Il discorso del re: quando la psicologia incontra il cinema

ll discorso del re è un docu-drama diretto da Tom Hooper incentrato sui problemi di balbuzie di re Giorgio VI e sul suo rapporto col logopedista, e in seguito amico, Lionel Logue: una vicenda sconosciuta ai più, tenuta nascosta per volere dell’attuale Regina Elisabetta d’Inghilterra. Il film ha vinto il premio del pubblico al Toronto International Film Festival, ha ottenuto 7 candidature ai Golden Globe 2011 (una ha fruttato il Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico al protagonista Colin Firth), nonché 4 premi Oscar su 12 candidature: miglior film, miglior regia, miglior attore.

(discorso del re al microfono, www.scriptpisa.it)

Demostene, Cicerone, Virgilio, Alessandro Manzoni, Winston Churchill, Marilyn Monroe, Isaac Newton, Jimi Hendrix, Harvey Keitel, Bruce Willis… Potremmo tranquillamente continuare, ma non è il caso. Tutte queste personalità sono state accomunate da un problema: le balbuzie, che fino al 2010, non è stato molto affrontato dal cinema. Per sfatare tale tabù è dovuto intervenire il produttore Harvey Weinstein che ha affidato la regia di un biopic sul re inglese Giorgio VI, al semidebuttante Tom Hooper.  il sostegno emotivo e l’aiuto psicoterapeutico  Tra le corde più intime e segrete della pellicola scopriamo interessanti spunti di riflessione riguardanti l’attività psicoterapeutica, base per la felicita interiore.
Infatti, osservando il legame che si instaura fra i due protagonisti, ci accorgiamo di come il film ritragga i principi fondamentali insiti in ogni relazione d’aiuto, oltre che il sostegno emotivo di Elizabeth a Giorgio VI, quale importante figura di incondizionata accettazione e dedizione per il suo consorte, in contrapposizione con l’altra figura femminile presente nel film, Wallis Simpson, donna opportunista e di dubbia condotta morale.

Infine, viene messa in risalto l’autorità del padre, che rispetto alla fragilità del figlio mostra sia un atteggiamento dissacratorio, incoraggiando il fratello a prenderlo in giro, sia un atteggiamento rigido e autoritario, arrabbiandosi nel voler correggere il balbettio del figlio (“Provaci e basta! Fallo!!!”).

(regina Mary e re George VI insieme a palazzo, www.auditoriumcasatenovo.it)

La radio e il microfono: le novità degli anni 20 Sulle dolci note di un pianoforte si apre il film.
È un’ouverture che sagacemente introduce lo spettatore non solo alla cerimonia di chiusura dell’Empire Exhibition di Wembley avvenuta a Londra nel 1925, ma che soprattutto conduce il pubblico nell’allora nuovo mondo tecnologico della radio.
Il primo piano del microfono, ripreso ora frontalmente, ora posteriormente, con la sua forma ovoidale simile a quella di un occhio, ci proietta subito negli anni Venti, l’epoca in cui l’invenzione della radio ha rivoluzionato la comunicazione, entrando a far parte della vita quotidiana degli individui.
“La voce radiofonica” collega nello stesso tempo spazi territoriali vastissimi, prima di allora impossibili da raggiungere.
Si tratta di un salto decisivo rispetto al processo di nazionalizzazione di tanti Stati, che pur essendo spazialmente distanti, fanno parte di uno stesso impero coloniale.
Il Regno Unito nel 1925 per la prima volta trasmette un messaggio via radio alla nazione e alle sue colonie, e al mondo intero.
“Qui è la BBC National Programme!” annuncia il presentatore, “Sua altezza reale il duca di York leggerà un messaggio di suo padre Sua Maestà Re Giorgio V”.
Per la cerimonia di apertura il figlio maggiore del sovrano aveva già fatto la sua prima trasmissione radiofonica, e ora tocca al figlio minore chiudere la manifestazione, facendo il suo primo intervento alla radio, leggendo un messaggio del padre, il Re Giorgio V.
In quei primi anni in cui “la voce radiofonica” cominciava a farsi sentire, parlare al microfono della radio comportava una preparazione adeguata all’evento, una serie di rituali ben precisi, così come, tra gargarismi e inalazioni per la gola, il presentatore della BBC National faceva prima di iniziare la trasmissione.
Ma per chi ha difficoltà nel parlare, per chi teme di esporsi in pubblico, non c’è adeguata preparazione in quei momenti che possa alleviare la tensione e l’angoscia di dover parlare pubblicamente.
Mancano due minuti alla diretta, annuncia un altoparlante, e così il Duca di York entra in scena con a fianco la fedele dolce sposa Elizabeth che gli sussurra “È ora di andare”. Lo stato interiore del personaggio
Il viso tirato del protagonista la dice lunga sul suo stato emotivo, altri personaggi compaiono e provano a infondergli coraggio, dicendogli “Sono sicuro che sarete splendido! Andate avanti con calma!”, “Lasciate fare al microfono!”, senza sapere che tali esortazioni potrebbero sortire l’effetto opposto, e cioè gravare sulla tensione e sull’ansia da prestazione, che già lo stanno soffocando.
“Tre lampi, poi rosso fisso, e siete in diretta”, dice il tecnico radiofonico, ma il silenzio dopo il convenuto segnale è troppo lungo, la lettura del messaggio non avviene subito.
È come se “l’occhio del microfono” lo stia fissando, terrorizzandolo.
Fra sguardi attoniti e impazienti il Duca di York comincia, esitando, a proferire qualche parola, ma fra blocchi silenti e sillabe ripetute, il flusso delle parole non è né chiaro né comprensibile, la fluenza verbale non è scorrevole.

(Seduta terapeutica con Lionel Logue, www.whyMarche.it)

Quando il terapeuta diventa un amico Come spesso accade, il paziente non ha nessuna intenzione di guarire, anche se ne ha immenso bisogno, soprattutto nel momento in cui saprà di venire incoronato al posto del fratello che abdica a causa della donna amata.
Ma l’essere re significa prima di tutto conquistarsi il diritto di padroneggiare le proprie paure, di vincere la sottomissione a un destino biologico, in questo caso la disfunzione della loquela, che ha trasformato letteralmente l’individuo in una sequenza di balbettii da neonato.
È da notare che in effetti questo futuro re non sembra nemmeno un re ma un paziente qualunque, irragionevole e stucchevole.
In realtà ogni paziente è spesso entrambe le cose ma tuttavia è proprio su questi scarti della psiche che è necessario lavorare analiticamente, e prima di tutto su noi stessi nel difficile compito di accettarli.
La figura del terapeuta possiede poi nella pellicola alcune caratteristiche fondamentali: è prima di tutto uno straniero, più precisamente un australiano, con tutti i pregiudizi che questo ha sempre comportato per gli inglesi.
E poi il logopedista Rush possiede nel film un bene prezioso e quasi insostituibile: una vita emotiva stabile ma estremamente creativa, un inusuale rapporto di rispetto e collaborazione con la moglie, rapporto di cui si sono da tempo perse le tracce nella nostra vita civile, ma soprattutto non ha legami con lo Stato, con l’autorità costituita. Non è vincolato, come lo è uno psichiatra o uno psicologo, alla figura del “pubblico ufficiale”, anzi non ha neppure un’abilitazione o un “pezzo di carta” che lo qualifichi. Ma è proprio questa la sua forza.
È in sostanza una figura “etica” che si sostiene quasi esclusivamente sulla sua grande esperienza acquisita e maturata trattando i traumi di guerra dei reduci.
Assume le sembianze di un vice-padre, un amico, un tutore, uno che soffre per la condizione del paziente e fa di tutto quanto è in suo potere un’arma per strappare alla malattia il malcapitato che si dibatte e, irragionevolmente e goffamente, non vuole guarire.
Il discorso finale commuove ovviamente non tanto per quel che dice ma per come lo dice: una ulteriore conferma, sostenuta anche da recenti ricerche neuroscientifiche, dell’assunto che la cura della sostanza passa anche attraverso la forma.                                                                                                                                                                                                               Elvisa Pinto

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