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Il cambiamento: qualcosa di temibile o auspicabile? Ce ne parla Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo

Il cambiamento: qualcosa di temibile o auspicabile? Ce ne parla Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo

Il cambiamento è da ricercare o da fuggire? Vediamo cosa ne pensa  G. Tomasi di Lampedusa nella sua più celebre opera : il Gattopardo. 

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» è la frase più celebre dell’opera di Tomasi di Lampedusa, il Gattopardo. Contestualizziamo brevemente questa frase e capiamo perché è più attuale che mai in un mondo che cambia ogni giorno ( o quasi, dipende da quando escono i DPCM)

Il Gattopardo

 

Il Gattopardo, pubblicato postumo nel 1958, è l’opera piu famosa di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il romanzo si apre nel 1860 ( la storia copre un periodo di 50 anni complessivamente) ambientato in una Sicilia al tramonto  del regno borbonico e nel pieno risorgimento italiano. Il protagonista, il principe Don Fabrizio di Salina ( tra l’altro figura ispirata al nonno stesso dell’autore) ,  è l’esponente di una delle famiglie aristocratiche più importanti dell’isola.  Don Fabrizio è un uomo affascinante e colto che, pur non amando i cambiamenti che stanno avvenendo in Italia, è terribilmente  consapevole dell’inesorabile decadenza della classe sociale di cui egli stesso è l’esponente. È il nipote del principe, Tancredi Falconeri , che invece partecipa  con enusiasmo alle dinamiche rivoluzionarie arruolandosi nell’esercito Garibaldino e cercando di assicurare allo zio che i cambiamenti alla fine andranno anche a favore del ceto aristocratico. Il principe che tuttavia non crede nei mutamenti che il nuovo regime promette di portare si schiera con un’ abile mossa di trasformismo politico con il neonato regno d’Italia, ma dopo la sua morte la casa dei Salina andrà incontro ad una completa decadenza. Celebre è l’adattazione cinematografica di Luchino Visconti con Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon  e con una meravigliosa colonna sonora di Nino Rota (assolutamente da vedere, a parer mio, già solamente per i mirabili  tableaux vivants, come il sottostante, che Visconti crea).

 

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» questa è la celebre frase che il nipote del principe di Salina Tancredi pronunica per cercare di convincere lo zio che il nuovo regime sarà infine di beneficio anche per il ceto sociale aristocratico. Sull’affermazione di Tancredi si fonda il concetto di Gattopardismo che nell’enciclopedia Treccani viene definito come «l’atteggiamento (…) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe.» In realtà sembra necessario riflettere brevemente sul significato effettivo della frase che Tomasi di Lampedusa fa pronunciare al suo personaggio e sulle sua implicazioni. Ciò che Tancredi intende è che  sebbene la rivoluzione possa essere un rumoroso avvenimento collettivo, in realtà non significherà nulla se il cambiamento non avverrà all’interno del singolo individuo che non solo deve cambiare in  stesso ma pure in compartecipazione con l’evento esterno. Questo è ciò che invece non ritiene possibile Don Fabrizio, scettico  dei miglioramenti che il nuovo regime promette e convinto che il mutamento sarà solo apparente poiché  i siciliani e il loro orgoglio difficilmente cambieranno rinunciando  alla loro identità. Eppure la frase di Tancredi, specialmente in questo periodo molto instabile e visti i repentini cambiamenti che abbiamo osservato nel corso del nefasto 2020, ci fa riflettere su un quesito che spesso divide i pensieri : il cambiamento è qualcosa di negativo o positivo? Se il cambiamento ci conduce sempre verso il progresso e ci permette di evolverci e di superarci perché siamo cosi spaventati da esso? 

Il cambiamento: qualcosa di auspicabile o di temibile?

Nel romanzo Don Fabrizio assiste con disprezzo alla scalata di una nuova classe sociale borghese e rammaricato si rassegna interiormente davanti al tramonto di un’epoca fatta di privilegi aristocratici ( considerando seppur come abbiamo detto il nuovo regime solo un vacuo mutamento esteriore).  Quello che lo porta a guardare con sospetto il cambiamento è ciò che oggi spaventa noi : la novità. Spesso la novità come l’ascesa di un nuovo potere politico è percepita come un abbandono del porto sicuro in cui fino a quel momento la nostra nave era  ormeggiata. Il cambiamento che ci  spaventa spesso non è  solo quello che avviene  a livello costituzionale o politico ma ma anche il cambiamneto che inevitabilemtne ci coinvolge personalmente  nelle scelte di vita. Emblematica è la fine del romanzo perché è proprio il cambiamento simboleggiato dall’unione di Tancredi e la bellissima ( figlia del sindaco di Donnafugata e rappresentante del nuovo ceto borghese ) Angelica a trionfare mentre la casa dei Salina dopo la morte del principe, rimanendo attaccata ossessivamente alla vecchia epoca, incontra un’inesorabile decadenza ( le reliquie a cui sono morbosamente affezionate le figlie di Don Fabrizio, oramai cadute in disgrazia, nell’ultimo capitolo del romanzo  simboleggiano proprio questo). Insomma, i cambiamenti sono stati, come abbiamo visto, il motore che ha avviato tutte quelle rivoluzioni  storiche e sociali che oggi studiamo sui banchi di scuola ( come in futuro le prossime generazioni studieranno i mutamenti sociali avvenuti in seguito a questa pandemia). Senza mutamento non può esserci progresso, eppure non sempre il cambiamento viene accolto come una nota positiva. Non sono in grado di fornirvi  una risposta sui meccanismi che entrano in gioco quando la nostra mente respinge il cambiare sia collettivo che personale, non è il mio campo, posso dirvi però ciò che penso : la staticità mal si adatta ad una società in continuo mutamento come la nostra quindi forse la domanda più adatta non è quanto sia pericoloso cambiare ma quanto questo sia necessario per continuare vivere nella nostra concezione di realtà. Insomma, tirando le somme, il nostro Tancredi Falconeri non aveva poi tutti i torti. 

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