Il Superuovo

Andiamo ad analizzare i presupposti teorici che hanno delineato la politica estera statunitense

Andiamo ad analizzare i presupposti teorici che hanno delineato la politica estera statunitense

Con la presa del potere da parte dei talebani di Kabul, si pone fine a una guerra durata vent’anni. Andiamo a vedere i presupposti teorici che hanno spinto gli americani a sottomettere l’Afghanistan fino al suo abbandono. 

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In vent’anni di guerra in Medio Oriente, in particolare in Afghanistan, il mondo è profondamente cambiato da quell’11 settembre che sancì uno nuovo slancio nella politica neoconservatrice statunitense. Tra un crisi del 2008 che si protrae da un decennio e con l’avvento del COVID-19, la politica americana segna un mutamento.

Il segno di un cambiamento

Con il ritorno dei talebani nell’agosto del 2021 nella presa del potere in Afghanistan, a partire dagli Usa di lasciare il Paese insieme alla Nato, come è stato evidente a tutti, ha segnato uno sparti acque per la politica estera americana. Già da Obama si prefigurava di un abbandono del paese mediorientale ma tutto si è “concretizzato” con i patti di Doha del 2020, dove l’amministrazione Trump sanciva l’affidamento del Paese ai talebani considerati come diretti e legittimi interlocutori. Successivamente l’amministrazione Biden ha velocizzato il processo di abbandono del paese lasciando campo libero ai talebani che in meno di 10 giorni sono giunti nella capitale Kabul. Il presidente Biden benché sin dall’inizio aveva rassicurato i suoi alleati come l’America ritornasse in politica estera e in modo attivo all’interno della Nato (rispetto all’amministrazione precedente che era più isolazionista) allo stesso tempo però non si è mostrata più quella di un tempo risultando molto più cauta nei confronti di certi eventi internazionali. Questo ha sancito un cambiamento profondo passando da una politica di stampo neoconservatrice (che negli ultimi decenni era stata abbracciata sia da repubblicani che democratici) ad una che ritorna a considerare certe forme di isolazionismo, rivelando che è l’America stessa a cambiare e non semplicemente le amministrazioni che si susseguono. 

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Breve storia del neoconservatorismo

La storia del neo-conservatorismo possiamo individuarlo dopo gli anni ’50 quando viene inteso come movimento che si occupa di politica estera. A partire dal decennio successivo che comincia a prendere forza a causa di eventi internazionali come la paura del diffuso pacifismo dovuto alla guerra in Vietnam che poteva portare una possibile abdicazione da parte degli U.S.A. ad un interventismo internazionale. Negli anni ’70 si decise di costituire una lobby anticomunista, come negli anni 50′ in epoca del maccartismo, si andò a costituire il Committee on the Present Danger [Cpd] proprio per contrapporsi alla politica di distensione del presidente McChartey nei confronti dell’URSS, sostenendo la contrapposizione tra i due paesi. Così, con l’appoggio della destra repubblicana e dell’industria militare, i neoconservatori si fanno sostenitori di una politica internazionale Usa espressa dal motto “Peace through Strength” [pace tramite la forza]. Quando Reagan, membro del Cpd, diventa presidente, nomina 33 membri del Cpd nei gangli vitali della sicurezza nazionale. È l’era del militarismo aggressivo degli Usa (roll-back strategy) e del Tina, “There Is No Alternative” al modello capitalistico e di libero mercato. Dagli anni ’90 in poi si afferma definitivamente la linea strategica dei neoconservatori: con il Defence Planning Guidance, Paul Wolfowitz e Lewis Libby delineano la politica estera statunitense dalla Guerra del Golfo a oggi. Alla luce dei fatti dell’11 settembre 2001, George Bush definisce la dottrina Bush La dottrina Bush dà grande rilevanza alla guerra preventiva alla superiorità militare, all’azione unilaterale e all’impegno nell’estendere democrazia, libertà e sicurezza in tutte le regioni del mondo. Questa politica è stata ufficializzata nei documenti della Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti del settembre 2002, giustificando la guerra in Afghanistan e fornendo il pretesto politico per la guerra in Iraq. La guerra preventiva verrà utilizzata dagli Stati Uniti come legittima difesa per eventuali attacchi terroristici

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Presupposti  teorici del “neocon” in politica estera

Andando ad analizzare le tesi fondamentali del neo-conservatorismo, si può individuare un forte patriottismo che caratterizza da sempre gli Stati Uniti, dove le istituzioni cercano di educare i giovani in un profondo senso d’identità nei confronti della propria nazione. Questa è la condizione che permette successivamente a dare forza all’idea che gli Usa abbiamo un ruolo di risoluzione nei problemi internazionali, con l’ idea della missione redentrice degli Stati Uniti in cui mostrano il loro assolutismo morale e l’idea della preminenza dei valori ‘americani’ in un’ottica di scontro delle civiltà (stretto legame tra le sorti di Israele considerato l’avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente) nella politica estera statunitense. Questo comporta anche una visione diffidente nei confronti di organizzazioni internazionali come l’ONU perché possono limitare il campo d’azione, se non che ci sia una guida in prima linea proprio dagli Stati Uniti, come nel caso della NATO, mostrando come la nozione di sovranità statunitense deve essere indiscutibile in tutte le sue espressioni. Un elemento che ha accompagnato l’atteggiamento neo conservatore è stato un certo disprezzo nei confronti dell’Europa perchè anche se viene considerata paladina dei diritti, quando si tratta di intervenire e di sporcarsi le mani, si muovono solo gli Usa. Se i principali nemici precedentemente erano i talebani e l’integralismo islamico, ora il primato nell’essere nemico degli Usa è la Cina, che sancisce un nuovo scontro tra Oriente e Occidente.

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