Il Superuovo

I significati nascosti del film “Il buco” analizzati con Dante, Orwell e Cervantes

I significati nascosti del film “Il buco” analizzati con Dante, Orwell e Cervantes

In una lugubre prigione verticale i detenuti, per sopravvivere, danno sfogo ai più bassi istinti dell’uomo. Tra omicidi, rivoluzioni tentate e barlumi di speranza, le chiavi di lettura del film sono molteplici.

Il protagonista del film, Goreng (Ivan Massanguè) intento a mangiare la sua razione di cibo quotidiana

Il film di Galder Gatzelu-Urrutia, da poco uscito su Netflix, condensa in poco più di novanta minuti una serie di immagini cruente e volgari che connotano la natura umana intenta a fare di tutto pur di non soccombere. Un pasto al giorno, distribuito da una sola pedana che sosta per un quarto d’ora in ognuno dei 333 piani e dalla quale ognuno può prendere tutto il cibo che vuole, sempre che ne sia avanzato dai piani superiori. Altrimenti si rimane a bocca asciutta e il sostentamento diviene lo scopo imprescindibile a cui, se necessario, bisogna sacrificare la propria umanità.

immagine della struttura dell’Inferno dantesco

Fino alla “Matta bestialitade”

La struttura di prigione verticale non può non rimandare, nell’immaginario, al regno infernale che Dante visitò nel suo viaggio ultraterreno (tra l’altro proprio nel periodo pasquale, nel quale ci troviamo noi ora). E come attraverso gli occhi di Dante scopriamo l’aldilà, così seguendo le vicende di Goreng, il detenuto protagonista, veniamo a conoscere i segreti di questa prigione. Volendo definire tale l’Inferno, le due prigioni si distinguono per il fatto che una è temporanea e l’altra inflessibilmente eterna: in quella del film, infatti, ognuno rimane rinchiuso per un periodo limitato e, per giunta il piano in cui un detenuto viene recluso cambia ogni mese in modo casuale; se qualcuno viene assegnato a un girone infernale dantesco, invece, rimane lì per sempre. Ma in realtà i punti di contatto sono più di uno. Intanto, come detto, la struttura verticale: la prigione è formata da un notevole numero di piani sovrapposti, ognuno dei quali costituito da un angustissimo spazio quadrato che può ospitare due detenuti e forato al centro per permettere il passaggio della pedana. Da questo buco si può guardare sopra e anche sotto, ma nessuno lo fa, perché la prigione induce a guardare solo al proprio interesse, senza curarsi minimamente di chi sta più in basso bramando invece di stare più in alto. Certo perché, quando la pedana a mezzogiorno scende per sfamare i prigionieri, chi rimane più in alto mangia in abbondanza di vivande mentre in basso si può solo sperare che ai piani superiori abbiano lasciato (o dimenticato) del cibo. Perciò, ogni volta che la pedana arriva al proprio piano, non conta chi o quante persone ci siano nei livelli inferiori: conta mangiare il più possibile nel poco tempo che si ha a disposizione, avendo cura di non mettere da parte nulla, neanche una briciola, altrimenti l’ambiente verrebbe surriscaldato o raffreddato fino al limite della sopportazione. Avidità, egoismo, istintualità pura: a questo vengono ridotti i detenuti, la cui umanità è disintegrata a tal punto che a fatica le persone comunicano tra di loro, talmente sono ripiegate su loro stesse. La struttura verticale dantesca è infallibile, non ci si può muovere come nella prigione del film. Ma la disposizione delle anime vuole che più in alto si collochino quei gironi che ospitano gli incontinenti, a metà (tra le mura della Città di Dite e il Pozzo dei Giganti) i peccatori di “malizia“, perseguibile con la forza o con la frode nei confronti di chi non ha particolari motivi di fidarsi. Per ultimi, nel punto più profondo, ci sono i colpevoli di “matta bestialitade“, coloro che commettono peccati e crimini contro i familiari, la patria o gli ospiti. Questa disposizione segue l’ordinamento crescente, nel senso che, procedendo a mano a mano verso il basso, si incorre in un girone dove sono reclusi i peccatori di ciò che “più spiace a Dio” come magistralmente Dante spiega nel canto XI per bocca di Virgilio. E anche nella prigione, scendendo verso i piani più reconditi, si incontrano tipi umani molto più scabrosi e bestiali dei precedenti. Quelli più in alto possono avere praticamente tutto il cibo che vogliono perché, ai loro piani, la pedana è ricca di ogni succulenta pietanza.

Ma si dimostrano egoisticamente incontinenti, perché mangiano non in base a quanto hanno realmente bisogno, cioè il giusto per nutrirsi, ma quanto vogliono, senza trattenersi di fronte alla sovrabbondanza. Eccedono di misura senza curarsi degli altri, che ai piani di sotto non hanno di che sostentarsi. E incontinenti sono proprio i peccatori che, nell’Inferno, rimangono nella parte più alta dell’imbuto, cioè coloro che eccedono in una smodata prevalenza delle passioni rispetto al lecito (lussuria, ira, avarizia, prodigalità e, per restare in tema, golosità). Non commettono volontariamente dei peccati, semplicemente non riescono a tenere a freno le loro passioni. Ma scendendo con la pedana si possono vedere atti osceni, violenze gratuite, persone che si uccidono per una briciola di pane o, peggio, per mangiarsi a vicenda. Più in basso si va, più in basso cade l’umanità, sempre più bestiale, sempre più svilita. E questo vale per Goreng nel film e per Dante nella Commedia. Alla fine entrambi giungono nel punto più basso, all’ultimo piano, dove si tocca il fondo. Nella prigione nessuno ha idea di quanti piani ci siano in quell’edificio, come a dire che alla bruttezza dell’uomo, fatto bestia, non c’è mai fine. Dante invece sa bene che infondo all’Inferno non può che esserci Lucifero, con le tre bocche che divorano Giuda, Bruto e Cassio. La discesa di Goreng termina al piano numero 333, numero simbolico che qui designa l’ultimo piano verso il basso, tutto buio, dove la luce filtra solo dall’alto attraverso il buco della pedana. Ma nella prigione per ogni piano ci sono due detenuti: e quanto fa 333 moltiplicato per due? Il risultato è proprio il numero di Satana. A Lucifero si arriva e da Lucifero si può solo risalire, precisamente come Dante deve fare nel prosieguo del suo viaggio. Goreng invece, ormai troppo macchiato dalle bruttezze, deve fermarsi.

 

Eric Arthur Blair (1903-1950) conosciuto con lo pseudonimo di George Orwell

Cambiare le cose è possibile?

In realtà c’è un altro modo di interpretare la struttura della prigione. Essa può essere vista come una società sviluppata verticalmente, dove pochi, anzi pochissimi, collocati più in alto, godono della sovrabbondanza del cibo e delle risorse e, approfittandosene, “arraffano” più di quanto necessitino realmente. In basso, invece, c’è una moltitudine che non mangia nulla per settimane e che diventa disposta davvero a tutto pur di sopravvivere, anche di smarrire la propria indole umana. Goreng non ci sta: i primi giorni di detenzione è sempre in fermento perché vuole combattere l’ingiustizia enorme che pervade le mura del carcere verticale. Comunica con quelli ai piani di sotto e prova a farsi ascoltare da quelli di sopra, cerca di organizzare un razionamento del cibo ma tutto è vano. Nessuno lo ascolta e presto, col passare del tempo, anche lui inizierà ad assuefarsi all’egoismo, fingerà di essere cieco arrendendosi di fronte all’impossibilità di combattere. Appoggia scoraggiato i tentativi della sua nuova compagna di prigionia Imoguiri che, come lui all’inizio, prova a far valere gli ideali di solidarietà e filantropia nel regno dell’indifferenza altrui. Solo alla fine decide di sovvertire gli schemi, lottando ad ogni costo pur di proteggere la suddivisione di cibo in favore delle persone recluse nei livelli più infimi. La verità è che anche lui deve nutrirsi di carne umana per sopravvivere, anche se la cosa lo ripugna. Vuole cambiare le cose e rimanere fedele alle sue idee, ma per sopravvivere deve contraddirle. E solo due persone la pensano come lui, gli altri sono indifferenti. L’ingiustizia di una società dove pochi mangiano a scapito degli altri che non ottengono nulla è una delle tematiche alla base del capolavoro di George Orwell intitolato “Animal Farm” (“La fattoria degli animali“) pubblicato nel 1945. Nella fattoria, dove gli animali sono in rivolta perché gli uomini si arricchiscono alle loro spalle, c’è un aspetto ulteriore: oltre al fatto di avere una struttura verticale dove una minoranza esigua è pasciuta a scapito di una maggioranza in stato di privazione, questa minoranza sfrutta il lavoro della moltitudine per mangiare ancora di più. Cioè la maggioranza produce e la minoranza sottrae il prodotto lasciando agli altri dei rimasugli. Alla fine gli animali si ribellano e scacciano gli uomini sotto la guida dei maiali, i condottieri che hanno pianificato la rivolta. Una volta liberi dai soprusi, gli animali tentano di creare una società di uguaglianza e aiuto reciproco, producendo per loro stessi senza alcun padrone. La guida dei maiali rimane salda in quanto sono coloro in grado di amministrare al meglio le incombenze e prendono in mano le redini della nuova fattoria dove “Tutti gli animali sono uguali“, con gli stessi diritti e gli stessi doveri.

Dopo qualche scontro tra i maiali, lentamente i suini cominciano ad assaporare il gusto del potere, della tirannia e del governo. Iniziano ad essere avidi ed egoisti, a imporre regole a loro favorevoli, a far lavorare gli altri per pascersi delle rendite. Lentamente si abituano ad essere tali e quali agli uomini e remano nettamente contro gli ideali della rivoluzione che loro stessi hanno guidato, anche se subdolamente sbandierano i principi dell’Uguaglianza come giustificazione delle loro malefatte. Il paradosso più totale avviene alla fine del romanzo, dove la nuova legge fondamentale recita “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” e i maiali iniziano a camminare su due gambe, come gli uomini, laddove uno dei simboli della Rivoluzione iniziale constava nel non avere nessun animale bipede che potesse atteggiarsi da essere umano. Tralasciando lo sfondo politico del messaggio di Orwell, prendiamo come esempio un detenuto della prigione verticale che è collocato in un livello bassissimo. Il suo odio profondo nei confronti di quelli ai piani alti è grande, perché non gli lasciano praticamente nulla da mangiare. Vorrebbe salire, vorrebbe cambiare le cose, ma la realtà è che ormai ragiona secondo il suo tornaconto. Con la disposizione casuale, lo stesso detenuto da un livello basso, dopo un mese, si può risvegliare in un piano molto in alto, come Goreng che dal numero 171 passa al 33 e dopo trenta giorni scende al 202. Ma una volta arrivati in alto, pur consapevoli di quanto hanno vissuto in basso, pensano solo a mangiare, a rifocillarsi senza curarsi degli altri. L’egoismo prende il sopravvento e, invece che cercare di aiutare, si ingozzano a più non posso, quasi immemori del loro trascorso. E i maiali diventano uomini, completano una specie di scalata sociale senza cambiare le cose, pur potendo. Solo Goreng, fiaccato dalla permanenza nella prigione, una volta arrivato al piano 6 mette in atto un piano per permettere a tutti di mangiare. Quella è la vera rivoluzione del film, che non parte dal basso ma da una persona che sta in alto e, sapendo che cosa si vive in fondo alla prigione, ha il coraggio di guardare al di là della cieca soddisfazione personale. Il prezzo da pagare è molto alto, lui stesso non è più la persona che è entrata nell’edificio a inizio detenzione, ma riesce ad interrompere quel mostruoso ciclo che isola ognuno dai propri simili e fa carnefici del proprio compagno di cella o delle persone ai piani di sotto. I detenuti sono tutti uguali tra loro e non ce n’è uno più privilegiato degli altri, perché il caso può ribaltarne la sorte da un mese all’altro. Ma gli ideali di aiuto reciproco non hanno posto qui dentro al buco e una volta assaggiata l’abbondanza si fa in fretta a dimenticare la penuria. Tutti i detenuti sono uguali, ma alcuni sono più nutriti degli altri.

Don Chisciotte della Mancia, protagonista dell’omonimo capolavoro di Miguel De Cervantes, insieme al suo fedele Sancho Panza

La lotta per gli ideali

Ad ogni detenuto è concesso portare con sé un solo oggetto dentro la prigione. Il primo compagno di cella di Goreng, un vecchio di nome Trimagasi, ha scelto un coltello affilatissimo, mentre il protagonista del film si tiene stretto il suo romanzo preferito: “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel De Cervantes, scritto in due parti nei primi decenni del XVII secolo. Tra l’altro l’idea del romanzo sembra che sia balenata in testa a Cervantes proprio mentre scontava un piccolo periodo di detenzione. Comunque già si vede la differenza in modo abissale: Trimagasi opta per un arma, qualcosa che sicuramente gli garantisce un’utilità pratica importante, mentre il secondo possiede un misero libro il cui aiuto per sopravvivere sarà piuttosto scarso, almeno in teoria. Anche qui si intravvede un significato simbolico non da poco. L’arma è il simbolo della lotta ferina di tutti contro tutti, della spietatezza con cui si uccide per non essere uccisi, della sopravvivenza a qualunque costo. L’arma è il precipizio dell’umanità, mentre il libro è simbolo della cultura, degli ideali, della civiltà e razionalità dell’uomo in grado di controllare gli istinti primordiali. La prigione verticale riporta le persone ad una condizione primitiva, dove non conta nulla se non avere di che mangiare per arrivare vivi all’indomani. La cultura, simboleggiata dal libro, è la possibile salvezza per non ricadere nella bassezza cruenta del cannibalismo, nella bruttura animalesca a cui si riducono forzatamente i detenuti. Il problema è che il libro non sfama Goreng, tranne in una scena particolare in cui, in preda alla fame, inizia a mangiare alcune pagine. Ad un certo punto anche a lui il coltello appare più efficace, migliore e più utile del suo caro romanzo seicentesco. Questo perché anche Goreng deve rinunciare ai valori e all’importanza della cultura per non soccombere, dimostrando come le necessità ed esigenze materiali spesso siano più forti ed impellenti. Purtroppo la sapienza di Goreng svanisce se il corpo muore, perciò è chiamato a soddisfare a qualunque costo la sua fame. Ma, nonostante debba rassegnarsi a commettere atti ripugnanti, gli ideali sono faticosamente mantenuti e perseguiti dall’inizio alla fine. Prima, proprio come il suo amato Don Chisciotte, egli lotta e grida e si agita nel nome di valori che non appartengono a nessuno degli abitanti del microcosmo della prigione. Solidarietà e aiuto reciproco sono anacronistici nel buco, esattamente come i codici del mondo cavalleresco lo erano per i contemporanei del cavaliere spagnolo “dalla triste figura” come viene ancora oggi definito. Come Don Chisciotte deve combattere contro i mulini a vento, così Goreng è nelle condizioni di profeta che nessuno ascolta perché i suoi tentativi cozzano e si spengono di fronte agli altri detenuti che lo ignorano. Sono due personaggi che appartengono ad un altro mondo ma che non cessano di lottare per ciò in cui credono. E alla fine Goreng, raggiunto un compromesso tra i suoi ideali e le sue esigenze materiali, corrottosi l’animo con dei gesti disumani ma purtroppo necessari, persegue lo stesso il suo scopo. La cultura cerca una via per vincere l’instinto crudele e, nel nome dell’uguaglianza, Goreng lascia i privilegi del livello sei per far scattare una piccola rivoluzione. Insomma, si sacrifica lasciando da parte l’egoismo per aiutare gli altri, nel segno della rinascita, seppur minima e sofferta, della civiltà. Solo così riesce a dare un barlume di speranza ad una prigione buia e tetra.

 

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