Addentriamoci in questo particolare concetto partendo dall’ Inferno dantesco, passando tramite il Decameron e giungendo ad un film dei giorni nostri

Affrontiamo il concetto di fortuna attraverso i secoli, a partire dalle sue origini nell’antica Roma, passando per la fervente religione dantesca, per il realismo mercantile boccaccesco e per gli sguardi innamorati che si scambiano i personaggi di Ozpetek nel suo nuovo film.
Il settimo canto dell’ Inferno, una visione prettamente religiosa
Le origini della Fortuna, una divinità, risalgono già al tempo degli antichi romani, i quali attribuivano l’ introduzione del culto al re Servio Tullio. Interessante è come, nel corso dei secoli, si sia trasformato il concetto ad essa legata. Basti prendere come primo esempio quello del Padre della nostra letteratura, ovvero Dante Alighieri. Nel settimo canto dell’ Inferno, Dante ci porta nel quarto cerchio infernale, dove sono costretti a scontare una pesantissima pena i cosiddetti “avari e prodighi”. I dannati sono divisi in due schiere ben distinte, nelle quali è possibile notare i rispettivi dannati spingere e far rotolare un grandissimo macigno per tutto il perimetro del cerchio in senso opposto. A spiegarci chi siano i dannati, come sempre, è il sommo poeta Virgilio, il quale rivela al suo discepolo, quindi a tutti noi, che questi peccatori, in vita, non seppero spendere il loro denaro con giusta misura, peccando gli uni di prodigalità e gli altri di avarizia. Dopo aver riconosciuto tra quelle schiere alcuni chierici, il cui elemento distintivo è la tonsura, è molto curioso ed allo stesso interessante vedere come Dante affronti il concetto di Fortuna, che diventa dal verso 69 in poi il perno del canto.” Or puoi, figliuol, veder la corta buffa d’i ben che son commessi a la fortuna, per che l’umana gente si rabbuffa;” con queste parole Virgilio intende spiegare a Dante il fatto secondo cui Dio ha predisposto un’ Intelligenza superiore per governare ed amministrare i beni terreni, e che avesse anche il compito di trasmutare le ricchezze tra le verie stirpi e le varie famiglie al di là del “senno” degli uomini. In base al Giudizio della fortuna, nascosto e celato dietro il misterioso significato religioso, una famiglia prospera e l’ altra decade, proprio per la sua grandissima forza di non poter essere contrastato dalla Sapienza e dall’ astuzia umana. Dante ha ben presente la concezione degli antichi secondo cui la Fortuna era vista come una Dea volubile e capricciosa, la quale teneva ben salda tra i suoi artigli i beni e le ricchezze terrene, vista come una creatura animalesca che dispensava e toglieva le ricchezze agli uni o agli altri in maniera del tutto casuale e senza una condizione razionale. Ma a farlo tornare sulla “retta via” è il maestro Virgilio, il quale ci tiene a precisare la natura Divina della Fortuna, che agisce secondo volontà divina, che trasmuta beni e ricchezze secondo un concetto religioso inconoscibile ai comuni mortali. Tutto questo è dovuto al disegno provvidenziale dipinto dal sommo Dio, in cui ogni cosa ha un senso preciso e nulla avviene per caso. Il fatto che la sapienza umana non possa indagare questo misterioso concetto ribadisce con ancora più forza e vigore la scarsa importanza, la futilità, che si deve assegnare alle cose materiali, perchè la tanto decantata “salvezza ultraterrena” attraverso le tre cantiche dipende da ben altro. L’eccessivo confidare nella fortuna, dunque, può portare alla perdizione ed al peccato, come è avvenuto ai dannati di questo cerchio quarto.
Il concetto laico di Fortuna in una realtà troppo reale secondo l’ autore del “Decameron”
Con Giovanni Boccaccio, ci troviamo immersi totalmente in un altro mondo. Siamo nella spietata realtà della peste, che flagellò Firenze negli anni del 1348, dove tutto sembra perduto per sempre, dove la realtà risulta davvero essere quella che è e non quella che si pensa che sia. Dieci giovani avventurosi, per ravvivare un qualcosa di così macabro ed oscuro, decidono di dilettarsi raccontandosi delle novelle. Nell’ arco di queste bellissime cento novelle, le quali trattano dei più svariati temi che riguardano l’ esistenza di noi comuni mortali, è possibile distinguere quelli che sono i due cardini principali attorno ai quali ruotano la poetica ed il pensiero boccaccesco: la Natura e la Fortuna. L’uomo, secondo la visione di Boccaccio, si definisce entro queste due forze, ovvero entro la forza, percepita come interna, della Natura, nella quale l’ uomo deve essere in grado di riconoscere gli istinti e gli appetiti per farne l’utilizzo migliore, ed entro la forza esterna della Fortuna, che lo condiziona in continuazione. Non dimentichiamoci di contestualizzare il contesto storico entro cui si svolge la trama, ovvero quello vissuto dai mercanti, sempre più influenti nella realtà dell’ epoca. E questo è significativo, per il fatto che il mercante è continuamente sottoposto all’ imprevisto, il quale può favorire o portare al totale fallimento di un’ iniziativa intrapresa. La Fortuna risulta essere la conseguenza di un insieme di forze naturali e sociali, che può manifestarsi per mezzo di fenomeni naturali o per mezzo di imprevisti dovuti alle azioni umane. E’ facilmente deducibile, a questo punto, comprendere che la Fortuna sia l’ acerrima nemica dell’intelletto, dell’ ingegno umano, quello che Boccaccio chiama “Industria Umana”. Ma questa industria, nella visione prettamente mercantile bocaccesca, può e deve essere in grado di prevedere e dunque di anticipare gli inganni della sorte. Non c’è più niente di religioso, più niente di divino, ma solo qualcosa di puramente realistico, per il fatto che l’ uomo è artefice del proprio destino ed in quanto tale ha tutti i mezzi possibili per evitare che i suoi affari vadano in malora. La Fortuna, a cui è dedicata interamente la seconda giornata, recupera la valenza semantica di vox media, ovvero di un qualcosa in grado di assecondare o contrastare l’ agire umano non sempre volta al bene, come in Dante. Per comprendere meglio quello che è il pensiero di Boccaccio in materia, è vivamente consigliato leggere la novella di Andreuccio da Perugia, un personaggio piuttosto buffo ed ingenuo, che però riesce a volgere la Fortuna in suo favore una volta acquistata la cosiddetta “industria”, riuscendo ad impossessarsi addirittura di un rubino appartenuto ad un arcivescovo ormai deceduto.

Un concetto che passa attraverso il profondo sguardo umano nel tenero mondo di Ozpetek
Il nuovo film di Ferzan Ozpetek, ormai affermatissimo regista di origine turche, ci presenta una serie di temi e legami che bene esemplificano il concetto di Fortuna per il regista. Arturo ed Alessandro sono una coppia in piena crisi, in cui l’amore è diventato puro e semplice affetto, in cui le frustrazioni represse non fanno altro che spegnere la luce del rapporto, in cui i tradimenti sono all’ ordine del giorno. A portare un po’ di luce all’ interno di un qualcosa di ormai spento è l’ arrivo in casa loro dei due figli di Annamaria, la quale deve assentarsi per qualche giorno per far accertamenti e visite in ospedale per delle brutte emicranie. Significativo il fatto che i due bambini arrivino direttamente dal quartiere Palestrina di Roma, il luogo in cui sorge il “Santuario della Dea Fortuna Primigenia”, da cui è nata la storia e la trama del film. Proprio lì è scoppiato l’amore tra Arturo ed Alessandro, grazie ad Annamaria che presentò i due perfetti sconosciuti fino a quel momento. Ozpetek c immerge in un’ atmosfera avvolgente, in cui il ballo, le varie scampagnate, i pranzi e le feste sfarzose danno vita ad un mondo quasi onirico, in cui tutto sembra andare bene ed essere perfetto. Ma gradualmente il regista calca la mano sulle fragilità umane, sulle scelte sbagliate che portano alla profonda insoddisfazione, su un amore che, dopo diverso tempo, diventa qualcosa di troppo monotono e quotidiano. Annamaria continua a non uscire dall’ospedale, deve sottoporsi sempre a nuove visite, nuovi interventi e controlli, e ciò fa sì che i suoi figli vedano in Arturo ed Alessandro le figure di due padri affettuosi e premurosi, ma che sanno anche rimproverare ed impartire insegnamenti giusti e decisi. Ci sono continui contrasti fra scene campestri e domestiche, fra sguardi e dialoghi amorosi e furiose litigate, tra la gioventù e l’essere ormai adulti alle prese con scelte e doveri quotidiani. I due omosessuali, ad un certo punto, sono costretti a chiedere ad Annamaria di mandare i bambini a casa della nonna in Sicilia, per impegni lavorativi e per i sempre più insostenibili problemi di coppia. Questa figura nuova, che piomba nel film come un lampo istantaneo, si scopre essere una nonna altolocata ed aristocratica, legata a concetti e modelli educativi vecchi, obsoleti ed estremamente rigidi per la crescita di due bambini ancora piccoli che vogliono giustamente vivere la loro spensieratezza. E’ proprio per questo motivo che Annamaria, un’ anima buona e gentile ma allo stesso tempo ribelle, si è allontanata da quel durissimo modo di vivere imposto dalla madre ed inizialmente è contraria all’ affidamento dei figli ad una donna così dura e severa. Improvvisamente la giovane madre, esausta e stanca per le continue cure ad una malattia che non è dato sapere quale sia, muore dinanzi agli sguardi increduli di Arturo ed Alessandro in ospedale. Il funerale si svolge nella tenuta della nonna, la quale si rifiuta di far salutare ai sopraggiunti Arturo e Alessandro i bambini, data la loro sessualità contro natura, il loro modo sbagliato di vivere, le loro amicizie strambe e poco comuni. I due non ci stanno, vogliono mettersi nei guai sottraendo a quella sorta di strega i bambini, i quali sono stati persino rinchiusi in un armadio per evitare scappassero con quelli che ritenevano ormai padri. Arturo ed Alessandro portano via i bambini, e questo gesto estremo ma giustificabilissimo, sembra aver riavvicinato i due. Al di là della trama, che vorrei lasciare scoprire a voi lettori direttamente in sala, è interessante sottolineare come Ozpetek giochi sugli sguardi tra i personaggi della trama. E’ un continuo guardarsi fisso negli occhi, un continuo lancio di sguardi che sprigionano emozioni sia di rabbia, di tristezza, di insoddisfazione, di amore, di odio… E secondo il regista la Dea Fortuna consiste proprio in questo particolare insegnamento che essa vuole impartire. “La Dea Fortuna insegna che per tenere una persona con sè per sempre, bisogna guardarla fissa negli occhi, chiudere gli stessi forte, far scendere l’immagine di quella persona fino al cuore e, da quel momento, rimarrà per sempre lì dentro”.
Abbiamo esaminato tre diversi concetti di fortuna, senza pretendere di trovare una base teoretica che li accomuni, se non per il fatto che si riverberano e determinano il destino dell’ individuo, del singolo. Che la fortuna sia provvidenziale, sia casuale, possa essere maneggiata ed indirizzata, possa esserci nello sguardo tra esseri umani, il minimo comune denominatore consiste nel fatto secondo cui il concetto è strettamente legato ad ognuno di noi, che se non legata strettamente a noi esseri umani rimarrebbe qualcosa di effimero, qualcosa di puramente teoretico.b
