Il dialetto come mezzo espressivo: il nuovo rap napoletano e Nicola Siciliano

La storia linguistica italiana e un rapper della nuova generazione a Napoli: il dialetto per comunicare.

La lingua italiana è frutto di un lento processo di ‘stabilizzazione’ a partire da singoli dialetti. La pregnanza di queste parlate locali nella storia ha portato a un forte senso d’identità nei confronti dei singoli linguaggi regionali. I dialetti rischiano, però, in certe zone, l’estinzione: forse un certo tipo di musica vicina ai giovani può rallentare questo processo.

L’Italia: una situazione linguistica particolare

L’italiano come lo conosciamo oggi è il risultato di una lunga serie di dibattiti linguistici e letterari che hanno attraversato la storia del Paese. Prima di Dante (e, circa, fino ai tempi di Manzoni) non c’era una lingua standardizzata e comunemente accettata come nazionale: il territorio era diviso in dialetti regionali e addirittura municipali (relativi ad ogni comune), con differenze soprattutto fonetiche (la ‘pronuncia’ delle parole) e lessicali (le parole stesse). Ogni zona aveva sviluppato un proprio linguaggio direttamente dal latino, dando forma a una serie di dialetti primari (equivalenti tra loro).  Tra questi c’erano, ovviamente, somiglianze (la lingua d’origine era la stessa e luoghi contigui si influenzavano a vicenda), ma restavano idiomi indipendenti. Ognuno di questi, infatti, poteva accogliere e fare proprie forme ‘esterne’ in seguito a conquiste compiute o, più spesso, subite (chi dai Galli, chi dagli Arabi…); ancora, differenze potevano derivare da fattori fisici del territorio (in Sardegna, ad esempio, il dialetto risulta particolarmente conservativo rispetto al latino, per via del suo isolamento)… La moltitudine di elementi che potevano concorrere alle variazioni linguistiche, unita alla prolungata divisione politica e al lungo permanere di regionalismi (o municipalismi) in certi contesti d’uso, hanno portato ad una particolare differenziazione linguistica in Italia, anche dopo lo stabilimento di una lingua italiana standard.

Una definizione nuova: la dilalìa

L’Italia vanta quindi una posizione di rilievo negli studi linguistici di ambito romanzo (della ‘Romania’ – territori dell’ex Impero Romano). La particolare situazione linguistica italiana è stata definita dal linguista Gaetano Berruto con il termine dilalìa. Prima di spiegare il significato di questa definizione, bisogna, però, avere in mente quale sia la differenza tra dialetto e lingua: da un punto di vista puramente tecnico e linguistico, non ne esiste alcuna. Per definizione, infatti, una lingua è un codice (composto di segni scritti e/o parlati) attraverso il quale gli appartenenti a una collettività comunicano: i dialetti possiedono questo presupposto al pari delle lingue. I criteri alla base della distinzione, quindi, sono puramente extra-linguistici (sociali, spesso): la diffusione sul territorio, le funzioni, il prestigio (gli strati sociali che adottano il codice), l’esistenza di una norma scritta (una grammatica) e di una tradizione letteraria. La coesistenza di due codici su un territorio, prende spesso la forma di una diglossìa (area in cui le funzioni dei codici sono molto specializzate, con una varietà alta e una bassa ben definite); o del suo opposto: il bilinguismo (in cui i codici hanno le stesse funzioni in tutto e per tutto). In Italia è stato necessario inventare una definizione nuova e si potrebbe dire ‘mediana’, appunto la dilalìa: una situazione in cui c’è libera alternanza dei due codici, che non sono né completamente privi di contatto né equivalenti (es. nelle conversazioni informali possono essere entrambi adottati senza distinzione e indipendentemente dal livello culturale dei parlanti). Il fatto è tutt’altro che trascurabile: indica che il dialetto ha in Italia, più che in altri luoghi, una diretta influenza sulla comunicazione, di cui è parte integrante.

L’emergente Nicola Siciliano, il rap in dialetto

Il vivo utilizzo del dialetto, specialmente nel Nord Italia e nei grandi centri, è in declino tra le nuove generazioni, ma ancora resistente in certe espressioni idiomatiche (ad esempio con finalità ‘rafforzative’, per dare una sfumatura più energica ad una frase). In altri luoghi (specie in zone più isolate, nelle valli e in certe parti del Sud Italia) il dialetto è ancora molto radicato, e non come predominio esclusivo dei più anziani, ma come linguaggio proprio anche dei giovani, attraverso i quali si esprime in tutta la sua vitalità e il suo colore. Un esempio calzante, in questo senso, è la nuova generazione del rap napoletano: ieri, tra le tendenze YouTube, si poteva trovare in quarta posizione Nicola Siciliano, rapper emergente classe 2002, con il suo nuovo singolo ‘Trip‘ ft. Nayt (testo e ritornello sono in dialetto, fatta eccezione per la parte di Nayt). Il napoletano stretto può risultare quasi incomprensibile ai non parlanti; da cosa può derivare la scelta di adottarlo? E ancor più, cosa spinge la gente ad ascoltarlo e a garantirgli un simile successo? Le stesse domande varrebbero per altri più affermati nomi della scena (Liberato, Rocco Hunt e molti altri). Forse una risposta può risiedere in un interiorizzato ‘affetto’ per il dialetto in sé: anche quando la parlata non sia quella della regione di provenienza, possiede sempre un calore che in qualche modo appartiene a tutti. Un testo in dialetto, dunque, per quanto ostico da un punto di vista di comprensione immediata, ha un fascino che gli deriva dalla sua portata identitaria: è questa a fungere da comune denominatore, e a rendere simpatica e intima la musicalità di questi brani.

Il rischio di estinzione

Le lingue variano, si trasformano, diventano altre: a volte si estinguono del tutto. Il latino stesso, nonostante la sua portata culturale e letteraria, ha finito per spegnersi e diventare una ‘lingua morta’, senza parlanti sopravvissuti. I dialetti sono certo lingue, come si è constatato, ma lingue sempre maggiormente considerate marginali, provinciali, relegate a strati sociali bassi: sono idiomi a rischio di estinzione. Conservare un patrimonio così vasto e variegato come quello dialettale italiano, preservarne il colore e l’energia che tramandano il folklore delle diverse regioni, è una prerogativa in qualche modo nobile, che parla di diversità e insieme di uguaglianza. Produzioni musicali vicine ai ragazzi, come quella di Nicola Siciliano, possono ricordare quell’identità e tenerla viva, esaltandone l’intrinseca bellezza.

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