che vedeva imputato Marco Cappato aveva coinvolto e scosso l’opinione pubblica, scatenato campagne social a sostegno del coraggioso avvocato e sensibilizzato, seppur tra idee discordanti, l’Italia tutta. Al punto di svolta si era arrivati quando la Corte d’Assise del tribunale di Milano aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art.580 del codice penale, norma che prevede la punibilità dell’aiuto al suicidio con una pena dai 5 ai 12 anni. La Corte Costituzionale, dando sempre prova della sua lungimiranza e competenza aveva, con il suo intervento, cambiato totalmente le sorti di quello e dei successivi processi in materia, stabilendo nella sentenza 242 del 2019 che, a determinati requisiti, l’aiuto al suicidio non poteva essere considerato un reato. Da lì ne conseguí l’assoluzione di Cappato. Quello che in realtà avevano fatto i giudici della consulta, riconoscendo l’importanza e la sensibilità del tema, era stato rimandare la questione al legislatore, dando un anno di tempo al Parlamento per intervenire con una norma in materia. Peccato però, che tutt’ora la legge riguardante l’eutanasia e consimili casu non è ancora stata approvata, nonostante le richieste di alcuni parlamentari e del popolo stesso.

Eutanasia sì in Svizzera

La Svizzera, ultima spiaggia per tanti come dj Fabo, è uno tra gli stati a permettere il suicidio assistito. Suicidio assistito e eutanasia legale non sono infatti la stessa cosa: nel suicidio assistito il ruolo del medico è residuale perché si sostanzia esclusivamente nella consegna del farmaco che induce la morte, ed è il paziente a scegliere quando assumerlo. Nell’eutanasia assistita invece è il medico a somministrare il farmaco letale o a determinare lo spegnimento di macchine e cure vitali. La Svizzera è, ormai da anni, l’ultimo viaggio di chi decide di morire. Lo stato tollera il suicidio assistito sin dal 1940, ma solo a determinate condizioni come la capacità di intendere e di volere del soggetto, il desiderio certo di morire che non deve rappresentare solo un impulso o un atto istintivo, l’assenza di influenze esterne e la possibilità di provocare la propria morte, assumendo il farmaco autonomamente. Il malato è selezionato valutando la reale condizione di sofferenza e menomazione: sono infatti le strutture a cui vengono inviate le richieste a valutare l’effettiva irreversibilità della malattia, pena l’esclusione dalla procedura. L’art.114 del codice di procedura penale svizzero sottolinea che il farmaco che provoca l’arresto cardiaco, prescritto dal medico in dosi letali, deve essere sostanzialmente ingerito dal soggetto, che, se tetraplegico, potrà aiutarsi con un tasto che, una volta premuto, provocherà il rilascio della sostanza.

Suicidio assistito, eutanasia o sedazione in tanti ordinamenti, tra cui l’Italia, sono ancora al centro del dibattito e seppur questo rappresenti un segnale di sviluppo , guarda ancora da lontano l’obiettivo di pieno riconoscimento. Per alcuni non sarebbe ammissibile scegliere di morire nell’ottica in cui la vita, in tutte le sue forme perfette e imperfette rappresenta un dono da non sprecare, ma c’è chi, davanti alla sofferenza estrema di tanti malati terminali riconosce loro il diritto di poter stabilire quando e come morire con dignità, libertà etica che uno Stato dovrebbe garantire fino alla fine, soprattutto quando vivere significa soffrire giorno dopo giorno. E tu, come la pensi? Sei a favore dell’approvazione di una legge italiana ad hoc?

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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