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I discorsi indipendentistici non sono cosa nuova: testimone il Trissino con i suoi sogni di libertà

Alla riscoperta delle radici del sogno indipendentista nell’opera di Gian Giorgio Trissino.

Il desiderio di essere politicamente indipendenti non è qualcosa di nuovo o recente in Italia, ma affonda le sue origini nella scrittura  del Cinquecento.

Alla ricerca dell’indipendenza

Sembra quasi una costante nella storia del pensiero italiano, quella di parlare di “indipendenza”. Negli ultimi vent’anni, ovvero da quando il mercato economico europeo (ECC) si è evoluto definitivamente in una unione federale di paesi che proseguono obiettivi comuni (e non solo a scopo economico) nel nostro paese si è potuto assistere in crescendo a una “riscoperta” di questa parola. Ma di che tipo di “indipendenza” si va parlando al giorno d’oggi? Lungi da chi scrive infilarsi in controversie politiche che non gli appartengono, reputo doveroso precisare che il desiderio di “indipendenza” che anima i vari movimenti politici attuali non è, e non può essere paragonato, allo stesso sogno che spinse i patrioti del ‘800 a unirsi malgrado le differenze sociali e culturali in quello che fu il progetto del Risorgimento italiano. Se ascoltiamo con attenzione i discorsi o i contenuti che vengono accostati alla parola “indipendenza” possiamo renderci conto (al di là dell’appartenenza politica) che non si tratta mai di discorsi “patriottici” ma solamente un continuo sfruttare il ricordo di “tempi passati” additando un ritorno agli stessi come soluzione universale per qualsiasi problema o malumore possa essere presente nella gestione della quotidianità. Il mondo va a rotoli? “Colpa delle potenze straniere che complottano contro di noi. Se fossimo indipendenti allora le cose sarebbero migliori” dimenticandosi, forse, che anche quando la nostra nazione godeva di una certa autonomia le cose andavano comunque in un certo modo e non erano certamente perfette. Malgrado ciò il senso di indipendenza, l’orgoglio di identificarsi in una certa cultura con una storia imponente e il sogno di libertà sono parte dell’essenza stessa dell’anima italiana da tempi davvero antichi.

Il sogno indipendentista nel 1500

Il desiderio dell’indipendenza italiana, separato tuttavia dall’ideale di Unità che animò gli intellettuali solo a partire dal 1800 in avanti, iniziò con l’avvento dell’epoca moderna. All’improvvisa morte di Lorenzo de Medici, avvenuta nel 1492, l’equilibrio che teneva gli stati italiani in una situazione di indipendenza e non aggressione reciproca, venne meno. Con il passare del tempo, Francia, Spagna e Sacro Romano Impero Germanico iniziarono a rivendicare con maggiore insistenza alcune regioni territoriali italiane. Con il Congresso di Bologna del 1530 venne definito un nuovo assetto della penisola italiana che vedeva la Spagna come la potenza con maggiore influenza in Italia. Il desiderio di libertà e di indipendenza dei territori italiani occupati e la volontà di avere nuovamente il territorio della penisola libero dalle ingerenze straniere iniziò ad animare molti intellettuali e continuerà a ispirarne molti altri anche nel corso dei secoli futuri. Indubbiamente il primo autore che maggiormente utilizzò il tema dell’indipendenza fu il nobile vicentino Gian Giorgio Trissino. Il Trissino, che pure aveva partecipato alla Congresso di Bologna di persona, sembrava mal tollerare le pretese che alcuni regni stranieri avanzavano nei confronti degli stati italiani ed auspicava la possibilità di una nuova indipendenza degli Stati italiani operata da una guida illuminata come poteva essere quella dell’imperatore.  il Trissino espresse il suo sogno di autonomia delle genti italiche attraverso l’opera L’Italia Liberata dai Goti che al suo interno auspica la liberazione dell’influenza straniera dal territorio italiano come i latini di oriente avevano permesso con le guerre greco-gotiche.

L’italia liberata dai Goti: il poema metafora

Ma che tipo di opera era L’Italia Liberata dai Goti? L’epoca storica in cui il Trissino si trovava a comporre era quella dove i grandi poemi cavallereschi erano considerati il genere letterario più famoso e diffuso tra gli autori che utilizzavano questo tipo di componimento per ingraziarsi questo o quel signore e assicurarsi protezione e mantenimento. Il poema cavalleresco, dobbiamo ricordarcelo, aveva trovato il suo favore nelle varie corti europee e aveva avuto tra i suoi massimi esponenti Ariosto e Boiardo (che tuttavia non furono gli unici  a comporre opere simili). Il Trissino, nel portare avanti il suo pensiero (l’idea di indipendenza non è il solo elemento che si ritrova all’interno del poema trissiniano), decise di affidarsi a un tipo di composizione molto diversa rispetto a quelle che erano le aspettative dell’epoca. Il Trissino, utilizzando i testi omerici come trampolino, decise di ridare vita al genere epico riproponendolo in una chiave più moderna.  Accanto all’uso del volgare come veicolo della narrazione, l’autore vicentino utilizza un evento storico realmente accaduto (l’occupazione gotica in Italia e la battaglia dei latini di oriente per liberarla) e personaggi storicamente esistiti utilizzandoli come paragone della situazione italiana a lui contemporanea ed auspicando un intervento da parte dell’autorità imperiale (a cui si appella nel proemio) affinchè le genti italiche siano nuovamente libere dall’influenza straniera e sia restituita loro la dignità e l’indipendenza perduta con la morte di Lorenzo de Medici. In qualche modo, le idee di libertà di cui il Trissino si fece promotore con la sua opera (che molto venne letta e molto criticata) continuarono a permanere all’interno del pensiero degli scrittori successivi e delle generazioni di pensatori futuri fino ad influenzare i primi teorici dell’indipendenza che già nel Settecento muovevano i loro primi passi fino ad arrivare (con le dovute differenze e trasformazioni) ai giorni nostri.

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