Il Superuovo

I movimenti sociali di Hong Kong: “la locomotiva” di Guccini delinea un desiderio ancora attuale

I movimenti sociali di Hong Kong: “la locomotiva” di Guccini delinea un desiderio ancora attuale

Sottoposta prima al controllo britannico e poi a quello cinese, Hong Kong rivendica da tempo la propria emancipazione, assumendo un ruolo centrale nella politica internazionale.

A seguito dell’indipendenza dall’Inghilterra, Hong Kong è stata subordinata al controllo cinese secondo metodi più stringenti, i quali hanno portato i cittadini a manifestare con una forza sempre maggiore il proprio desiderio d’indipendenza.

La genesi dei rapporti Hong Kong-Cina

Dopo la firma da parte cinese e inglese della Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984, Hong Kong è stata definita possedimento cinese a partire dal 1° luglio 1997, una data che ha segnato la fine del colonialismo britannico e l’inizio di un profondo assoggettamento alla potenza cinese. Quest ultimo si basava principalmente sullo schema del “Un paese, due sistemi“, il quale voleva sia sottolineare l’unità nazionale dei possedimenti cinesi, sia sancire l’unicità di Hong Kong in riferimento ai propri sistemi giuridici e politico-economici. Alla base delle tensioni risiede il fatto che tale territorio non possa essere considerato una democrazia completa, in quanto sottoposto comunque al potere cinese che si poggia su una struttura monopartitica, anche se la costituzione di Hong Kong affermi che la città debba vedersi riconosciuta un elevato grado di autonomia, a parte per quanto concerne la politica estera e quella di difesa.

La volontà di rimarcare l’unicità di Hong Kong e il movimento localista

Nel primo decennio del ventunesimo secolo, la città ha conosciuto una rilevante espansione del settore del turismo, che ha determinato anche un’importante ascesa del commercio. Questi elementi, hanno determinato la nascita del c.d. movimento localista, che sebbene non esplicitasse una prospettiva totalmente indipendentista, si è adoperato per evidenziare l’unicità della città rispetto al patrimonico storico e culturale cinese. Comunque, il movimento si impegnò in varie mobilitazioni, come quella di opposizione alla demolizione di un villaggio situato in prossimità del confine con la Cina continentale e quella del 2012 contraria alla volontà del governo di introdurre la versione della storia redatta dal Partito Comunista Cinese.

La rivoluzione degli ombrelli

A seguito degli innumerevoli tentativi cinesi di penetrare negli assetti economici, politici e giudiziari di Hong Kong, il 1° luglio 2014, in occasione dei festeggiamenti per l’indipendenza dall’Inghilterra, nella città ebbe luogo un’importante manifestazione orientata all’ottenimento di una maggiore autonomia, che aprì la strada alla c.d Rivoluzione degli Ombrelli. L’evento che fece scattare le manifestazioni fu l’annuncio della futura riforma del sistema elettorale, che avrebbe determinato la nomina di massimo tre candidati per il ruolo di capo del governo, demandando poi l’elezione di uno di essi alla popolazione e alla successiva approvazione del governo centrale. Nelle manifestazioni, iniziate ufficialmente nel settembre 2014, fu centrale il ruolo dei movimenti Hong Kong Federation of Students, Scholarism e Occupy Central. Gli attivisti cominciarono poi a richiedere sempre maggiore autonomia, libertà e l’edificazione di una vera e propria struttura democratica. Il nome “rivoluzione degli ombrelli” deriva proprio dagli ombrelli utilizzati dai manifestanti per proteggersi dagli spray al peperoncino ed i lacrimogeni usati dalle forze dell’ordine. In totale, i giorni di protesta furono 79, al termine dei quali vennero arrestate quasi mille persone, e sebbene nel giugno 2015 il Parlamento di Hong Kong abbia respinto la proposta di legge elettorale avanzata dalla Cina, quest’ultima non rinunciò a far pesare il proprio potere nella città, invalidando l’elezione nel 2016 di due parlamentari vicini alle idee indipendentiste, i quali si rifiutarono di dichiararsi fedeli alla nazione cinese durante la cerimonia del giuramento. Nei mesi successivi la tensione si accentuò, principalmente a causa degli scontri fra i manifestanti e la polizia durante il febbraio del 2016, definiti come punto di sviluppo cruciale della nozione pacifista della Rivoluzione degli ombrelli verso proteste più accese e a tratte violente.

Gli sviluppi più recenti

Nel marzo del 2019 si riaccesero le manifestazioni, principalmente con la volontà di opporsi al disegno di legge inerente all’estradizione di latitanti verso paesi con cui Hong Kong non aveva ancora intrattenuto accordi in materia, tra i quali rientra la stessa Cina continentale. Ciò che voleva essere evitato era eliminare la distinzione tra le strutture giuridiche di Hong Kong e della Cina, caratterizzante il “Un paese, due sistemi” precedentemente menzionato. Le proteste  che vennero organizzate nel corso dei mesi coinvolsero un gran numero di persone, difatti a quella del 9 giugno parteciparono, secondo gli organizzatori, più di un milione di persone. Molti denunciarono le misure eccessivamente restrittive della polizia nei confronti dei manifestanti, ad esempio in occasione della seconda lettura del disegno di legge avvenuta il 12 giugno 2019, quando i cittadini si riunirono per protestare fuori dal quartier generale del governo. Nel luglio, Carrie Lam, capo dell’esecutivo, affermò che il disegno di legge era “morto di una morte pacifica” (espressione derivante dalla frase in cantonese che ha utilizzato per esprimere il concetto dell’estinzione di tale disposizione), senza garantire però l’immutabilità di tale condizione, motivo che ha indotto le manifestazioni a protrarsi nel tempo. La situazione si è ulteriormente incrinata quando, nel giugno del 2020, la Cina ha approvato la nuova legge sulla sicurezza nazionale, il cui testo prevede l’opposizione e la punizione di ogni atto di sovversione, secessione, terrorismo e collusione con le forze straniere compiuti da Hong Kong. Il suo testo è stato percepito come fortemente lesivo dell’autonomia di Hong Kong rispetto alla Cina e  volto a placare le voci favorevoli alla democrazia ed indipendentiste, le quali però hanno deciso di continuare a portare avanti i propri ideali. In merito a ciò, è recentissima la notizia per cui Joshua Wong, Agnes Chow e Ivan Lam, tre noti attivisti pro-democratici che si sono profondamente impegnati nelle manifestazioni degli ultimi due anni, si sono dichiarati colpevoli in virtù dell’ideale da essi perseguito.

“Continueremo a lottare per la libertà e ora non è il momento per noi di inchinarci a Pechino e arrenderci”

-Joshua Wong

“La locomotiva” di Guccini: le parole degli anni ’70 possono dare voce ancora oggi ai protestanti di Hong Kong?

Scritta nel 1972, la Locomotiva di Guccini delinea l’essenza dei fermenti ideologici del periodo a cavallo tra fine 1960 e 1970, parole che sembrano essere ancora attuali nel descrivere manifestazioni contemporanee, come quelle di Hong Kong.

Gli eroi son tutti giovani e belli

Questo verso valorizza la partecipazione giovanile nelle manifestazioni, la quale appare sempre più devota alla volontà di raggiungere un assetto effettivamente democratico.

Lanciata a bomba contro l’ingiustizia

Questa espressione rappresenta appieno la volontà dei protestanti di Hong Kong nel contrapporsi alle ingerenze della Cina continentale.

Parole che dicevano: “Gli uomini son tutti uguali”

In questo caso poi, possiamo accostare tale frase alla volontà dei cittadini di Hong Kong di vedersi riconosciuto un vero e proprio accesso alla realtà democratica, potendo godere di tutti i diritti che ne conseguono.

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