TPINews ricostruisce, attraverso una cronologia accurata, la cronaca e la storia giudiziaria della morte di Stefano Cucchi.

Sette anni di processi, 45 udienze, perizie, maxi perizie, 120 testimoni e decine di consulenti tecnici ascoltati. Sono i numeri di uno dei casi più seguiti dall’opinione pubblica italiana, che attende ancora verità. È il caso di Stefano Cucchi”.

Il caso del ragazzo 31enne, morto nel 2009 per cause ancora da stabilire, sembra essere arrivato a una svolta cruciale. L’inchiesta bis avviata nel dicembre 2015 ha visto, da parte della procura di Roma, la richiesta del rinvio a giudizio dei cinque carabinieri coinvolti: tre di loro devono rispondere alle accuse di omicidio preterintenzionale pluriaggravato dai futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, abuso di autorità contro arrestati, falso ideologico in atto pubblico e calunnia.

L’ultima data significativa è quindi l’11 ottobre 2018, giorno in cui Francesco Tedesco, uno dei cinque carabinieri, “ha confessato e accusato gli altri colleghi del pestaggio di Cucchi. Il carabiniere, nella sua deposizione, ha anche rivelato dell’esistenza di una nota scritta da lui stesso in cui spiegava che cosa era successo a Stefano Cucchi. La nota sarebbe stata inviata alla stazione Appia dei carabinieri e sarebbe stata fatta sparire”.

In questo articolo tenteremo di fornire una possibile motivazione del perchè, a distanza di anni, Tedesco abbia deciso di confessare i crimini dei suoi colleghi. Quali sono i meccanismi che regolano la protezione del gruppo, ad esempio, in caso di reato o di episodi di aggressività eterodiretta?

Albert Bandura, nello specifico della sua teoria sull’apprendimento sociale (1986), individua otto meccanismi psicologici che attenuerebbero la discrepanza tra standard morali “elevati” e l’attuazione di condotte deplorevoli. Ciò avrebbe la funzione di liberare dal senso di auto condanna e di colpa. I meccanismi si possono raggruppare in 3 cluster sulla base del loro obiettivo principale: la propria condotta, la propria responsabilità e il ruolo della vittima.

  1. Ridefinizione della condotta: giustificazione morale, etichettamento eufemistico, confronto vantaggioso
  2. Focalizzazione sul soggetto principale: spostamento della responsabilità, diffusione della responsabilità, distorsione delle conseguenze
  3. Focalizzazione sulla vittima: deumanizzazione, attribuzione della colpa.

Proviamo a ipotizzare e definire i meccanismi potenzialmente implicati in questo caso. Giustificazione morale: il soggetto agente, in questo caso, opera una riformulazione cognitiva delle proprie azioni in chiave ideologico-morale. Ciò consentirebbe di agire in maniera anche crudele senza che si sperimentino particolari conflitti interni. Il fine che giustifica i mezzi.

Confronto vantaggioso: questo meccanismo si avvale della possibilità di confrontare le proprie azioni con atti di gravità maggiore compiuti da terza persone. Ad esempio, il pensiero potrebbe essere: ho picchiato qualcuno, ma di certo non l’ho torturato.

Diffusione della responsabilità: è una strategia che regola le condotte di molti gruppi, la cui esistenza è stata dimostrata da diversi fatti di cronaca e numerosi esperimenti sociali. In linea di massima, è una funzione che permette agli individui di operare una sorta di disimpegno morale nel momento in cui si agisce all’interno di un gruppo. Le proprie azioni vengono attribuite al comportamento degli altri e al gruppo, così come la responsabilità: ciò permette di scaricare la colpa e attenuare il proprio coinvolgimento.

Deumanizzazione: in questa forma di presa di distanza dalla vittima, il colpevole crea una netta separazione tra sé e l’altro in quanto non-umano, alieno da sé, perdendo di vista i punti di congiunzione. Il colpevole impedisce a sé stesso – o forse ne è incapace – di vedere similitudini o somiglianze tra sé e l’altro. Questo gap costituisce la rimozione di forti deterrenti e aumenta il rischio di condotte aggressive: anziché empatia, sensi di colpa o vicinanza emotiva troveremo indifferenza, ostilità e violenza.

Attribuzione di colpa: il persecutore, in questo caso, attribuisce la responsabilità e la colpa degli eventi alla vittima, reinterpretando il proprio comportamento sulla base di un obbligo o di una necessità di difesa. Infatti in questo caso la vittima viene considerata una potenziale minaccia e il persecutore un possibile target: ciò permette di mutare la percezione della sofferenza dell’altro nella convinzione che si tratti di una punizione legittima.

Se questi sono i meccanismi che “permettono” all’uomo di prendere distanza dalla responsabilità delle proprie azioni e commettere un crimine vi sono, d’altro canto, qualità da raggiungere, durante lo sviluppo, che consentono un adeguato apprendimento del concetto di moralità. Kohlberg, sulla scia degli studi di Piaget, teorizza e sistematizza lo sviluppo morale su tre livelli, ulteriormente suddivisibili in due sottostadi. Nella sua teoria, l’interesse prevalente è il pensiero, piuttosto che le manifestazioni comportamentali della moralità.

Gli stadi di sviluppo si articolano dall’infanzia all’età adulta sulla base di un’indagine condotta mediante la formulazione di dilemmi morali cui i soggetti dare risposta. Di seguito i livelli concettualizzati dall’autore:

  • Livello preconvenzionale (9-10 anni): la considerazione delle regole è normata dalla possibilità di comprendere che una loro trasgressione comporterebbe una punizione. La valutazione cognitiva e morale è dunque effettuata sulla base del rischio e subordinata all’obbedienza all’autorità.
  • Livello convenzionale (dai 13/14 anni fino ai 20 anni): la moralità si basa sul rispetto di norme socialmente riconosciute, costituendo un’evoluzione dal semplice timore reverenziale – o paura – di ricevere una punizione. In questa fase assume valore la possibilità sia di rispondere alle aspettative positive della società, sia la comprensione di essere parte di un sistema in equilibrio garantito da un ordine sociale.
  • Livello post-convenzionale: questo è lo stadio in cui sono i principi personali, sviluppati nel corso del tempo, a orientare la condotta individuale. Non è più la società o norme riconosciute a costituire un metro di paragone per il proprio comportamento, ma l’astrazione di un codice personale e di valori universali. Ciò che, insomma, spesso non può essere scritto o regolamentato da un punto di vista legislativo, quale l’emergere della coscienza, dell’onore, della lealtà, del rispetto, della tolleranza o della compassione.

Tornando al caso Cucchi, è inevitabile considerare la sua complessità come ciò che deve necessariamente portare a cautela e delicatezza nel formulare ipotesi. Così come l’accostare questi fenomeni sociali e individuali non vuole sostituire, ovviamente, le perizie e le analisi specifiche e istruite sul caso. Il tentativo è quello di fornire una lente, una possibile visione alternativa su un caso che tiene banco ormai da tre anni per la sua fumosità, per l’omertà attorno alla vicenda e per la tragicità dell’evento in sé.

Fiorenzo Dolci

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