Il Superuovo

I consiglieri di corte del film “Il Re” tra Machiavelli ed Erodoto: di chi fidarsi?

I consiglieri di corte del film “Il Re” tra Machiavelli ed Erodoto: di chi fidarsi?

Gli intrighi dei cortigiani influenzano il pensiero di chi governa, che se non pondera attentamente le adulazioni rischia di prendere decisioni dannose.

“Il Re” Enrico V d’Inghilterra, interpretato da Timothée Chalamet

Il film Il Re, uscito su Netflix Italia il 1 novembre 2019, è liberamente ispirato alla tragedia di Shakespeare, Enrico V, che racconta le vicende dell’omonimo sovrano inglese che governò dal 1413 al 1422. Conosciuto come uno dei più grandi sovrani d’oltremanica, nel suo breve regno riuscì a sconfiggere militarmente i nemici francesi nella battaglia di Azincourt (1415), scontro che però, nel film, non è mai stato propenso ad intraprendere. Che cosa, e soprattutto chi, lo ha spinto ad agire contro le sue volontà?

Ritratto del sovrano Enrico V di Monmouth (1387-1422)

Tutto per una guerra

Nel film, diretto da David Michod, si vede che Enrico V, prima di succedere al padre sul trono d’Inghilterra, non vive a corte ma gozzoviglia in mezzo alla gente comune. Anzi, a dirla tutta nemmeno vuole diventare re perché ripugna la vita di corte e odia suo padre. Ma una volta che, controvoglia, deve indossare la corona e tenere in mano lo scettro, decide che il suo regno sarà completamente diverso da quello precedente. Più attenzione alla gente comune, stop ai disordini interni e agli spargimenti di sangue. Dunque, in breve, niente più guerre. Egli, salito al potere molto giovane, dimostra un carattere e un carisma notevole, ma non è abituato ai meccanismi di corte e ai “sussurri all’orecchio” dei cortigiani, per i quali invece una guerra contro la Francia sarebbe stata più che fruttuosa per l’Inghilterra. Ma con un sovrano che, a differenza del padre, ripudia le operazioni belliche, è necessario usare le armi che i cortigiani più scaltri posseggono: l’inganno e l’adulazione. Così il primo inganno è quello di simulare una donazione da parte del Re di Francia di una palla, che vorrebbe lasciar trasparire che la considerazione che costui ha del nuovo monarca inglese è né più né di quella di un bambino. Questa prima provocazione suscita già reazioni stizzite da parte del giovane re, che però mantiene ancora un contegno razionale e cerca di rimanere sulle sue posizioni di partenza. Anche se a fatica, resiste anche alla miriade di adulazioni e consigli ingannevoli subito adottati dai cortigiani che tentano di rendere evidente lo scherno oltraggioso di quel dono che, in realtà, non è altro che una loro macchinazione. Vedendo che Enrico non si smuove, giocano una carta ancora più rischiosa: assoldano un sicario per attentare al re e fingere che fosse tutta un’idea del rivale francese. Questa volta, spaventato e tormentato dalle esortazioni di coloro che tramano alle sue spalle, il re cede e intraprende la spedizione contro i francesi. Quando poi la guerra prende una brutta piega, i consiglieri che tanto hanno voluto i combattimenti adesso vogliono ritirarsi, ma il re, spintosi ormai fino a quel punto, decide di adottare la tattica vincente del suo amico fidato John Falstaff, conosciuto tra le locande e i bordelli, e prepararsi per lo scontro finale. Alla fine vince la battaglia e sottomette la Francia, ma quando viene a scoprire che era stato ingannato e spinto forzatamente a muoversi contro i suoi stessi principi viene colto dalla rabbia e uccide il suo più vicino consigliere, orditore generale del complotto. Adesso entrerà nei libri di storia, ma a che prezzo?

John Falstaff (Joel Edgerton) è un amico di vecchia data del re ed è l’unico che gli rimane davvero fedele

Mardonio contro Artabano: un curioso parallelo

Un monito per i sovrani arriva direttamente dal V secolo a.C, quando lo storico Erodoto, nelle sue Storie, riportò un dialogo presumibilmente avvenuto presso la corte persiana di Serse, a Susa. Il potente signore di Persia si accingeva ad organizzare la spedizione militare contro gli Ateniesi per sottometterli e vendicare l’onta subita da padre Dario pochi anni prima a Maratona. Egli però, indeciso sul da farsi, chiese consiglio ai suoi cortigiani e a prendere parola, secondo Erodoto, furono due persone: Mardonio, un generale dell’ esercito, e Artabano, zio del sovrano assoluto. Il primo, adulando Serse tramite l’elogio della sua grande potenza e della magnificenza della sua persona, tentò di convincerlo a combattere contro il turpe popolo greco che aveva osato sfidare l’impero più potente dell’intera ecumene e che facilmente sarebbe stato sottomesso. Artabano, invece, facendo leva sulla sua parentela con Serse, si permise di contraddire le opinioni del sovrano e del suo generale. Fece presente che, in assenza di un’opinione alternativa, non si può capire quale sia l’idea migliore e che, secondo lui, i Greci non andavano sottovalutati per nulla. Serse non avrebbe dovuto cercare di accrescere la propria potenza spingendosi così lontano da Susa e sfidando gli Dei in grandezza, perché amano Umiliare tutto ciò che si esalta. Serse reagì male e accusò di vigliaccheria il suo parente e, tronfio delle lusinghe del suo condottiero Mardonio, decise di prepararsi per la guerra.  Mardonio aveva fatto leva sui reali desideri del suo re (combattere la guerra) e sul suo carattere, pieno di sé e poco incline a dare ascolto ad opinioni diverse dalla sua. Così facendo aveva ottenuto lo scopo che entrambi si erano prefissati e scacciò i dubbi che attanagliavano Serse. La storia ci ha dato di sapere come andò a finire e che Artabano aveva ragione. Ma Serse aveva deciso di seguire Mardonio a causa della sua grande abilità adulatoria che non aveva fatto altro se non destare il lato tracotante e bellicoso del re. Infondo serviva solo qualcuno che giustificasse le volontà di Serse e Mardonio lo ha saputo fare.

Il monumento alle Termopili in onore dei caduti della Seconda guerra Persiana

Anche Enrico V presta ascolto a chi lo induce ad una guerra, nonostante inizialmente lui sia contrario a scatenarla. Nella sua corte il giovane sovrano inglese non ha un Artabano a consigliargli di non sfidare in battaglia il re di Francia perché infondo non ne avrebbe bisogno. Ma muoverlo alla guerra è l’obiettivo comune di tutti i cortigiani che, sapendo della sua avversione all’uso delle armi, non hanno altro modo di indurlo a combattere se non con l’inganno. La sua corte è composta da soli consiglieri paragonabili a Mardonio, capaci di creare con l’inganno un motivo di astio personale nei confronti dei nemici per poi esortare alla guerra. Se il generale persiano ha fatto leva sul sentimento di vendetta che Serse coltivava nei confronti dei Greci, d’altra parte Enrico ha ceduto di fronte a coloro che hanno marciato sull’odio che loro stessi hanno creato per offendere e spaventare il re ragazzino. Entrambi i sovrani hanno seguito suggerimenti ingannevoli e fallaci di consiglieri che perseguivano i loro interessi economici, di prestigio e di gloria. Sottomettere la Francia ed espandersi in Grecia (così da governare tutto il mondo conosciuto) erano motivi validi per tentare di persuadere un re. La reazione d’orgoglio indotta dagli adulatori ha portato alla decisione scellerata di scatenare una guerra che, nel caso inglese, almeno è stata vinta.

Niccolò Machiavelli (1469-1527) autore del celeberrimo trattato “De principatibus”

Ascolta ma decidi tu

Circa un secolo dopo la salita al potere di Enrico V, Niccolò Machiavelli scrisse il De principatibus, ovvero Il principe, trattato con il quale si proponeva di fornire dei consigli, delle norme e degli esempi per amministrare al meglio un principato. Tra i molti aspetti accuratamente esplicati, nel capitolo XXIII si concentrò sugli adulatori, necessariamente presenti nelle corti di ogni principe. Costoro cercano in ogni modo di consigliare il signore per farsi ben volere e ricevere attenzioni e spesso gareggiano anche tra di loro per conquistarsi il suo favore. Essi dunque arrivano frequentemente a parlare a sproposito e se il principe lasciasse loro troppa libertà di interloquire finirebbe per perdere la riverenza e il rispetto per il ruolo. D’altro canto un sovrano ha bisogno di interpellare i propri consiglieri, perché senza ricevere opinioni esterne alle sue rischia di comportarsi avventatamente e in modo impopolare, causando lamentele e disordini. Certamente deve ascoltare i consiglieri, ma non quando essi si presentano di proposito facendo proposte o lusinghe senza che gli sia stato chiesto: un signore concede loro attenzione solamente quando decide lui, per non rischiare di cambiare idea troppe volte e di lasciarsi trascinare in pianificazioni non sue o a suo danno. Ma soprattutto un principe deve lasciarsi consigliare da pochi fidatissimi consiglieri e saper discernere se un cortigiano è fedele oppure no. L’imperativo è ascoltare i consigli di pochi fidati e non affidarsi del tutto ad essi, perché rimane fondamentale che sia il sovrano a prendere la decisione finale senza necessariamente basarsi su ciò che ha avuto modo di ascoltare. Mai affidarsi totalmente ai cortigiani: loro ambiscono sempre ad ingrandire il loro potere e non appena vedono che un sovrano è nelle loro mani ci impiegano poco tempo a rovesciarlo.

spedizione di Enrico V fino ad Azincourt (1415)

Ed Enrico V? Il personaggio di Michod è vittima dei cortigiani che riescono ad avere la meglio su di lui e sul suo credo risolutamente contrario ad ogni forma di guerra. Per sua sfortuna il re è circondato da persone che vogliono cose opposte rispetto a ciò per cui lui si batte. Essi cercano il mantenimento dello status quo che vigeva con il padre del nuovo sovrano e i loro interessi economici hanno mire espansionistiche in territorio francese, perciò la guerra è essenziale. Vogliono territori per i loro possedimenti familiari e cercano il prestigio e la ricchezza che il re potrebbe impedirgli di avere negando una spedizione bellica. Insomma, i consiglieri di Enrico V non sono affidabili come, secondo Machiavelli, dovrebbero essere quelli di un principe intenzionato a istituire un governo stabile e saldo nelle sue mani. Senza consiglieri affidabili e con poca lucidità di discernere gli intrighi dai buoni suggerimenti, il re si lascia trascinare in una manovra politica assolutamente non voluta. Solo alla fine del film Enrico V trova qualcuno i cui consigli sono così utili da permettergli di uscire rafforzato da una pessima situazione: è John Falstaff, che gli suggerisce una specifica tattica militare per sconfiggere sul campo di battaglia l’esercito francese in superiorità numerica in vantaggio territoriale. John è il consigliere affidabile di cui, per il trattatista fiorentino, il principe deve sapersi circondare e al quale chiedere consigli sapendo di non venire tradito. La scena in cui il re zittisce gli altri consiglieri (che esortano ad una ritirata) per dare la parola all’umile ma esperto Falstaff è esemplare: essa rappresenta la prova dell’acquisizione di capacità politiche da parte di Enrico, perché lui ha saputo comprendere quali bocche potessero proferire parole utili e quali invece no, proprio come Machiavelli chiede insistentemente a un buon principe. Saper combattere, saper governare le masse e saper amministrare le finanze di un regno sono qualità importantissime di un sovrano, ma sapersi circondare delle persone giuste che lo possano coadiuvare è vitale.

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