I Musei San Domenico proprongono un viaggio tra amore e meraviglia per il Sommo Poeta

I Musei San Domenico offrono una parabola di quella che è stata l’influenza dantesca nell’arte e nella tradizione occidentale.

Domenico Morelli, Dante e Virgilio nel Purgatorio, 1845, in esposizione a Forlì

Il segno che ha lasciato il Sommo Poeta è indelebile e ormai del tutto amalgamato con la cultura popolare occidentale, analizziamo la sua influenza nell’arte, nella letteratura e nella formazione della lingua italiana.

IL SENTIERO PER IL PARADISO INIZIA ALL’INFERNO

A Forlì, tra le antiche mura dei musei San Domenico, è stata allestita una mostra dedicata al Sommo Poeta e alla sua notevolissima influenza. Sono esposte centinaia di opere celebri, firmate dai più noti artisti della nostra tradizione quali Giotto, Michelangelo o Previati che intendono innalzare a Dante quel monumento più duraturo del bronzo di cui parlava Orazio. Non mancano poi le opere straniere, provenienti da ogni estremo dell’Europa, dall’Ermitage di San Pietroburgo alla Walker Art Gallery di Liverpool, la National Gallery di Sofia seguita dal Museum of Art di Toledo, annoveriamo poi la Staatliche Kunstsammlungen di Dresda ed i Musée des Beaux-Art francesi. Quello che il percorso tra queste opere vuole proporre allo spettatore è una riflessione sull’influenza del poeta tanto sulla lingua italiana, quanto sull’arte e sull’immaginario collettivo dell’aldilà che Dante ha contribuito a dipingere. Basti pensare al fatto che oggi, se ci immaginiamo la struttura dell’inferno, difficilmente non ci verrà in mente quello strutturato da Dante nella sua prima cantica, iconici i versi scolpiti sulla porta degli inferi, che preludono il dolore, lo strazio e l’odio che aleggia tra le anime dei dannati: “Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente. […] Lasciate ogne speranza voi ch’intrate.” Superata la città di Dite si giunge all’Antinferno dove si trovano gli ignavi, dal Sommo disdegnati a tal punto da non trovare collocazione tra gli altri peccatori che, vedendoli, potrebbero insuperbirsi. Essi sono separati dal fiume Acheronte, dove Caronte, demonio dagli occhi di bragia, trasporta le anime dei dannati che saranno condotte dinnanzi a Minosse, giudice infernale che, con la sua coda, attorciglia il dannato tante volte quante il numero del girone entro il quale dovrà scontare la sua pena in eterno. I peccati sono disposti in ordine crescente di gravità: dalle azioni che ledono soltanto il peccatore, agli atti di violenza, che possono prendere forma contro il prossimo (omicidi, predoni e tiranni), contro se stessi (suicidi e scialacquatori) e contro Dio, natura e arte (bestemmiatori, sodomiti e usurai) per poi arrivare alle bolge dei menzonieri ed infine, prima del signore degli inferi Lucifero, la zona Caina, dei traditori dei parenti, la zona Antenora, dei traditori della patria, la zona Tolomea dei traditori degli ospiti e quella Giudecca dei traditori dei benefattori. Questo spettacolare sistema punisce ogni peccato compiuto da chi, prima di morire non si è pentito delle proprie azioni ed è ora condannato ad una sofferenza eterna che con il Giudizio Universale si farà ancora più intensa, poiché unirà alla tortura dell’anima anche quella del corpo.

Beato Angelico, Giudizio finale, 1428/1431, in esposizione a Forlì

DANTE E’ STATO TRA I PADRI DELLA LINGUA ITALIANA

Tra le bellezze che il genio dantesco ci ha regalato si annovera anche la nostra lingua: l’italiano, in cui per primo il poeta ha creduto; in un secolo in cui la lingua dell’erudizione era il latino egli ha preferito il volgare fiorentino trecentesco, in modo tale che la sua composizione non fosse destinata ad una sola élite. Nell’opera si riscontrano termini tanto eloquenti quanto bassi: come egli spiega nell’epistola a Cangrande della Scala, la lingua si deve adattare a ciò che si va scrivendo: passando da un linguaggio duro e gutturale tipico dell’Inferno a quello armonioso ed altisonante del Paradiso. Seppure la lingua sia mutata e alcune parole abbiano cambiato accezione e significato, si stima che circa il 90% dei nostri lessemi sia contenuto già nella “Commedia”. A puntare il dito contro Dante e la lingua da lui proposta fu Pietro Bembo, un sacerdote e viaggiatore estremamente colto che segnò profondamente la lingua italiana, esponendo i suoi teoremi linguistici ne “Le prose della volgar lingua” (1525). Tra i modelli di riferimento che Bembo propugna vi sono Petrarca per la poesia e il Boccaccio del prologo del “Decameron” per la prosa, ha invece un giudizio negativo su Dante del quale viene criticata la scelta linguistica troppo improntata al presente piuttosto che al passato, è lo stesso Bembo a scrivere senza remore che il Sommo “ha in maniera operato, che si può la sua «Comedia» giustamente rassomigliare ad un bello e spazioso campo di grano, che sia tutto d’avene e di logli e d’erbe sterili e dannose mescolato, o ad alcuna non potata vite al suo tempo, la quale si vede essere poscia la state sí di foglie e di pampini e di viticci ripiena, che se ne offendono le belle uve”.

UN SEGNO INDELEBILE PER LA NOSTRA TRADIZIONE

L’influenza di Dante nel mondo occidentalizzato è stata talmente potente da scindersi con la cultura popolare, egli è infatti un modello di altissima letteratura riconosciuto e ammirato in tutto il mondo. Tra i primissimi apprezzatori della “Commedia” troviamo il Boccaccio del “Trattatello in laude di Dante”, ricordiamo poi Chaucer che ne “I racconti di Canterbury” narra la vicenda “De Hugelino comite de Pize”, ispirata chiaramente a quella del conte Ugolino. Milton poi si ispirò proprio alle immagini dell’Inferno dantesco per il suo “Paradiso Perduto”. Come non citare poi il lavoro di critica ed interpretazione svolto dai pensatori novecenteschi quali De Sanctis, Pascoli o Carducci e della forte influenza nella letteratura del secolo riscontrabile in Pasolini, in Primo Levi o al più recente Dan Brown per il suo “Inferno” (2013) per poi giungere perfino ai racconti di Topolino. Non mancano poi le trasposizioni dei versi danteschi in arte, su cui la mostra ai musei di Forlì si incentra. Dovremmo sempre guardare con rinnovata meraviglia al patrimonio inestimabile che il Sommo ci ha lasciato: spronandoci alla curiosità e alla dottrina, ricordandoci che non siamo stati fatti per “viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza”, e del resto, la letteratura, così come le altre arti, è probabilmente l’unico modo per garantire immortalità della conoscenza umana, sfidando i limiti del tempo e della memoria.

 

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