Il Superuovo

I Pinguini Tattici Nucleari e Saba svelano il legame profondo tra padre e figlio

I Pinguini Tattici Nucleari e Saba svelano il legame profondo tra padre e figlio

La canzone “Scatole” e il poeta triestino raccontano il rapporto padre e figlio, fatto di assenze e dissidi, ma anche di amore, di protezione e di somiglianze incredibili.

Essere padre non è mai facile. Una serie di responsabilità da prendersi e di sacrifici da fare che possono rivelarsi troppo grandi per una sola persona. Tanto che qualcuno purtroppo si spaventa e scappa via, come il padre di Umberto Saba. Ma a volte fare il padre è proprio una fatica ingrata. Si dedica ogni giorno a crescere ed educare un figlio che, da un giorno all’altro, inizia ad alzare la voce e comincia a pretendere spazi, a voler percorrere la sua strada e a non ascoltare più i consigli di chi la vita la conosce e vuole solo proteggerlo, anche a costo di apparire burbero o invadente. Perché un figlio, sia che abbia un rapporto pacifico sia burrascoso col padre, sente sempre il bisogno di volare via dal nido, quel nido che finisce per stargli stretto. Vuole essere libero di inseguire la sua vocazione, il suo sogno, di dare la sua impronta alla vita. Ma anche se vogliamo allontanarci da questa presenza così ingombrante, finiremo sempre per portarci dentro il nostro papà ed essere anche noi, almeno un pochino, come lui. Ed è bellissimo, unico e irrinunciabile.

Scatole di mattoni o scatole di parole?

Scatole” è una delle più toccanti canzoni dei Pinguini Tattici Nucleari, una riflessione profonda sulla famiglia e sulla vita. E probabilmente è anche una delle più autobiografiche che abbiano mai scritto. Infatti i ragazzi del gruppo sono di Bergamo, una terra di onesti e infaticabili lavoratori che sanno che cosa significa avere una professione e conoscono il valore del sacrificio. E il padre protagonista della canzone è proprio una di queste persone: un muratore, una persona che si spacca la schiena dal lavoro e dalla mentalità decisamente pragmatica e fedele ai fatti, alla realtà tangibile, alla dignità che il lavoro dà ad una persona.

Per contro il figlio, l’altro protagonista della canzone, ha l’indole da artista, è un sognatore con la passione per la musica che vuole andare a studiare a Londra, cantare ai concerti e suscitare emozioni, “far piangere la gente“. Di certo non vuole seguire le orme di suo padre, che sta tutto il giorno a lavorare per innalzare muri di mattoni davanti ai quali “nessuno si commuove“. Tutta la canzone, anche se cantata da una voce sola, è un duetto tra padre e figlio, tra due mentalità diversissime e due visioni della vita così distanti da far sembrare incolmabile lo spazio che le separa. Il padre ha provato ad educare il figlio con i suoi valori, pregni di una mentalità un po’ conservatrice e di una gran cultura del lavoro che si unisce al carattere schivo e burbero.

Un muratore per cui parlano i fatti più che le parole, un uomo che ha sperimentato che la vita schiaccia chi non la sa affrontare. E di questo ha paura per il figlio, perché sa che lui è un sognatore e teme che abbia la testa troppo tra le nuvole. “Solo a chi si sporca le mani è concesso il privilegio di avere una coscienza pulita” dice il padre al suo ragazzo, che al contrario passa tutte le sue sere a suonare la chitarra. La vita è dura, bisogna sporcarsi le mani e il padre ritiene che serva a poco perdersi tra le corde di uno strumento. Al contrario ha altre ambizioni per il figlio. Si è già fatto un piano nella testa:

Lui avrebbe voluto che facessi

gli studi da architetto

oppure da ingegnere

Ma il figlio non vuole seguire la strada che il padre ha disegnato per lui. E’ sordo alle esortazioni del genitore e cresce insofferente a quella vita pronta e pianificata. Il padre, che (abbiamo già detto) sembra avere la mentalità un po’ chiusa, ha pensato a quella che secondo lui potrebbe essere la via migliore, quella per avere un futuro. Non ripone troppa fiducia nell’amore, nei sentimenti e in “quelle cose inventate dai comunisti“, che invece per il figlio sono importanti. E proprio quest’ultimo percepisce come delle costrizioni pesanti quelle del padre, ritenendo che voglia tarpargli le ali con quella scelta di vita già indirizzata.

Un futuro da cui si sente ingabbiato e che lo porta a vedere nel padre colui che lo costringe a non spiccare il volo. Il padre diventa la persona che non lo capisce, che non sa cogliere in lui i suoi interessi e le sue passioni e che si frappone fra lui e i suoi sogni. Segue una reazione di rabbia, di quelle che tipicamente i ragazzi fanno, quando ritengono che i genitori non li capiscano e che i loro mondi siano impossibili da mettere in comunicazione. Infondo il padre e il figlio hanno due modi completamente diversi di intendere la vita, anzi: padre e figlio hanno persino due modi diversi di vedere il futuro che si prospetta per il ragazzo. Ragazzo che, in preda alla rabbia di chi non si sente compreso, arriva a dire:

Sì ma io non sono come te,

di quello che sarò tu che ne sai?

Sì ma io non sono come te

vedi di non dimenticarlo mai.

Perché accade prima o poi che con la figura paterna ci si debba in qualche modo confrontare. Colui che è sempre stato un punto di riferimento diventa, da un giorno all’altro, qualcuno con cui fare i conti. E il figlio aggiunge, ad un certo punto, un perentorio “io sono diverso, io sono migliore“. Insiste su questi elementi della diversità tra loro due, ponendola però da un punto di vista gerarchico: “io nella vita diventerò qualcuno e coronerò il mio sogno, perciò sono migliore di te”, sembra concludere il figlio. Onestamente i due sono diversi, ma siamo sicuri che il figlio sia davvero migliore del padre?

Foto di Umberto Saba  (ilsommopoeta.it)

Un “assassino” ancora bambino

La vicenda burrascosa del ragazzo protagonista della canzone dei Pinguini Tattici Nucleari può ricordare la storia di tantissimi ragazzi, anche tra gli intellettuali. Pirandello addirittura i primi tempi nascose al padre i suoi studi umanistici all’università. C’è chi, invece, ha vissuto la propria infanzia senza padre, solo in compagnia dell’ombra del suo genitore evocata dagli altri.

Parliamo ovviamente di Umberto Saba, che di cognome in realtà faceva Poli ma che, visto che suo padre aveva abbandonato la madre del poeta quando costui non era ancora nato, ha adottato poi uno pseudonimo (derivante dall’appellativo della balia, Peppa Sabaz). Il poeta triestino ha vissuto tutta l’infanzia e l’adolescenza senza il padre, che gli è stato dipinto dalla madre come un “assassino“, che in dialetto triestino significa “mascalzone” ma che vuole anche rispettare la sua accezione in italiano.

E Saba lo precisa già nel titolo della sua poesia “Mio padre è stato per me l’assassino“, dove racconta del suo primo incontro col padre. Infatti la madre di Saba rende colpevole il padre di aver ucciso la possibilità di formare una famiglia avendola lasciata sola nell’incombenza di far crescere un figlio e di educarlo. Saba infatti ha sempre avvertito la mancanza di una figura paterna nella sua infanzia e, nella sua terapia psicanalitica (di cui il “Canzoniere” di poesie è un punto di arrivo prezioso), è andato a fondo in questa analisi del vuoto mai colmato dell’assenza del padre.

Un padre che, come già anticipato, gli è sempre stato dipinto come un mostro, uno sfascia famiglie. Poi un bel giorno, a vent’anni, Umberto Saba conosce finalmente suo padre e si accorge di come, in realtà, egli non sia propriamente il demonio che gli era stato presentato e inculcato nella mente per tutta la sua prima giovinezza.

Mio padre è stato per me l’assassino

fino ai vent’anni che l’ho conosciuto

allora ho visto che egli era un bambino

e che il dono ch’io ho, da lui l’ho avuto.

Saba comprende che il padre non è una persona cattiva, ma solo un bambino troppo cresciuto, un girovago che vaga senza sosta e che prende le cose con leggerezza eccessiva. Il loro rapporto è sempre stato inesistente, fino al primo incontro. Saba è sempre stato portato a pensare che il padre fosse un malvagio codardo, che ha preferito abbandonare una giovane madre a se stessa per paura della paternità. Questa è una paternità anomala, difficile, anzi inesistente da un punto di vista che non sia biologico. Eppure, nonostante la pessima presentazione e un rapporto che ovviamente parte con difficoltà, Saba sente di essere indissolubilmente legato a quell’uomo che l’ha abbandonato ancora prima che nascesse. I due non potrebbero essere più distanti, ma allo stesso tempo si appartengono. Anche questa è la paternità: può non essere vissuta, una persona può essere un pessimo padre o un padre assente, ma rimane un padre. E dentro ogni figlio lascia una traccia.

“Io non sono come te”… o forse sì?

Riprendiamo dalla domanda finale del primo paragrafo: siamo sicuri che il figlio sia migliore del padre? Dopo tutta una vita passata a studiare musica seguendo la sua strada, tuttavia il ragazzo non ha mai dimenticato le parole di suo padre. E mentre quest’ultimo ha in qualche modo accettato la vita del figlio, prendendo atto che non seguirà la via “pragmatica” dell’ingegnere o dell’architetto, inizia a sorgere qualche dubbio nel ragazzo. Nella sua esuberanza giovanile credeva di essere migliore del padre, che costruiva semplici “scatole” vuote di mattoni la cui sola e materialistica funzione era riparare le persone dalla pioggia. Via via che la vita è andata avanti, il ragazzo, che ha iniziato a coronare i suoi sogni, si è accorto che anche lui, a suo modo, è un costruttore. Costruendo le sue canzoni lui suscita emozioni, risveglia i sentimenti e soprattutto fornisce un rifugio all’anima nei momenti più bui e più storti. La sensibilità dei suoi testi riesce a rappresentare un conforto per le persone, che si rifugiano dentro le sue canzoni quando imperversa la tempesta fuori e dentro di loro. Insomma:

Infondo le canzoni sono solo scatole

dove la gente si rifugia

quando fuori piove

Padre e figlio non sono poi così diversi e, crescendo, il ragazzo arriva a comprendere il valore di ciò che gli veniva detto. Sì, lui e suo padre sono diversi, ma in fin dei conti nessuno dei due è migliore. Anzi, sono più simili di quanto entrambi credessero. Se il padre voleva forzare questa somiglianza indirizzando, secondo i suoi piani, il futuro del figlio, allo stesso modo il secondo pretendeva una diversità radicale che non si è rivelata poi così evidente. Un padre resta sempre un padre. E se ha educato il figlio nel culto del duro lavoro pratico, scoraggiandolo ad intraprendere una strada diversa, è perché riteneva che quello fosse il suo bene. Perché, a modo suo, gli voleva bene.

Alla fine, con le rispettive differenze, si sono ritrovati entrambi a costruire scatole. Saba, nella poesia che abbiamo citato, parla di “due razze in antica tenzone“, con due modi di intendere la vita completamente diversi. Ecco, in un certo senso è una frase che si può allargare al contrasto padre-figlio della canzone, che evidenzia una tensione che si crea tra due mondi, due generazioni e due visioni del futuro completamente differenti. Ma non per questo sono inconciliabili, perché nel musicista è rimasto indelebile qualcosa del muratore e il loro legame, in qualsiasi circostanza venga messo alla prova, è comunque inscindibile.

Tanto più inscindibile se, nonostante un padre sia sparito per vent’anni, tuttavia un figlio trova in lui delle somiglianze fisiche e caratteriali con la propria persona. Saba ritrova nel padre il “suo sguardo azzurrino“, il suo sorriso “dolce e astuto“, la sua indole peregrina e, soprattutto, capisce di aver ereditato da lui la sensibilità e il dono della poesia. Le due razze in antica tenzone, per Umberto Saba, sono quella della madre e del padre: la prima severa, rigorosa e che si accolla le responsabilità dure della vita; la seconda libera, senza meta, leggera e infantile. Nonostante il poeta sia stato educato coi valori della madre, tuttavia avverte di assomigliare, fisicamente e nell’animo, moltissimo a suo padre, a riprova di un legame che rimane saldo e forte anche quando la distanza non potrebbe essere più ampia.

E, sia per il poeta sia per il musicista dei Pinguini Tattici Nucleari, le somiglianze coi padri sono molto più numerose ed evidenti di quanto potessero mai credere. Ci si può fare poco: comunque venga vissuto, comunque incominci o comunque vada a finire, il rapporto padre e figlio è per sempre.

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